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giovedì 27 febbraio 2025

Unione Eucaristica Riparatrice: 115 anni di fondazione

 

«La speranza, insieme alla fede e alla carità, forma il trittico delle "virtù teologali", che esprimono l’essenza della vita cristiana (cfr. 1Cor 13,13; 1Ts 1,3). Nel loro dinamismo inscindibile, la speranza è quella che, per così dire, imprime l’orientamento, indica la direzione e la finalità dell’esistenza credente. Perciò l’apostolo Paolo invita ad essere "lieti nella speranza, costanti nella tribolazione, perseveranti nella preghiera" (Rm 12,12). Sì, abbiamo bisogno di "abbondare nella speranza" (cfr. Rm 15,13) per testimoniare in modo credibile e attraente la fede e l’amore che portiamo nel cuore; perché la fede sia gioiosa, la carità entusiasta; perché ognuno sia in grado di donare anche solo un sorriso, un gesto di amicizia, uno sguardo fraterno, un ascolto sincero, un servizio gratuito, sapendo che, nello Spirito di Gesù, ciò può diventare per chi lo riceve un seme fecondo di speranza» (Spes non confundit, 18)

Vi aspettiamo!!!

giovedì 16 novembre 2023

Ciò che un prete può fare oggi (Papa Francesco fa riferimento a San Manuel González)

Discorso del Santo Padre Francesco 

all'Associazione dei Sacerdoti Ispanici negli Stati Uniti d'America

Sala Clementina, 16 novembre 2023


Cari fratelli,

Grazie per essere venuti qui, questa è la casa di Pietro, la vostra casa, perché la Chiesa è una casa dalle porte aperte, alla quale tutti vengono da oriente a occidente per sedersi alla mensa che il Signore ci ha preparato (cfr. Mt 8,11). E quando vogliamo render la Chiesa raffinata, è una casa dalle porte chiuse, e questo non va bene. Attenzione alla raffinatezza ecclesiastica. Ho letto con attenzione le domande che mi avete fatto pervenire — sono molte — e mentre pensavo come poter rispondere, mi sono ricordato delle parole che il Signore disse a Santa Teresa di Gesù quando le tolsero i libri di cui lei si fidava: “Io ti darò un libro vivente”, Cristo è il libro che vi raccomando vivamente. Ma bisogna cercarlo, nella Scrittura e nel Vangelo, nell’adorazione silenziosa, perché abbiamo perso un po’ il senso dell’adorazione, dobbiamo trovare il Signore nel silenzio dell’adorazione. Se io domando ora — non lo chiederò per non far arrossire nessuno — ma se io domandassi ora quante ore di adorazione fate ogni settimana, sarebbe un buon test. Butto lì la domanda ma ognuno risponde dentro di sé. No, perché è troppa fatica, perché qui, perché là. Se tu non preghi, se tu non adori, la tua vita vale poco.

Negli Stati Uniti per il prossimo anno si sta preparando un Congresso Eucaristico Nazionale e sono stati scelti come suoi patroni il beato Carlo Acutis e san Manuel González, entrambi eccelsi — come tanti santi della Chiesa — nell’arte di leggere questo libro vivente, dinanzi al Tabernacolo, in una scuola silente e inginocchiata. Ed è proprio tra le catechesi di san Manuel che vorrei prendere una chiave di risposta alle domande che mi avete posto. In un’occasione san Manuel si rivolse a un gruppo di fedeli, riflettendo sul ruolo delle sante donne sul Calvario, come modelli di ogni discepolo dinanzi alla croce del Signore, allora come oggi. Sono un modello. La stessa impotenza, lo stesso desiderio di agire contro l’ingiustizia che vissero le sante donne in quei momenti, possiamo provarli noi di fronte alla problematica degli immigranti, alla chiusura di certe autorità civili e religiose, alle sfide dell’interculturalità, alla complessità dell’annuncio, tante cose.

Dinanzi a queste difficoltà il santo ci avverte che “Gesù non smette di soffrire”. Dice Gesù che starà sul Calvario fino alla fine dei tempi, anche se è risorto, continua a stare sul Calvario nella persona dei fratelli. In ogni tabernacolo, in ogni calice consacrato, vediamo ergersi la croce, e ci chiede: Possiamo fare qualcosa per alleviare il Cristo sofferente di oggi? “Fatelo, fatelo al più presto”, ma fatelo consapevoli che “la Passione sarà la compagna del Gesù dei vostri Tabernacoli” in ogni fratello e sorella che soffre, e ciò che Dio vi chiede è di non lasciarli soli. Non lasciate soli quanti soffrono, non lasciate solo il Signore del Tabernacolo, convincetevi che non potete fare nulla con le mani se non lo fate con le ginocchia. Adorazione, silenzio eucaristico e intercessione dinanzi al Tabernacolo. E poi sì, servizio. Ma è come il pingpong, una cosa porta all’altra, una cosa porta all’altra.

Gesù, ci dice san Manuel, non pretende da noi che impediamo la Passione, ma che gli rendiamo gloria anche in mezzo ad essa. In questo per favore vi chiedo: guardatevi dall’accomodarvi, non vi accomodate, non vi accomodate, a volte il mondo moderno ci porta a orari. “Padre, mi può confessare? “No, l’orario è da tal ora a tal ora”. Per favore, prima la gente, poi l’orario. Non diventate “impiegati” del sacro. Che è il pericolo di questa cultura. Rivedete la vostra dedizione alla gente, la vostra apertura del cuore.

Ispirandomi a questi santi, lascio che sia il Signore nel Tabernacolo a rispondere alle vostre preoccupazioni. Alcune risposte forse vi appariranno ingenue, come gli sforzi del giovane Carlo Acutis per diffondere qualcosa che per lui fu una scoperta eccezionale, “un’autostrada per il cielo”. Altre vi sembreranno più grandi di voi, come portare avanti le opere sociali e apostoliche che promosse san Manuel. In realtà, questo pastore, nelle sue raccomandazioni, affermava che, sopra ogni altra cosa, ciò che un prete può fare inizia oggi, con la preghiera semplice, la parola vicina, l’accoglienza fraterna e il lavoro perseverante. Preghiera, semplice, parola vicina, accoglienza fraterna e lavoro perseverante. Non vi risparmiate! Diceva un prete di un quartiere povero, popolare, che gli viene voglia di tappare la finestra. Perché la gente va a chiedergli cose a qualsiasi ora, o va a chiedere benedizioni, qualunque cosa. Perché la gente è molto inopportuna, come il Signore, che è inopportuno. E il prete mi diceva: “quando vedono la porta chiusa bussano alla finestra, devo tappare la finestra”. No, apri la porta. Questo è fondamentale: preti per la gente. [...] Recuperate sempre la chiamata di Gesù a servire, a disposizione degli altri. [...]

Papa Francesco

Qui Discorso completo


venerdì 3 marzo 2023

Un insolito invito

Il 4 marzo 1910, davanti al tabernacolo della chiesa parrocchiale di San Pietro, a Huelva (Spagna), un giovane sacerdote, D. Manuel González, rivolse un insolito invito alle parrocchiane riunite per partecipare al ritiro mensile. Oggi vogliamo fare un'intervista letteraria a questo sacerdote e vescovo ormai santo, fondatore di «El Granito de Arena», che tanto parlò, predicò, scrisse e visse per l'unico scopo di eucaristizzare il mondo.

Caro don Manuel, vorremmo chiederLe oggi, a più di un secolo dalla nascita dell'Opera delle Tre Marie per i Tabernacoli Calvari, il 4 marzo, di ripetere l'invito che ha animato tante anime in questi anni. Cosa disse in quel pomeriggio del primo venerdì di Quaresima?

«Permettete che io, che invoco spesso la sollecitudine della vostra carità a favore dei bambini poveri e di tutti i poveri abbandonati, invochi oggi la vostra attenzione e la vostra cooperazione a favore del più abbandonato di tutti i poveri: il Santissimo Sacramento! Ci sono villaggi in cui passano settimane e mesi senza che il tabernacolo venga aperto, altri in cui nessuno riceve la Santa Comunione e nessuno visita il Santissimo Sacramento. In questi villaggi, molti abitanti non sanno più che esistono i tabernacoli, né cosa significhi ricevere la Santa Comunione, e arrivano alla fine della loro vita senza aver fatto la Prima Comunione.

Ed ecco, sorelle mie, cosa chiedevo per la collaborazione della vostra carità. Non vi chiedo ora denaro per i bambini poveri. Né aiuto per i malati. Né lavoro per i disoccupati. Né conforto per gli afflitti. Vi chiedo un'elemosina di affetto per Gesù Cristo nel Santissimo Sacramento; un po' di calore per quei Tabernacoli così abbandonati. Vi chiedo, per amore di Maria Immacolata, Madre di quel Figlio così disprezzato, e per amore di quel Cuore così poco ricambiato, di diventare le Marie di quei Tabernacoli abbandonati. Come? Per dare ai Tabernacoli deserti, trasformati oggi in Calvari dall'ingratitudine e dall'abbandono dei cristiani, delle Marie che adorino. L'Opera, quindi, si dedicherà, come suo oggetto essenziale e necessario, a far sì che non ci sia Tabernacolo senza le sue tre Marie che si adoperino affinché il Tabernacolo sia aperto e il Santissimo Sacramento sia visitato quotidianamente» (O.O.CC. I, nn. 56. 59).

Quali sono i frutti dell'Opera che Lei apprezza di più in questi oltre 100 anni di vita?

