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venerdì 3 gennaio 2025

4 gennaio: Memoria liturgica di San Manuel González

 

"Oh Dio, che hai unito alla schiera dei santi pastori il vescovo san Manuel González, 
mirabile per l'ardente carità e per la fede intrepida che vince il mondo, 
per sua intercessione fa' che perseveriamo nella fede e nell'amore, 
per aver parte con lui alla tua gloria."

lunedì 20 novembre 2023

Nuovo libro su San Manuel González!

Una vita chiamata a riparare l'abbandono

Il testo "San Manuel Gonzalez Garcia una vita chiamata a riparare l'abbandono" di Don Federico Locci, parroco a Cagliari della Comunità dei Santi Pietro e Paolo, costituisce un approfondimento del lavoro scientifico fatto dall'Autore in occasione della Tesi del Dottorato in Teologia Pastorale da lui conseguito presso la Pontificia Facoltà Teologica della Sardegna nel 2016: "La spiritualità e la teologia eucaristica nella missione pastorale e nell'azione sociale del Beato Manuel González García". Con il presente lavoro di carattere divulgativo, l'Autore intende contribuire alla conoscenza della vita e delle opere del Santo spagnolo, conosciuto come "Vescovo del Tabernacolo abbandonato", beatificato dal Papa San Giovanni Paolo II il 29 aprile 2001 e canonizzato da Papa Francesco il 16 ottobre 2016. Dallo studio emerge l'interesse e la passione dell'Autore che, in modo completo e approfondito, presenta il pensiero e l'attività pastorale e sociale di questo dinamico pastore, vissuto in Spagna tra il 1877 e il 1940. La pubblicazione di Don Federico Locci costituisce un notevole e prezioso contributo alla conoscenza della figura di questo Sacerdote e Vescovo, distintosi come autorevole guida spirituale, formatore di coscienze cristiane, brillante predicatore e scrittore; un protagonista indiscusso della storia ecclesiastica e civile spagnola nei primi decenni del ventesimo secolo.

+ info: Novità editoriale Libreria del Santo

martedì 7 novembre 2023

Preghiera per le Vocazioni sacerdotali e religiose (San Manuel González)

Manda operai alla tua messe, Signore
Signore Gesù, di fronte a tanti seminari e noviziati senza vocazioni e a tanti popoli senza sacerdoti e apostoli, col nostro cuore commosso dalla pena che fece prorompere, dal tuo, quell’angosciato lamento: la messe è molta, ma gli operai sono pochi, obbedienti al tuo comando di pregare per tale scopo, ti supplichiamo:

- Perché non manchi chi conduca a Te i fanciulli.

Manda operai alla tua messe, Signore.

- Perché i ciechi nell’anima vedano e i sordi ascoltino, i morti risuscitino e i poveri vengano evangelizzati. Manda…

- Perché quanti sono oppressi dal demonio ne siano liberati, i giusti aumentino in bontà e i santi si santifichino ancor più. Manda…

- Perché in ogni popolo ci sia sempre chi, indicando a tua Madre, dica ai suoi abitanti: ecco qui vostra Madre. Manda…

- Perché tutti coloro che soffrono vengano a Te e, riposandosi sul tuo petto, trovino la pace. Manda…

- Perché in ogni luogo si offra al tuo nome l’oblazione dell’Ostia pura, santa e immacolata. Manda…

- Perché ogni giorno si realizzi il tuo grande desiderio che i tuoi discepoli mangino la tua Pasqua e la casa del tuo banchetto sia sempre piena. Manda…

- Perché non rimanga un solo popolo senza Tabernacolo e senza il sacerdote che conduca ad esso i suoi abitanti. Manda…

- Perché il tuo nome sia santificato, venga il tuo regno eucaristico, e per tutti gli uomini della terra si compia la tua volontà, come per gli angeli in cielo. Manda…

- Signore, la messe è molta, ma gli operai sono pochi.

Mandaci santi sacerdoti e religiosi, secondo il tuo Cuore.

- Maria Immacolata, Madre e Regina delle anime consacrate.

Di’ a tuo Figlio, con la stessa efficacia delle nozze di Cana: I miei figli della terra non hanno sacerdoti e religiosi.

- Angeli custodi dei fanciulli e dei loro genitori, San Giuseppe, Patrono della Chiesa Universale.