"Chi può misurare ciò che con il loro esempio, con il loro continuo andare e venire dal Tabernacolo, con il loro vivere nascosto e silenzioso come quello dell'Ostia del Tabernacolo, e con il loro cercare al di sopra di tutto e nonostante tutto, come le Marie del sepolcro, il Gesù crocifisso, e con le benedizioni del Padre celeste, grato per ciò che viene fatto per suo Figlio? Chi può misurare, ripeto, ciò che è piovuto e piove su popoli e opere e uomini, che non hanno nulla a che fare con loro, di orientamenti ricevuti, correzioni nel modo di agire, abbattimenti di schemi e residui giansenisti, fecondità e industrie di zelo, preparazione e perfezione di elementi di apostolato cattolico, di eucaristizzazione, perdonatemi la parola utilizzata, di uomini, opere e ambiente? Sono così sicuro e così pieno di gratitudine verso il Padre celeste per le espansioni che ha voluto dare all'Opera di riparazione dei Tabernacoli di suo Figlio, che oggi, nel giorno di questa commemorazione, mi dà più gioia l'espansione che contemplo dello spirito delle Marie, che quella della loro organizzazione, anche se già così profondamente radicata e diffusa" (El Granito de Arena, 4/3/1935, n. 656-657, p. 139).

Oggi vediamo che ci sono molti movimenti e associazioni ecclesiali: come deve rapportarsi l'Unione Eucaristica Riparatrice a queste diverse realtà ecclesiali?

«L'obiettivo è quello di opporre al male dell'abbandono del Tabernacolo il bene della compagnia del Tabernacolo con Comunioni e Visite offerte e ricercate a tale scopo, e di vite interamente cristiane come nutrite e abbellite dall'Eucaristia conosciuta, amata, imitata e compatita. Per questo ho voluto chiamarla Opera di riparazione eucaristica itinerante. Sognavo e sogno tuttora un'Opera che, invece di costituire un ovile a parte rispetto agli altri ovili o gruppi religiosi, non solo sia compatibile con essi, ma sia portatrice, restauratrice e rafforzatrice di uno spirito intensamente eucaristico in tutti loro» (Aunque todos... yo no, n. 12, p. 115).

Sicuramente in più di un'occasione, caro San Manuel, avrà temuto (o si sarà tristemente reso conto) che lo scopo dell'Opera potesse essere indebolito. Come verificare l'autenticità dell'Opera e la coerenza di vita dei suoi membri?

«Per lo spirito eucaristico, silenzioso, abnegato, riparatore delle Marie, qualunque sia il loro nome, qualunque siano le loro possessioni.... [impegnato] a riscaldare e riparare Tabernacoli abbandonati o poco frequentati con il calore di immolazioni offerte in silenzio, di piccoli e apparentemente insignificanti apostolati per cercare Comunioni e, a partire da esse, formare lo spirito eucaristico e, come tale, solidamente pietoso di coloro che le ricevono. Di vite, in una parola, consacrate a dare e a cercare riparazione organizzata e permanente al Cuore di Gesù Sacramentato dal suo abbandono esteriore e interiore nelle sue tre grandi manifestazioni eucaristiche della Messa, Comunione e Presenza Reale permanente attraverso la compagnia della presenza, della compassione, dell'imitazione e della fiducia» (Aunque todos... yo no, n. 12, p. 116).

Come sogna ciascuno dei membri della Famiglia Eucaristica Riparatrice?

Come ho scritto a P. Teofilo Arana, domenicano, riferendomi alle Marie della sua diocesi: «Marie consapevoli, solidamente formate alla pietà eucaristica e, quindi, che sanno cosa significa un Tabernacolo abbandonato. Con delle Marie così preparate, si può fare molto, moltissimo nella battaglia contro l'abbandono in cui gli uomini lasciano Gesù nel Santissimo Sacramento. Mi piace molto che lo spirito non vacilli» (OO.CC. IV, n. 6912). 

Raccolta ed interpretazione dei sentimenti di San Manuel, 

a cura di Mónica Mª Yuan Cordiviola, m.e.n.

(Articolo pubblicato sulla rivista El Granito de Arena, marzo 2021)


lunedì 4 gennaio 2021

Omelia nella solennità di San Manuel González, Roma 4 gennaio 2021

Pubblichiamo l'Omelia nella Celebrazione della Solennità di San Manuel González presieduta da D. Salvador Aguilera López, nella Parrocchia Santa Maria Ianua Coeli, Roma 4 gennaio 2021. 

Attorno all’altare di questa parrocchia di «Santa Maria Ianua Coeli», ci siamo riuniti, cari fratelli e sorelle, per ringraziare Dio per san Manuel González, il “Vescovo dei Tabernacoli abbandonati”. Ringrazio di cuore la comunità parrocchiale, nella persona del suo parroco, il padre Dominic, e ai Figli di Santa Maria Immacolata. E allo stesso modo, la mia gratitudine va alle figlie di san Manuel, le Missionarie Eucaristiche di Nazareth, delle quale si è servito il Signore perché oggi io possa presiedere questa Celebrazione Eucaristica.

In questo tempo, segnato dalla solitudine e dalla sofferenza, i nostri occhi devono essere rivolti al Signore. Papa Francesco ci indica il modo di vivere questa pandemia: «dobbiamo tenere ben fermo il nostro sguardo su Gesù e con questa fede abbracciare la speranza del Regno di Dio che Gesù stesso ci porta» (Udienza generale, 5 agosto 2020).

Tuttavia, in quest’anno che abbiamo appena iniziato, commemoriamo alcuni anniversari che ci aiuteranno ad addolcire questo periodo difficile: il 3 maggio, avremo il centenario della fondazione delle figlie di san Manuel; il 25 marzo, sarà l’80° anniversario della fondazione di questa parrocchia (1941), in cui il Signore ha riversato tante grazie. E il 18 gennaio del prossimo anno 2022 (1962), il 60° anniversario della presenza dei figli del venerabile Giuseppe Frassinetti in questa parrocchia.

In entrambi i fondatori, cari fratelli e sorelle, c’era qualcosa in comune: un amore ardente e amorevole per Cristo Signore, un amore che non potevano non condividere, perché, diceva il venerabile Frassinetti: «un cuore che ama ardentemente il Signore, non può accontentarsi di amarlo da sé solo».

In ogni celebrazione liturgica, la preghiera che raccoglie il sentire della Chiesa in quel giorno è l’orazione colletta, con la quale abbiamo pregato prima di ascoltare la Parola di Dio. In essa ci siamo rivolti a Dio Padre che ha concesso a san Manuel la grazia di annunciare nei segni sacramentali del pane e del vino il Mistero Pasquale del suo Figlio Unigenito.

Nella seconda parte, che possiamo chiamare “aitetica”, cioè di petizione, abbiamo chiesto la grazia di essere lievito nel mondo attraverso la partecipazione al Sacrificio Eucaristico, dove mangiamo il Corpo di Cristo e beviamo il suo Sangue.

Ma perché il nostro Santo Vescovo è diventato un annunciatore del Mistero Eucaristico? La risposta la troviamo nel Vangelo appena annunciato: la vocazione dei primi discepoli (cf. Gv 1, 35-42). Andrea trovò il Messia, l’Agnello di Dio che toglie i peccati del mondo; ma un tale tesoro, non poteva tenerlo solo per sé, doveva annunciarlo al fratello Simon Pietro: «Abbiamo trovato il Messia – che si traduce Cristo – e lo condusse da Gesù» (Gv 1, 41-42).

Come sarà stato lo sguardo accattivante del Signore, secondo le parole dell’evangelista: «fissando lo sguardo su di lui» (Gv 1, 42)? Uno sguardo attraente e penetrante che ha fatto sì che Pietro lasciasse tutto per seguire colui che, da quel momento, era diventato il suo “Tutto”. Quale sarà la chiamata che Gesù ha rivolto a quel giovane sacerdote di Siviglia per la quale egli, innamorato, lasciò tutto e si dedicò, al momento opportuno e non opportuno (cf. 2Tim 4, 2), ad annunciare l’Agnello Immacolato che toglie i peccati del mondo?

Per quelli di voi che già conoscono la vita di san Manuel González García, egli, nato a Siviglia nel 1877, ricevette l’ordinazione sacerdotale dalle mani del beato Marcelo Spínola, detto “l’arcivescovo mendicante”. Nel febbraio 1902 fu inviato in un villaggio, non lontano dalla capitale, chiamato Palomares del Río. Lì si svolse una chiamata simile all’incontro raccontato nel Vangelo.

Manuel ha incontrato a Palomares un tabernacolo abbandonato e trascurato... e, dopo quell’esperienza, è corso ad annunciare: ho trovato il Messia! E, da allora, tutta la sua vita e le sue opere, scritte e vissute (nelle sue figlie e nei suoi figli), sono state e sono: portare Gesù a tutti (cfr Gv 1, 41-42). È in quella “povertà trasfigurata” di Palomares del Río che tutto ha avuto inizio: lì è nata la sua vocazione riparatrice.

Nel 1905 fu chiamato a servire il Signore come Parroco di San Pietro nella città di Huelva e, più tardi, come Arciprete della medesima città. È qui che è cominciata la “vita pubblica” del nostro Santo. Quel tesoro deve essere conosciuto per essere amato, perché non si ama ciò che non si conosce e viceversa. Nel 1907 fondò il “Granito de Arena”, nel 1908 le scuole del Sacro Cuore di Gesù per i bambini poveri, e un lungo eccetera. Tutto perché Gesù sia amato e, nella sua solitudine del Tabernacolo, trovi qualcuno che gli dia conforto (cf. Sal 69, 21).

Nel 1915 fu nominato vescovo ausiliare di Malaga, la mia diocesi natale, e nel 1920 vescovo della stessa. Come pastore della diocesi malacitana, ha adempiuto a quanto abbiamo sentito nella prima lettura: «Ecco, io stesso cercherò le mie pecore e le passerò in rassegna» (Ez 34,11).

San Manuel, a immagine del Buon Pastore, il nostro santo amava le pecore del gregge affidatogli dal Signore, ma soprattutto voleva nutrirle secondo il Cuore di Cristo e andare alla ricerca delle pecore perdute e smarrite per restituirle al gregge di Cristo, fasciando le loro ferite con l’olio della misericordia e rafforzando i deboli con il pane eucaristico. E per questo, la prima cosa fu il Seminario.

Nel maggio 1920 iniziò la costruzione del vivaio in cui si sarebbero formati pastori innamorati di Cristo che, come sant’Andrea, avrebbero portato le anime a Gesù che le aspettava nel Tabernacolo. Nel 1921 nasce un altro importante pilastro della sua opera, l’Istituto delle Missionarie Eucaristiche di Nazareth, le suore che svolgono il loro lavoro pastorale in questa vostra parrocchia; sono loro che mantengono viva, fino ad oggi, la fiamma del carisma di san Manuel.

E nel 1924, a Ronda, la mia città natale, fondò un convento di Carmelitane Scalze con il nome di “Convento del Cuore Eucaristico di Gesù”, in cui fu forgiato il mio amore per don Manuel e, attraverso di lui, per Gesù Sacramentato.

Ma, come nella vita di Cristo, anche nella vita del nostro Santo Vescovo dovevano arrivare i momenti del Getsemani e del Calvario. Nel 1931 il palazzo episcopale di Malaga fu incendiato ed egli dovette fuggire dalla città. Come Cristo, tradito dal suo stesso popolo che amava fino alla fine (cf. Gv 13,1), san Manuel fu costretto ad abbandonare il suo amato gregge e, dopo un periodo di governo della diocesi a distanza, nel 1935, papa Pio XI lo nominò vescovo di Palencia, dove risiederà fino alla sua morte nel 1940: il 4 gennaio.

Se Andrea, il primo chiamato, trasmise il messaggio al fratello Simon Pietro, don Manuel González lo trasmise a molti altri che, leggendo le sue opere, ma soprattutto “leggendo” la sua vita, si lasciarono “trasfigurare” perché Gesù non venisse abbandonato nei Tabernacoli di ogni città.

Molti di loro sono già stati elevati dalla Chiesa agli onori degli altari o stanno per farlo: la sua fedele sorella Maria Antonia che, insieme a lui, avrebbe fondato le Missionarie Eucaristiche di Nazareth e che solo la morte l’ha separata da lui. A Huelva, Manuel Siurot che, rinunciando alla sua brillante carriera di avvocato, si fece insegnante dei bambini poveri.

A Malaga, i beati Enrique Vidaurreta e Juan Duarte, rettore del Seminario e diacono, entrambi martirizzati nella persecuzione religiosa contro la Chiesa in Spagna, nel 1936; anche il beato Tiburcio Arnáiz, sacerdote della Compagnia di Gesù, un’altro grande apostolo del Sacro Cuore. A Siviglia, sant’Angela della Croce, fondatrice delle Sorelle della Compagnia della Croce, crocifissa con Cristo per servire i poveri. A Palencia, san Rafael Arnáiz, monaco trappista dell’Abbazia di Sant’Isidoro de Dueñas, una vita data al silenzio, ma piena di canto nel cuore. E un lungo eccetera di persone che, come lui, hanno amato Gesù Cristo, che è rimasto con noi nel Tabernacolo.

Il nostro Santo, ha consegnato la sua vita al Signore il 4 gennaio 1940 e ha voluto che il suo corpo fosse sepolto accanto al tabernacolo della Cattedrale di Palencia, ordinando che sulla sua lapide fosse posto quanto segue: «Chiedo di essere sepolto accanto a un tabernacolo, affinché le mie ossa, dopo la morte, come la mia lingua e la mia penna in vita, dicano sempre a chi passa: Ecco Gesù! Eccolo! Non lasciatelo abbandonato!»

Grazie, san Manuel! Grazie per averci annunciato nei segni sacramentali la presenza viva e vera di Gesù Cristo. Concedi anche a noi, tuoi figli, che vogliamo seguire Cristo come te e amarlo come tu l’hai amato, di essere lievito nel mondo perché molti scoprano che Gesù li aspetta nei Tabernacoli abbandonati di ogni città. E così possiamo anche noi, imitando il tuo esempio, essere apostoli che annunciano al mondo intero che nel Tabernacolo c’è lui che ci aspetta: Ecco Gesù! Eccolo! Non lasciatelo abbandonato!


Messa nella Solennità di San Manuel González

 

domenica 3 gennaio 2021

Risvegliare in noi l’amore a Gesù Eucaristia

4 gennaio

Festa di San Manuel González, Apostolo dell’Eucaristia

Oggi, celebriamo la festa di San Manuel González, un santo della Chiesa universale che San Giovanni Paolo II ha proposto como «modello di fede eucaristica, il cui esempio continua a parlare alla Chiesa di oggi». È lui il santo che ha forgiato il neologismo «Eucaristizzare», che ha proprio il significato di «avvicinare tutti al Cuore di Cristo nell’Eucaristia, un cuore che palpita per essi, perché vivano la vita che da Lui scaturisce».

Manuel González García nacque a Siviglia il 25 febbraio 1877 e concluse i suoi giorni a Madrid il 4 gennaio 1940. Ora riposa sotto il Tabernacolo della Cattedrale di Palencia. Come sacerdote (ordinato nel 1901) esercitò il suo ministero a Siviglia e a Huelva. Fu Vescovo di Malaga (consacrato nel 1916) e Palencia. Fondò opere sociali in Huelva e costruì un nuovo seminario a Malaga. Nel 1931, a causa dell'incendio della sua residenza, lasciò Malaga e guidò la Diocesi da Gibilterra e Madrid.

Nel 1902, nella parrocchia di Palomares del Río, ricevette la grazia che avrebbe polarizzato tutta la sua vita. Egli stesso racconta:

«Andai direttamente al Tabernacolo. Lì la mia fede vedeva un Gesù silenzioso, tanto paziente,

che mi guardava, che mi diceva molto e mi chiedeva di più.

Uno sguardo nel quale si rifletteva tutta la tristezza del Vangelo: la tristezza di non avere riparo,

il tradimento, la negazione, l'abbandono di tutti».

A seguito di questa esperienza mistica, con lo scopo di dare e cercare una risposta di amore a Cristo Eucaristia, il 4 marzo 1910 a Huelva fondò il primo ramo della Famiglia Eucaristica Riparatrice (formata da laici, consacrati e sacerdoti) e il 3 maggio 1921 fondò a Málaga le Missionarie Eucaristiche di Nazaret. Fondò anche due riviste di azione eucaristica: "EI Granito de Arena" (per gli adulti) e "RIE" (per i bambini), e scrisse libri di preghiera, formazione sacerdotale e catechesi.

«La sua –scrive Nicola Gori nella biografia “Come un chicco di grano” – è stata una vita trascorsa al servizio di Dio e dei fratelli senza risparmiarsi, senza tentennamenti, incurante delle conseguenze e dei pericoli per la sua incolumità pur di annunciare il Vangelo. Lo ha fatto con una caratteristica particolare: risvegliare nei fedeli l’amore a Gesù Eucaristia, quel Cristo che vedeva abbandonato nei tabernacoli delle nostre chiese. E’ questa la sua intuizione carismatica fondamentale; radunare intorno a sé delle anime fedeli che vivessero per dare e cercare compagnia a Gesù nel Santissimo Sacramento, si ricordassero della sua presenza in mezzo a noi, contraccambiassero a tanto amore, lo annunciassero ai “vicini che non conoscono nemmeno le parole Eucaristia, Comunione, Santissimo Sacramento” e imparassero a riconoscerlo abbandonato nella vita di tanti fratelli bisognosi».

Nel giorno della sua festa, San Manuel González interceda per noi, perché lo Spirito Santo effonda in noi il desiderio ardente di eucaristizzare, perché tutta l’umanità accolga la Luce e la Vita che scaturisce dal Cuore Eucaristico di Gesù.

 

San Manuel González


 

lunedì 7 ottobre 2019

Seguimi! (Mt 9,9)


Varie volte Gesù ripeté nel Vangelo le parole «Alzati» e «Cammina»; quest’altra, «Seguimi», rarissimamente. Perché? Forse perché è la parola della intimità. Anime che aspirate a questa dolce e misteriosa intimità, vi invito ad assaporarne bene il profondo significato.
Il suo significato
«Seguimi», detto ad un’anima da Gesù che sa, può e vuole quanto dice, equivale a dire: «Anima, conosco perfettamente il tuo passato, il tuo presente e il tuo avvenire, nutro tanta fiducia nel tuo amore, mi trovo talmente a mio agio accanto a te, ho tanto bisogno di te per la mia gloria e tu di me per la tua felicità, che non voglio vivere senza di te, né posso rischiare di dirti “Vai” ci rivedremo in seguito, ma voglio che tu stia con me ad ogni istante del giorno e della notte».
Per questo motivo il Maestro usava ripetere quella parola dopo aver illuminato con quel suo sguardo tenero e penetrante coloro che sceglieva ed elevava al ruolo dolcissimo di suoi intimi amici e, per farne sottolineare meglio il valore, la faceva precedere da queste altre: «Se vuoi essere perfetto».
La sua storia
Certo: è una parola che ha una sua precisa storia, e quale storia! Nel Vangelo il «Seguimi» è la parola con cui Gesù chiamò al suo seguito gli apostoli e le pie donne, gli amici suoi più intimi; nel tabernacolo, da dove continua a ripeterla, è la parola creatrice delle grandi abnegazioni e delle eroiche rinunce al mondo e a se stessi. Quel «Seguimi» detto sottovoce da Gesù nella comunione al termine degli Esercizi spirituali, quali trasformazioni radicali, che notevoli vittorie, che dolorose immolazioni ha operato nelle anime che ebbero la fortuna di sentirselo dire!
Sì, sì, discepole delle prime Marie; informatevi alle grate e alle ruote dei monasteri, nelle camerate degli ospedali e degli asili, nelle soffitte, sui campi di battaglia e ovunque dimorino o svolgano il loro apostolato preziose esistenze consacrate all’amore dell’Amato, informatevi sulla storia di quella parola e conoscerete storie ricche d’amore e di eroismo, estremamente varie e incantevoli. Ma c’è proprio bisogno di andare in giro per trovarne? Senza uscire dalla vostra cerchia, forse ne conoscerete di molto interessanti.
Anime eucaristiche che della vostra esistenza con tutto ciò che la riempie, avete fatto come un gemito prolungato di compassione sull’abbandono del tabernacolo, quale voce attrasse i vostri occhi, i vostri piedi, le vostre mani, la vostra bocca, le vostre lacrime e tutto il vostro amore? Quale forza riuscì a trasformare la vostra vita da frivola in saggia, da inutile in feconda, da oziosa e tiepida in attiva e fervente? Quale segreta forza ha avuto il potere di rendervi tanto somiglianti alle sante Marie e al discepolo Giovanni?
Ricordate quel foglietto, quella pagina aperta a caso, quella comunione, la visita a quel tabernacolo, quella parola…? Ve ne ricordate? All’inizio della vostra vocazione non vi fu, per caso, quell’affettuoso «Seguimi», la parola della intimità rivolta a voi dal migliore degli amici?
Anime eucaristiche, quale fortuna la vostra! Nei vostri momenti di dubbio, di tentazione, di incertezza, di pusillanimità, di lotta tra il dovere e l’inerzia, di stanchezza, di scoramento, ricordatevi di quelle labbra che vi dissero: «Seguimi» e di quegli occhi che nel medesimo momento vi illuminavano con uno sguardo tenero e penetrante…
Badate bene che in quella parola, come non è delimitata la predilezione che vi dimostra, così non viene precisato per quanto tempo vi obbliga… «Seguimi» vi è stato detto; il Maestro vuol dire: ora e in seguito, oggi e domani, sulla terra e in cielo… «Seguimi sempre».
San Manuel González
("Tabernacolo: Vangelo vivo", Ediz. Cantagalli, 135-137)
«Seguimi» vi è stato detto; il Maestro vuol dire:
ora e in seguito, oggi e domani, sulla terra e in cielo…
«Seguimi 
sempre».


domenica 4 marzo 2018

1910 – 4 marzo – 2018

108° anniversario della fondazione della Famiglia Eucaristica Riparatrice

    Era il 4 marzo 1910, primo venerdì del mese, quando, a Huelva (Spagna), nacque l’Opera delle tre Marie e dei discepoli di San Giovanni per i tabernacoli-calvari, oggi conosciuta come Unione eucaristica riparatrice. San Manuel González, in quel occassione, rese partecipe a un gruppo della sua parrocchia di San Pietro la sua esperienza carismatica.

    Un verbo esprime la sua missione: eucaristizzare. Si tratta di avvicinare tutti all’Eucaristia e metterli dentro al Cuore di Gesù che palpita per essi, perché vivano la vita che da Lui scaturisce. Sono inviati ad annunciare «ciò che l’amore non può tenere per sè».

    Come? Ce lo spiega San Manuel González: «Predicandogli il Vangelo vivo dell’Eucaristia, e predicandolo con tal nudità di pretese oratorie, con tal vivezza di fede, con tal persuasione di parola e conformità di vita alla parola, che all’eco della nostra predicazione giunga il popolo quasi a udire e vedere e percepire Gesù fino alle sue naturali simpatie nell’Ostia consacrata». 

lunedì 27 novembre 2017

Sulle orme di San Paolo (Vita di San Manuel González, 6)

   Il suo più grande desiderio era di vivere il Vangelo e tradurlo in opere nel suo ministero episcopale. Per far giungere la voce di Cristo e della Chiesa scrisse varie lettere pastorali e numerosi libri di facile comprensione per il popolo. La sua produzione letteraria fu notevole, visto che iniziò ben presto a scrivere, nel 1907. Diceva che tra i tre profumi preferiti, uno era quello dell’inchiostro da stampa. Il suo obiettivo principale era di diffondere la dottrina cristiana e lo faceva appoggiandosi alla Sacra Scrittura, al Magistero della Chiesa e alla liturgia. Ciò è evidente nei suoi scritti, in quanto non vi sono molti riferimenti estranei a questi documenti. Leggendo le sue opere troviamo narrata la sua esperienza con Dio e svelata la sua più intima natura. Infatti, descriveva quello che avveniva nella sua anima, rivelando un forte vincolo con Dio che fa di lui un vero mistico. I temi che più ricorrono sono l’Eucaristia, la Vergine Maria e la fedeltà alla Chiesa. Il suo intento è quello di avvicinare le anime ai misteri della fede, incitandole alla perseveranza, alla fedeltà, alla pratica della vita cristiana. E’ proprio per questo che il suo linguaggio è semplice perché tutti lo comprendano. Spazia dai temi apostolici ai temi sociali, da quelli spirituali alla pratica religiosa di ogni giorno. Prima di dare alle stampe i suoi libri li faceva rivedere e approvare dalla Congregazione dei Riti. Egli, infatti, voleva essere apostolo della buona stampa, ancorato alla verità, sullo stile di san Paolo che inviò le sue Lettere alle varie Chiese della prima era cristiana. 
   Il primo libro pubblicato dal titolo Lo que puede un cura hoy (Quello che può un parroco oggi) ebbe un successo mondiale, venne stampato in ben venticinque edizioni e tradotto in varie lingue. Possiamo raggruppare la sua produzione in sette grandi categorie a seconda del tema trattato e dei destinatari: ai sacerdoti, sul seminario, sull’Eucaristia, per l’opera dei Sagrarios-calvarios (Tabernacoli-calvari), sull’apostolato, pedagogico-catechetici, e su vari temi di spiritualità. Tra le varie opere ricordiamo: Mi comunión de María, Aunque todos, yo no, Qué hace y qué dice el Corazón de Jesús en el Sagrario, Granitos de sal e alcune altre a carattere devozionale e di ampia diffusione popolare. 
   Non era solo con queste pubblicazioni che voleva portare il suo contributo all’evangelizzazione, ma anche attraverso la collaborazione con il quotidiano «Correo de Andalucía», fondato nel 1899 dall’arcivescovo di Siviglia, il beato Marcelo Spínola y Maestre, per dare vita a una stampa che non fosse avversa alla Chiesa. A sua volta, nel 1907 fondò la rivista «El Granito de Arena» («Il Granello di Sabbia»).  
   Oltre alla penna, don Manuel portò avanti un progetto educativo di grande importanza. Come già aveva fatto quando era arciprete di Huelva, adesso che era diventato vescovo, continuò ad aprire nuove scuole e a promuovere l’insegnamento del catechismo. Contribuì personalmente alle opere sociali in favore dei poveri e dei lavoratori disoccupati. Appena veniva a conoscenza di una sciagura occorsa in qualche parte della sua diocesi, immediatamente correva per consolare, sostenere e portare aiuto effettivo. Accadde così durante un terribile incendio che devastò la zona della Aduana, nella notte dal 25 al 26 maggio 1922. 
   Per conseguire una migliore formazione del clero inviò alcuni seminaristi a studiare a Roma e a Comillas. 
   Vista la felice esperienza delle Marie, individuò la necessità di fondare una congregazione religiosa femminile che lo sostenesse nello sforzo di diffusione del culto eucaristico e rendesse più stabili le opere già avviate. Così il 3 maggio 1921 dette vita alla congregazione delle suore Marie Nazarene, oggi chiamate Missionarie Eucaristiche di Nazaret. Al numero 3 di via Marqués de Valdecañas, in un modesto appartamento, alcune donne appartenenti al gruppo delle Marie si riunirono per vivere in comunità. Dopo la semplice promessa, iniziarono con un corso di esercizi spirituali. Dalle Marie come il più prezioso frutto era nato un istituto religioso. Perché il riferimento a Nazaret? Per molteplici motivi, tra i quali quello per cui, come egli stesso spiegava: «Nazaret significa fiore, ma essendo fiore e conservando gli uffici indicati, esso, preferiva vivere come radice che desse succo senza produrre rumore né sperare nulla. Come Gesù nella sua vita di Ostia!». Inoltre, secondo le intenzioni del fondatore, Nazaret «è l’apprendistato della vita da ostia». Così ogni casa sarà chiamata Nazaret a motivo «della vita nascosta e di preparazione che si deve condurre in essa». Poi, rivolgendo lo sguardo a Dio scrisse: «Cuore di Gesù, che il tuo Nazaret sia scuola per apprendere a parlare come te nel vangelo e a stare zitti come te nel tabernacolo. Madre Immacolata, chiedi allo Spirito santo che sia il Maestro di questa scuola».   
   Il santo voleva che le Missionarie Eucaristiche riflettessero le stesse virtù delle tre donne del Calvario che seguirono Gesù fino alla fine, con fedeltà, senza mai abbandonarlo. Voleva fossero coraggiose, senza remore, né calcoli umani. Ogni comunità sarebbe stata una nuova Nazaret, dove in compagnia di Maria, la Madre di Gesù, queste donne avrebbero riprodotto lo stesso ambiente che si viveva nella Sacra Famiglia. Le suore sarebbero state come semi di quel fiore che Nazaret rappresenta. Come Gesù nel silenzio e nel nascondimento, avrebbero fermentato l’umanità con la ricchezza della carità. Il loro modello sarebbe stato Gesù che si è donato interamente senza riserve per il bene dell’uomo. Consacrate a Cristo avrebbero vissuto in continua adorazione del Figlio di Dio che ha voluto rimanere presente in tutte le chiese della terra. Avrebbero unito contemplazione e azione, andando verso i bisogni dei fratelli, in particolare dei più poveri, degli abbandonati, dei derelitti per portare loro non solo la carità, ma il Pane di Vita, del quale ogni uomo ha consapevolmente o meno bisogno. Il fondatore le volle vere e proprie missionarie per portare al mondo la buona notizia dell’Eucaristia. E una volta fatto conoscere il messaggio eucaristico, avvicinare gli uomini a Gesù presente in tutti i tabernacoli. Se all’inizio, provenivano dalle fila delle Marie, come la confondatrice, María Antonia González, a poco a poco, la congregazione accolse giovani di ogni estrazione sociale e provenienza. Mentre progressivamente le comunità delle Missionarie si diffondevano per la Spagna, nel 1930, il santo affidò alle suore anche l’amministrazione della rivista ed editoriale «El Granito de Arena» («Il Granello di Sabbia»).  
   Nel 1932 pensò anche a un istituto secolare e fondò le Marie Ausiliarie Nazarene (oggi Missionarie Eucaristiche Secolari di Nazaret). Nel 1939 volle anche vi fosse una sezione di aspiranti minori per la gioventù. 
   Tutte le realtà fondate dal santo attualmente sono state integrate nella grande Famiglia eucaristica riparatrice (Fer): per i bambini esiste la Riparazione infantile eucaristica, per i giovani la Gioventù eucaristica riparatrice, per gli adulti l’Unione eucaristica riparatrice, per le religiose le Missionarie Eucaristiche di Nazaret, per le laiche consacrate le Missionarie Eucaristiche secolari e per i sacerdoti i Missionari Eucaristici Diocesani. 
   A proposito dell’Unione eucaristica riparatrice, il santo ne tracciò il programma modulandolo sul motto: «Al maggior abbandono di tutti gli altri, più compagnia propria». Il principale obiettivo era di «dare e cercare, organizzata e permanentemente, al Cuore di Gesù Sacramentato, riparazione del suo abbandono (esteriore e interiore) di messa, comunione e presenza reale, per la compagnia di presenza, compassione, imitazione e fiducia. A mettere queste due parole: tabernacolo e abbandono, la presenza più perenne dei vostri corpi e delle vostre anime, la compassione più sentita con i sentimenti del Cuore di Gesù Sacramentato, l’imitazione più fedele della sua vita eucaristica e la fiducia più  devota nel suo amore misericordioso! Che quando il dardo dell’abbandono va a conficcarsi nel tabernacolo, si veda spinto a una di queste due cose: o a retrocedere perché voi, gli uomini del tabernacolo, non lo lasciate passare, o se ciò non potete, a giungere al tabernacolo gocciolando sangue dai vostri cuori, lacrime dai  vostri occhi ed essenza dalle vostre vite». La presenza orante e silenziosa davanti al Santissimo Sacramento ha il potere di cambiare completamente le anime e di modellarle sull’esempio di Gesù che si donò interamente al Padre per la salvezza dell’umanità. Fare compagnia a Gesù Sacramentato è quindi una grazia che Dio offre alle sue creature, pertanto, ancora una volta l’uomo è debitore nei confronti del Signore. Riparare è perciò un gesto di compassione e di carità ma che produce frutti di bene non solo per le anime, ma in primo luogo per quanti compiono questa azione. 
   Il santo poi descrisse nei particolari quello che l’Unione eucaristica riparatrice rappresenta per la comunità cristiana: essa riconosce «come il maggior male di tutti i mali nell’ordine pratico e causa a sua volta delle peggiori offese a Dio e dei più gravi danni alla Chiesa, alla società, alla famiglia e alle anime, l’abbandono del tabernacolo, e contro di esso viene a lavorare con tutti i mezzi che lo zelo gli detti. Secondo il santo Vangelo, le Marie accompagnarono il Signore: servendolo, ungendolo, piangendo e lamentandosi e stando ai piedi della croce quando tutti l’abbandonarono». Questo doveva essere il programma di vita anche delle Marie, secondo il Fondatore: «Servire il Cuore eucaristico abbandonato o solitario con la comunione e visita ogni giorno e con propaganda per cercare altre comunioni e visite per lo stesso tabernacolo». Quella particolare attenzione a non fuggire, a rimanere vicini a Gesù  quando tutti l’hanno abbandonato per paura o vigliaccheria ricorre sempre negli scritti di don Manuel. La fedeltà al Signore crocifisso, percosso, umiliato, morto e sepolto è la virtù che deve caratterizzare la vita delle Marie e di quanti vogliono riparare le tante ingratitudini da parte degli uomini nei confronti di Gesù.     


   (Dal libro Come un chicco di grano. Biografia di san Manuel González García. A cura di Nicola Gori, El Granito de Arena 2016, pp. 83-89)

A Málaga (Vita di San Manuel González, 5)

   Nell’estate 1915, si aprì una nuova stagione della sua vita: mentre si trovava in vacanza per alcuni giorni presso la famiglia Escribano a Las Navas del Marqués, in provincia di  Ávila, ricevette una lettera da parte del nunzio apostolico in Spagna, l’arcivescovo Francesco Ragonesi (1850-1931). Lo informava che lo avrebbe proposto come vescovo ausiliare della diocesi di Málaga. La notizia lo gettò in grande apprensione, perché non voleva assolutamente diventare vescovo, anzi, il solo pensiero lo metteva in agitazione. Partì, perciò, per San Sebastián dove si trovava il nunzio apostolico per esporgli i suoi dubbi e scongiurare la nomina. Ma non vi fu niente da fare. La decisione era stata presa. D’altronde, era già da un po’ di tempo che la nunziatura seguiva don Manuel. Era stato notato dall’allora nunzio apostolico, monsignor Antonio Vico (1847-1929), durante la III settimana sociale che si svolse nel 1908 a Siviglia. In quell’occasione, il santo aveva tenuto una conferenza sull’azione sociale del parroco. Ma a quel tempo, don Manuel aveva solo 31 anni, un’età ritenuta prematura per farlo diventare vescovo. 
   Dopo il viaggio a San Sebastián, rientrò a Siviglia e si incontrò con l’arcivescovo per informarlo del colloquio avvenuto con il nunzio apostolico. La cattedra episcopale di Siviglia era occupata a quel tempo dal cardinale Enrique Almaraz y Santos (1847-1922), il quale non si mostrò contento della preannunciata nomina, forse perché si era sentito scavalcato. Don Manuel, allora, spiegò che era stato costretto ad accettare, perché gli avevano detto che era volontà del Papa di nominarlo vescovo. Per dimostrare la sua buona fede, firmò un foglio in bianco e lo consegnò all’arcivescovo, dicendogli che vi avrebbe scritto la rinuncia immediata all’episcopato, qualora il cardinale non fosse stato d’accordo. Allora, l’arcivescovo comprese la sua buona fede e la sua umiltà e dette il beneplacito. 
   Ottenuto il consenso del cardinale, non restava che attendere la decisione ufficiale, che arrivò il 6 dicembre 1915, quando Benedetto XV lo nominò vescovo titolare di Olimpo e, al contempo, ausiliare di Málaga. Il giorno successivo ricevette il telegramma da parte della Santa Sede e, il 16 gennaio 1916, venne ordinato vescovo nella cattedrale di Siviglia dal cardinale Almaraz y Santos. A Huelva la sua nomina venne pianta come una sciagura, perché la sua parrocchia e la città avrebbero perso la sua preziosa presenza. Molti si preoccupavano anche per il futuro di tante opere intraprese. Cosa sarebbe stato di loro? Sarebbero state inevitabilmente abbandonate al loro destino? Tanti timori attraversavano le menti di quelli che fino ad allora avevano collaborato con il santo. 
   Da parte sua, don Manuel ripeteva che sarebbe stato il vescovo del tabernacolo abbandonato, come già ne era stato il parroco. Sarebbe stata questa la sua principale caratteristica che avrebbe impresso al suo ministero episcopale. Occorreva fare in fretta, perché la diocesi di Málaga richiedeva la sua presenza. Così, il tempo per congedarsi dai suoi amici, collaboratori, conoscenti e i ragazzi assistiti fu ridotto dal 20 gennaio all’8 febbraio. Dato l’addio alla sua parrocchia, non restava che organizzare l’ingresso ufficiale nella diocesi che il Papa gli aveva affidato. Accolto con tutti gli onori, il 25 febbraio, giunse a Málaga, dove incontrò l’anziano vescovo Juan Muñoz Herrera (1835-1919). La situazione che don Manuel trovò in diocesi non fu per niente facile: monsignor Muñoz Herrera per motivi di salute aveva lasciato il governo pastorale in mano dei suoi collaboratori. Come spesso avviene in questi casi, ognuno si era ritagliato un pezzetto di potere. Varie rivalità serpeggiavano tra i sacerdoti e il nuovo vescovo veniva a incrinare certe rendite e compromessi che facevano comodo a molti. Sorsero così immediatamente dei problemi e incomprensioni con i collaboratori dell’anziano vescovo che fecero di tutto per ostacolarlo. Neppure trovò comprensione e appoggio in monsignor Muñoz Herrera, che arrivò al punto di confinarlo in poche stanze del palazzo episcopale. La situazione era talmente difficile che don Manuel, il 9 gennaio 1917, decise di scrivere una lettera a monsignor Ragonesi, nella quale sottolineava che la coabitazione di due vescovi in diocesi e il conflitto che si era creato erano uno scandalo per la Chiesa e per le anime. Per questo, gli chiedeva il permesso di svolgere ministero itinerante, oppure, di presentare la rinuncia al governo pastorale. Il nunzio apostolico non voleva neppur sentire parlare di rinuncia da parte di don Manuel, pertanto lo lasciò libero di dedicarsi a tempo pieno al ministero pastorale in diocesi. Da parte sua, il santo, nonostante le ostilità e le difficoltà incontrate, rimase sempre internamente sereno e fiducioso nella Provvidenza divina che a suo tempo sarebbe intervenuta. 
   Visto l’invito del nunzio apostolico, le difficoltà incontrate in curia e il mancato appoggio di monsignor Muñoz Herrera, da quel momento decise di occuparsi della predicazione e della formazione dei sacerdoti. Si realizzava così il suo sogno: essere il vescovo dei tabernacoli abbandonati. Avrebbe svolto il ministero itinerante tra la gente, a contatto con il popolo, andando in cerca della pecorella perduta, sperimentando le fatiche e le gioie del ministero come un tempo, quando era semplice parroco. Avrebbe però annunciato la Parola di Dio con l’autorità di un successore degli apostoli per portare a tutti la misericordia e la grazia divina. Nel marzo 1916 cominciò la visita pastorale alle parrocchie cittadine che poi estese a quelle di tutta la diocesi. Ben conosceva come doveva svolgersi la vita nelle comunità e sapeva quali fossero le difficoltà, i problemi, le attese. Quando arrivava in una parrocchia, il suo interesse principale era che il Santissimo Sacramento avesse la degna lode e il giusto posto nella vita comunitaria e personale. Poi si occupava che venisse ben impartito il catechismo e vi fosse un’adeguata struttura scolastica per l’educazione delle nuove generazioni. 
   Mentre don Manuel continuava a girare la diocesi predicando ed esortando, monsignor Muñoz Herrera decise di ritirarsi a vita privata ad Antequera presso i suoi parenti. Fu così che il 20 gennaio 1917 la Santa Sede poté nominare don Manuel amministratore apostolico della diocesi.  Adesso, anche se non interamente, era  libero di dedicarsi al governo pastorale della comunità a lui affidata. In quel tempo, purtroppo, un grave dolore lo colpì: il 29 marzo morì suo padre. Solo la fede e la speranza lo sostennero dal punto di vista umano. Il 26 dicembre morì anche il vescovo Muñoz Herrera. Era venuto così a mancare l’ostacolo che gli aveva impedito fino ad allora di assumere completamente il governo della diocesi. Infatti, qualche mese dopo, il 22 aprile 1920, Benedetto XV lo nominò vescovo residenziale di Málaga. Come era abitudine al tempo, il nuovo vescovo offriva un fastoso banchetto per festeggiare la nomina. Egli, al contrario, preferì celebrare la messa e condividere il banchetto con circa 3.000 poveri. Un segnale di discontinuità e di semplicità rispetto ai precedenti episcopati e un modo per sottolineare l’importanza di occuparsi degli ultimi e dei più deboli. 
   Lo attendeva, come era ben abituato, un enorme lavoro pastorale, perché conosceva quanto la diocesi fosse piena di problemi e di contraddizioni. Per prima cosa, si occupò del clero e della sua formazione. Visitò chiese e cappelle e, come era sua caratteristica, zelò il culto eucaristico. Purtroppo, gli ex collaboratori del vescovo Muñoz Herrera non perdevano occasione per ostacolarlo e denigrarlo. Oltre a ciò, alcuni sacerdoti gli si opposero subdolamente e uno di loro sembra gli puntasse la pistola al petto. Una volta nel visitare una parrocchia trovò la chiesa quasi abbandonata. Chiese di parlare con il parroco, ma non volle riceverlo. Allora, prese il tabernacolo e se lo portò con sé in episcopio. 
   Molti episodi si potrebbero raccontare, ma quello che più lo faceva soffrire erano le calunnie che mai gli mancarono. Perfino alcuni canonici del Capitolo si misero contro di lui. In effetti, nel suo servizio ministeriale e pastorale stava andando a toccare rendite ormai acquisite da parte di alcuni esponenti del clero e ciò provocava la loro reazione. Arrivò perfino a destituire un parroco, cosa che gli procurò le ostilità dei suoi familiari. C’era chi lo accusava di essere intransigente, altri lo apprezzavano perché vedevano in lui il vescovo che si occupava veramente della diocesi e potava la vite perché desse più frutti. Da parte sua, don Manuel viveva tutte queste difficoltà offrendole a Dio, al suo Cuore, in espiazione e riparazione dei peccati e per il bene dei fratelli, in particolare dei sacerdoti. La croce era il suo pane quotidiano, ma aveva già messo in conto che così sarebbe stato, perché per assomigliare al Maestro doveva passare per la via dolorosa. Sapeva anche che il gregge a lui affidato non era sua proprietà, ma del Signore, egli si considerava solo l’amministratore che doveva rendere conto del suo operato. D’altra parte, l’essere vescovo, cioè successore degli apostoli, lo spingeva per primo a sacrificarsi senza sosta per il bene dei suoi fedeli e perciò ogni difficoltà, sofferenza od ostacolo li viveva come un’occasione per santificarsi. 
   Come sappiamo, fin dai primi anni della sua ordinazione aveva individuato nella formazione del clero uno dei punti deboli della comunità cristiana. Alcuni preti non erano assolutamente in grado di compiere un proficuo ministero pastorale, in quanto mal preparati e poco profondi spiritualmente. Per risolvere la situazione, il santo comprese che occorreva intervenire fin dai primi anni di formazione. Fu così che decise di costruire un nuovo seminario in sostituzione di quello fatiscente. Ciò avrebbe permesso di impostare una formazione più adatta ai tempi e di intervenire quanto prima per compiere una capillare azione vocazionale. Il problema da risolvere non era indifferente, se si considera che dal 1915 al 1918 dal seminario diocesano erano usciti solo 18 nuovi sacerdoti. 
   Per fondare un nuovo seminario occorrevano però notevoli risorse economiche per far fronte all’ingente spesa. Fu così che don Manuel ricorse immediatamente alla Provvidenza divina. Era sicuro che sarebbe intervenuta per aiutarlo a portare a termine il progetto. Si rivolse poi ad alcuni benefattori sui quali sapeva di poter contare e per dare l’esempio per primo versò pro costruzione del seminario i proventi incassati dai diritti d’autore dei suoi libri. Nella gara di solidarietà si distinse la duchessa di Nájera che donò una pietra preziosa. La vendita di questa gemma gli servì per dare inizio ai primi lavori. Da ora in poi, ogni raccolta di fondi sarebbe stata destinata alla costruzione del nuovo edificio. Con grandi speranze, la prima pietra venne posta il 16 maggio 1920. Occorsero quattro anni per veder completato il seminario e poter iniziare i primi corsi. Tante fatiche furono ricompensate: nel biennio 1924-1925 si iscrissero 210 seminaristi. La cappella venne inaugurata successivamente, il 21 aprile 1926. Don Manuel era molto contento di questa nuova fondazione e la considerava come il fiore all’occhiello della sua diocesi. Si preoccupava molto che gli alunni giungessero a essere un giorno sacerdoti secondo il Cuore di Cristo, devoti dell’Eucaristia e pronti a guadagnare le anime a Dio senza pensare al proprio interesse. Per questo, intervenne sul piano di studi e impresse la disciplina necessaria alla formazione. Purtroppo, i superiori del seminario si opponevano ai cambiamenti, perché erano ancora quelli nominati dal vescovo precedente. Fu così che dovette cambiare i vertici e volle che da quel momento in poi vivessero insieme con gli alunni cercando di ricreare il clima di una vera famiglia. Non mancava nemmeno chi l’accusava di aver sperperato del denaro inutilmente per questa costruzione. L’accusa principale era quella di aver voluto un edificio troppo sfarzoso. Altri criticavano il piano di studi che secondo loro era inadatto per una buona preparazione in teologia, al massimo poteva servire per insegnare il catechismo. Noncurante delle accuse, don Manuel si occupò in prima persona dei seminaristi, non perdeva occasione per andarli a trovare e conversare con loro, dava consigli, pregava con loro, curava le coscienze, predicava e vigilava sul buon andamento del corso di formazione. Ben presto il numero di seminaristi crebbe fino a trecento. 
   Dal punta di vista sociale, non mancarono critiche e opposizioni. Da un lato c’era la propaganda protestante che cercava di sottrarre fedeli alla Chiesa cattolica, dall’altro, l’attività dei massoni che volevano screditarlo e impedirgli di continuare a portare avanti le sue opere. Tuttavia, davanti a questa ondata di critiche, il santo non si perse mai d’animo. Gettò ogni preoccupazione nel Cuore di Gesù, al quale aveva affidato tutta la comunità diocesana, compreso il seminario e i suoi preti. Per meglio provvedere alla santificazione del clero e dei fedeli, nel 1918, fondò i Sacerdoti Missionari Eucaristici Diocesani, con lo scopo di riparare Gesù presente nei tabernacoli abbandonati e stare vicini ai sacerdoti. In quell’anno compì un viaggio nel nord della Spagna: visitò Madrid, Bilbao, San Sebastián e Barcellona. 
   Nel 1927 volle che sulla facciata della chiesa del seminario venisse esposta una immagine del Sacro Cuore rivolta verso la città. Era il segno più evidente che tutta la comunità era stata posta sotto la protezione del Cuore di Cristo. Allo stesso modo, zelò la devozione alla Vergine Maria, in particolare a Nostra Signora della Vittoria, patrona di Málaga. 


   (Dal libro Come un chicco di grano. Biografia di san Manuel González García. A cura di Nicola Gori, El Granito de Arena 2016, pp. 71-79)

domenica 26 novembre 2017

Le Marie (Vita di San Manuel González, 4)

   Il 4 marzo 1910 dette vita all’Opera delle Tre Marie, con lo scopo di formare un gruppo di fedeli sull’esempio delle tre donne di cui parla san Giovanni nel suo Vangelo, e che la tradizione identifica in Maria la Madre di Gesù, Maria di Cleofa e Maria di Magdala. Come queste donne seguirono Gesù nei tre giorni della sua Passione, morte e resurrezione e si recarono al sepolcro per ungerne il corpo, così le nuove Marie dovevano occuparsi di adorare l’Eucaristia conservata nei tabernacoli, specialmente in quelli più abbandonati. La cerimonia di fondazione si svolse nella cappella del Santissimo Sacramento della parrocchia di San Pietro. Don Manuel indicò i compiti che questa Opera doveva avere: «Provvedere di Marie adoratrici i tabernacoli deserti, convertiti oggi in Calvari per l’ingratitudine e l’abbandono dei cristiani. L’Opera si dedicherà, quindi, come al suo obiettivo essenziale e necessario, a cercare che non ci sia tabernacolo senza le sue tre Marie». 
   Nelle sue intenzioni, il Fondatore voleva che queste Marie fossero donne con una forte interiorità e con uno spirito di oblazione che le avvicinasse a Cristo. A questo proposito, scriveva: «La Maria sa che, per parlare del tabernacolo e del Gesù che dentro di esso vive, non dovrebbe avere più verbi tra gli uomini che quelli che significano amore grato: come credere, adorare, confidare, sperare, cercare, comunicare, imitare, amare, essere e fondersi di amore..., ma disgraziatamente, vede, ascolta e legge le dolcissime parole Gesù Sacramentato unite a queste amarezze e bruttezze: profanato, negato, dibattuto, rubato, pugnalato, sacrilegamente mangiato,  sputato e tutto questo varie volte e sempre, sempre in maggior o minore intensità quell’altra, se non tanto offensiva, al sembrare, come le altre più funestamente trascendentale: “abbandonato”!». Parole che non lasciano dubbi riguardo alla missione che hanno le Marie di imitare il Maestro, perché non basta solo far compagnia a Gesù nel tabernacolo, ma serve assimilarsi a Lui, pensare come Lui pensava, operare come Lui operava, comportarsi come Lui si comportava. Il Vangelo è il fondamento delle Marie, al quale si ispirano e guardano come al libro di vita da seguire. Il santo è stato molto chiaro al riguardo: «L’Opera delle Marie nacque nella fedeltà di Galilea, si battezzò nelle lacrime della strada dell’Amarezza, si confermò nel sangue del Calvario e si perpetuò nell’amore dell’Eucaristia... Già si nota quanto è antica la nostra Opera: per questa ragione non ammetto che mi dicano che sono stato colui che l’ha fondata, ma chi per misericordia di Dio ne ha sentito la mancanza...». Si riconferma ancora una volta che la missione delle Marie è strettamente legata all’annuncio evangelico. Infatti, trovano la ragione d’essere nel momento in cui Gesù iniziò la sua dolorosa passione che si concluse con la sua morte e risurrezione, come scriveva don Manuel: «L’ufficio delle Marie del Vangelo sempre esercitato e quello che potrebbe chiamarsi caratteristico, fu lo stare con Gesù, supplendo ciò che poteva mancare. Avere per il Maestro degli occhi che sempre lo guarderanno, degli orecchi che sempre lo ascolteranno, dei piedi che sempre lo seguiranno, un cuore che sempre batterà all’unisono con il suo, e questo più che per convenienza o svago propri, volentieri e per riparazione e gloria sua, ciò fu il grande ufficio delle Marie». Queste donne saranno le mani, i piedi, le membra di Cristo per portare agli altri la sua misericordia, per curare, amare, abbracciare, consolare, fasciare le ferite dell’anima e del corpo di tanti fratelli sparsi per il mondo. Dovranno farlo con quella donazione e generosità che contraddistinse le Marie del Vangelo, dovranno essere come loro, donne senza timore, che per servire il Maestro e in Lui tutti i fratelli, non si risparmieranno pericoli e fatiche. Ecco, perché guardando alle scene evangeliche, il santo esclamava: «Le Marie del Sepolcro! Delicatezze di amore, generosità della pietà, eroismo della fedeltà, valenza della debolezza, qui avete la vostra Opera e la vostra immagine! Così si ama! Così si ama fino alla fine! Se la storia dei miei uomini nella mia Passione può scriversi con l’“abbandono, fuggirono tutti!” del mio Evangelista, la storia delle mie Marie si dovrebbe scrivere con “Maria Maddalena andò di mattino prima dell’alba al sepolcro”...». Ecco svelato il ruolo delle Marie: amare con la caratteristica tipicamente femminile, con i dettagli dell’affetto, della tenerezza, della dolcezza. Con la stessa fedeltà che ebbe la Maddalena nel voler rimanere accanto al Maestro, perché aveva perduto il più grande amore della sua vita, Colui che solo aveva parole di vita eterna, senza il quale l’esistenza le era diventata improvvisamente senza senso. Da qui, la sintetica frase di don Manuel che definisce il compito di queste donne: «Tutto il vocabolario eucaristico si riduce a due parole: Compagnia! e abbandono! Niente più!». Due realtà opposte l’una all’altra: all’abbandono si contrappone la compagnia. Davanti alla desolazione, alla solitudine, alla mancanza di sostegno umano e di affetto, le Marie fanno compagnia, cioè offrono la loro presenza, la loro natura, il loro modo di amare e di stare insieme per vivere il mistero eucaristico. Tutto il resto è superfluo! 
   A poco a poco, l’Opera si diffuse nelle parrocchie della diocesi, della Spagna e poi in varie nazioni. Nel 1913 anche a Cuba venne fondato il primo gruppo di Marie. La prima Maria a diventare missionaria e a fare apostolato al di fuori di Huelva fu Mercedes López, che si spostò a Palos de Moguer. Visitò il Santissimo Sacramento, lo adornò con dei fiori, rimase in adorazione silenziosa, poi sollecitò la gente a fare compagnia a Gesù spiegando i benefici della devozione eucaristica. 
   Visto il rapido diffondersi di questa pia unione, il santo pensò di associare alle Marie anche il ramo maschile. Gli erano rimasti impressi i racconti evangelici in cui si narra che san Giovanni, il discepolo prediletto, era sempre stato vicino a Gesù. E’ stato lui che, ai piedi della croce, ha accolto la Vergine Maria come la più preziosa eredità lasciata dal Maestro. Questa fedeltà a Cristo fino alla fine davanti alla solitudine e all’abbandono del Calvario lo colpì profondamente. Fu così che poco tempo dopo le Marie, fondò i Discepoli di san Giovanni, perché anche loro si mostrassero fedeli amici di Gesù quando tutti gli altri lo avevano abbandonato. Il primo gruppo era composto da ventidue giovani che si impegnavano a comunicarsi quotidianamente e a visitare il Santissimo Sacramento in spirito di riparazione. Nel gruppo dei Discepoli di san Giovanni coinvolse anche i seminaristi e i sacerdoti, che formarono i «giovanni sacerdotali» e i «giovanni seminaristi». 
   Poco più tardi,  pensò anche di coinvolgere i bambini in questa attività eucaristica e fondò il gruppo I Giovannini, che poi cambiò in Bambini riparatori o Riparazione infantile eucaristica. Coinvolse anche questi ragazzi per risvegliare la pratica cristiana tra la gente. Radunò una banda giovanile e la mandò in giro per la città con degli striscioni con sopra scritto: «Cristiani a messa; lo comanda Dio!».
   Era talmente convinto che la santità si raggiunge solo se uniti a Cristo e alla fonte della grazia che si trova nel suo Corpo e nel suo Sangue che ogni anno rendeva noto il numero di comunioni distribuite nel suo apostolato. Compiva tutto tenendo presente la volontà del suo «Amo» («Il Padrone»), come chiamava con affetto e riverenza Dio. Di pari passo all’attività pastorale andavano anche le opere caritative ed educative a favore della gioventù. Nei giorni 1° e 2 aprile 1911, l’arcivescovo di Siviglia benedisse e inaugurò la chiesa e le scuole della colonia del Polvorín, che nel 1914 vennero affidate alle suore della Compagnia di Santa Teresa, fondate dal beato Enrique de Ossó y Cervelló (1840-1896). 
   Il 27 novembre 1912, accompagnando l’arcivescovo di Siviglia a Roma che doveva ricevere la berretta cardinalizia, ebbe la gioia di poter incontrare Pio X, al quale spiegò la sua opera eucaristica e quanto stavano facendo le Marie nelle parrocchie e nelle chiese abbandonate della Spagna. 
   Si interessò anche a quello che avveniva a livello ecclesiale nazionale alzando lo sguardo oltre la sua parrocchia e l’arcidiocesi. Partecipò all’assemblea di Azione sociale cattolica che si svolse a Granada e nel 1913 al congresso catechistico nazionale di Valladolid. In quell’anno compì un viaggio sulle orme di santa Teresa di Gesù: Salamanca, Alba de Tormes e Ávila. Purtroppo, il 16 gennaio 1914 un grave lutto lo colpì: la morte di sua madre, alla quale era molto legato.
   Tanta attività pastorale e caritativa non lo distolse dall’attenzione alla sua parrocchia. Il suo zelo lo spinse a spendersi interamente per i suoi fedeli. Sostava nel confessionale in attesa di qualche penitente. Predicava anche più volte al giorno e insegnava il catechismo a quanti più ragazzi poteva. Senza dimenticare le visite ai malati, ai poveri e agli anziani abbandonati. In occasione di alcune tragedie avvenute in città e nei dintorni si premurò di far avere beni e viveri a quanti erano stati colpiti dalle calamità. Si occupò anche delle vocazioni al sacerdozio e aprì una sorta di seminario minore in un luogo di fortuna: nella stanza delle campane della chiesa di San Pietro. Fondò anche l’Opera di vocazioni del Sacro Cuore di Gesù. Dove trovare i fondi necessari per le tutte queste attività? Don Manuel organizzava regolarmente delle lotterie e invitava chi aveva possibilità economiche a condividerle con gli altri. Tanto zelo provocò la reazione degli ambienti anticlericali che lo calunniarono, lo minacciarono e giunsero perfino a volerlo morto. Il clima era talmente surriscaldato dal punto di vista sociale, che un giorno gli si presentò in sacrestia un uomo armato di pistola con l’intenzione di ucciderlo. Mentre aveva l’arma puntata al petto, il santo non si perse d’animo, fiducioso in Dio, riuscì a far ragionare l’uomo, che desistette dalle sue intenzioni e si convertì. 
   Tutta la sua vita ruotò intorno al principio di voler «eucaristizzare» le realtà che lo circondavano, come scriveva al proposito: «Sono convinto  e persuaso che nell’eucaristizzazione della scuola, del pulpito, di centri di azione, dei procedimenti apostolici, di tutto il lavoro e degli orientamenti tutti della vita cristiana sta il summum della sua sicurezza, efficacia e prosperità, e questa persuasione di tal modo mi spinge e assorbe che, oggi per oggi, e Dio sia benedetto perciò, quando penso, dirigo, scrivo e respiro a questo solo va: quanto di scritti, opere, bambini, vecchi, uomini, donne e di quanto mi circondi o riguardi, germogli perennemente in un modo o nell’altro, e ognuno nel suo linguaggio, l’inno e cantico della fede, del riconoscimento e dell’amore al Cuore di Gesù Sacramentato». Leggendo queste parole, viene in mente la celebre frase paolina nella prima Lettera ai Corinzi: ricapitolare tutte le cose in Cristo. La spiritualità di don Manuel è quindi strettamente cristocentrica, riconduce ogni attività e pensiero al Salvatore. Niente sfugge di quanto è stato creato al desiderio di riportarlo interamente al Redentore.  La via più semplice per raggiungere questo obiettivo è quella di usare dei benefici e delle grazie che sgorgano dal Cuore eucaristico di Gesù, dal quale abbiamo ricevuto ogni pienezza. Non meraviglia, quindi, che il santo invitasse con fermezza a guardare senza indugi al modello del Buon Pastore per svolgere ogni attività apostolica. Anzi, era convinto che ogni battezzato dovrebbe ricalcare nella sua vita le stesse virtù e caratteristiche interiori di Gesù, soprattutto nell’abbandono al Padre e nella fiducia completa nella sua Parola. Il santo poi spiegò nei dettagli cosa intendesse per «eucaristizzare»: «L’azione di tornare a un popolo pazzo di amore per il Cuore eucaristico di Gesù». Ecco qui il segreto del discepolo di Cristo: amare Dio e i fratelli. Senza questo aspetto fondamentale ogni sequela sarebbe vana. Volgere lo sguardo al Signore, tornare con il cuore contrito a Lui, riconoscerlo non solo come Maestro, ma come unico Salvatore dell’uomo è ciò che più di ogni altra cosa ogni cristiano deve tenere ben presente. Don Manuel in questa frase sottolineava anche un altro aspetto: non si  può essere discepoli separati, non si ama isolati dagli altri, ma si deve tornare a essere un popolo, cioè una comunità che ama all’unisono. Rientra in questo disegno l’eucaristizzazione di ogni realtà che ci circonda, a cominciare dal catechismo, al quale il santo attribuiva grande importanza. Scriveva a questo proposito: «L’eucaristizzazione di esso significa che quanto dica, faccia, dia, studi e preghi il catechista, tenda a risvegliare e sviluppare nel bambino la fede viva, il gusto e il senso della presenza reale di Gesù nella Sacra Eucaristia». Anche la catechesi, quindi, deve servire per ricondurre le anime a riconoscere e amare Gesù presente nell’Eucaristia. Occorre perciò approfittare degli insegnamenti della Chiesa per riscoprire quel tesoro di grazie che Dio ha voluto lasciare agli uomini sulla terra: la presenza viva di Cristo nel Sacramento dell’altare.


   (Dal libro Come un chicco di grano. Biografia di san Manuel González García. A cura di Nicola Gori, El Granito de Arena 2016, pp. 61-68)

sabato 4 marzo 2017

1910 - 4 marzo - 2017

Anniversario della fondazione della Famiglia Eucaristica Riparatrice

La migliore opera di carità: annunciare il Vangelo vivo dell’Eucaristia

   A Huelva (Spagna), il 4 marzo 1910, primo venerdì del mese, nacque l’Opera delle tre Marie e dei discepoli di San Giovanni per i tabernacoli-calvari, oggi conosciuta come Unione eucaristica riparatrice. In quel giorno, San Manuel González rese partecipe a un gruppo della sua parrocchia di San Pietro della sua esperienza carismatica.
   La sua missione è eucaristizzare: avvicinare tutti all’Eucaristia e metterli dentro al Cuore di Gesù che palpita per essi, perché vivano la vita che da Lui scaturisce. Sono inviati «a portare prontamente al popolo questo Vangelo dell’Eucaristia; il popolo ha smesso di sentire per Gesù Cristo quella irresistibile simpatia che lo portava a seguirlo, fino a dimenticarsi del cibo, perché ha smesso di vederlo. Gesù e il popolo si comprendono al solo vedersi. Questa è la migliore opera di carità individuale e sociale che possiamo voi e noi fare per il popolo: mostrare Gesù, farglielo vedere.
   Come? Predicandogli il Vangelo vivo dell’Eucaristia, e predicandolo con tal nudità di pretese oratorie, con tal vivezza di fede, con tal persuasione di parola e conformità di vita alla parola, che all’eco della nostra predicazione giunga il popolo quasi a udire e vedere e percepire Gesù fino alle sue naturali simpatie nell’Ostia consacrata».


martedì 21 febbraio 2017

Abbandono e compagnia

   "Ho letto il santo Vangelo e mi sono imbattuto nelle parole, molte volte ripetute, 'non ricevere, non riconoscere, non credere, non ringraziare, non abbandonare', che avevano per sogetto della propria azione non solo i lontani, ma anche gli amici, e per termine di riferimento Gesù.
   Se io potessi aprire le porticine d'oro, d'argento, di bronzo o di legno dei tabernacoli di tutto il mondo, e non solo quelli manifestamente abbandonati, sporchi o mal custoditi, ma anche quelli più curati e visibilmente frequentati, e domandassi a Gesù che vive in essi:
- Soffri qui l'abbandono degli uomini?
- Anche dei tuoi amici?
- Hanno essi con te un rapporto come quello tra persone e intimo?
   Che risponderebbe Gesù?
   Il primo venerdì del marzo 1910, nel tabernacolo della parrocchia di San Pietro in Huelva (Spagna), dove Gesù aveva patito tanto abbandono, sorse, come eco di una risposta molto triste di Gesù a quelle domande, un'opera composta di anime che si impegnavano a dichiarare guerra, e guerra senza quartiere, ad ogni forma di abbandono, chiamasi essa solitudine, indifferenza, durezza di cuore, ingratitudine, infedeltà, slealtà per e con Gesù nel tabernacolo. Questa Opera è l'Opera delle Tre Marie e dei Discepoli di San Giovanni per i Tabernacoli-Calvari.
   Il suo motto: A maggior abbandono degli altri, più compagnia propria.
   Il suo grido di guerra: Anche se tutti... io no.
   Il suo anelito incessante: Dare e cercare organizzata e permanente riparazione al Cuore di Gesù Sacramentato del suo abbandono (esteriore ed interiore) nella Messa, Comunione, Presenza reale permanente con la compagnia di presenza, compassione, imitazione, fiducia, in unione di Maria Immacolata, del discepolo fedele e delle Marie che gli fecero compagnia ai piedi della croce...
   Che bello porre tra queste due parole: tabernacolo e abbandono, la presenza più perenne dei vostri corpi e delle vostre anime; la compassione più sentita verso i sentimenti del Cuore di Gesù sacramentato; la imitazione più fedele della sua vita eucaristica e la fiducia più remissiva nel suo amore misericordioso!"
San Manuel González