Chiedete e lavorate per l’incremento delle Vocazioni sacerdotali e religiose.


lunedì 3 maggio 2021

I primi 100 anni delle Missionarie Eucaristiche di Nazaret

Le Missionarie Eucaristiche di Nazareth sono nate nella Chiesa come un germoglio della presenza dello Spirito in essa. Ognuna di noi è stata aggraziata con il dono della vocazione, per partecipare al carisma che ha ricevuto il nostro Fondatore, San Manuel González. La sua fede, illuminata dallo sguardo penetrante di Gesù, gli fa percepire l'abbandono dell'Eucaristia e le ripercussioni che ha sulla vita delle persone. L'abbandono dell'Eucaristia ha come conseguenza - diceva - "anime e società private di fiumi e mari di beni" (L'abbandono dei tabernacoli accompagnati, in O.CC. I, n. 149). A partire da questa esperienza - come molti lettori di questa rivista già sanno – San Manuel dedicò tutta la sua vita a riparare questo abbandono eucaristizzando. Mosse dall'anelito di ravvivare il dono ricevuto (cfr. 1 Tim 1,6), e in armonia con l'ispirazione del nostro Fondatore, abbiamo scelto per la celebrazione del giubileo della nostra fondazione il motto: Nate per Eucaristizzare.

Eucaristizzare il mondo è lo scopo della Congregazione: annunciare agli uomini di tutti i tempi e luoghi la Vita che sgorga dal Cuore di Cristo nell'Eucaristia (cfr. Gv 10,10). Un Cuore che ci ha amato "fino alla fine" nell'Ultima Cena, sulla Croce, nella Risurrezione. Un Cuore che, oggi, possiamo continuare ad accogliere e ricevere in ogni Messa, in ogni Comunione, in ogni Tabernacolo, perché lì si attualizza il dono della salvezza. Eucaristizzare è essere testimoni "di quell'incommensurabile dono di sé: nell'Eucaristia Gesù non dà 'qualcosa' ma se stesso" (Sacramentum caritatis, 1) e la comunione con Lui ci porta a scoprire che siamo per donarci agli altri.

La nostra missione, nella storia di oggi, continua ad essere necessaria, come lo è stata nel corso degli anni, poiché l'Eucaristia è un dono offerto per la vita del mondo. Nemmeno nell'Ultima Cena Gesù limita il suo sguardo al piccolo gruppo che lo accompagna, ma quando dice ai suoi discepoli: "Fate questo in memoria di me" (Lc 22,19), ha nella sua mente e nel suo cuore molte altre persone che lungo i secoli avrebbero accettato l'invito a sedersi alla Mensa eucaristica e a fare comunione del Corpo del Signore. Altri, invece, l'avrebbero rifiutata o sarebbero stati insensibili e indifferenti a questa chiamata, in una parola, l'avrebbero abbandonata.

Di fronte a questo, siamo chiamate a dare una risposta di amore riparatore coinvolgendoci nelle condizioni critiche di mancanza d'amore e di abbandono che ci sono contemporanee. Da queste situazioni che ci colpiscono e ci provocano, nascono le nostre criticità, le nostre sfide, che alla fine sono gli inviti che il Signore ci fa per essere ciò per cui siamo stati chiamate e convocate. Per questo è necessario avere occhi nuovi per vedere bene la realtà e discernerla correttamente e, soprattutto, la forza e la sapienza dello Spirito, l'unico capace di far risorgere il nuovo che deve nascere. Tra le sfide che noi Missionarie Eucaristiche di Nazareth abbiamo davanti a noi mentre celebriamo il Centenario della nostra fondazione, ne indicherei una in particolare, da cui scaturiscono altre e che, soprattutto, ci orienta verso uno stile di vita e di missione, per essere significativi oggi nella Chiesa e nel mondo, e cioè: un profondo anelito alla santità. Il più grande bene che possiamo fare per il nostro mondo è rispondere alla chiamata alla santità: essere ciò per cui siamo state scelte. Perché voglio sottolineare questa sfida? Come risposta a questa domanda riporto alcune parole di Papa Benedetto XVI: "I santi, nelle vicissitudini della storia, sono stati i veri riformatori che hanno così spesso sollevato l'umanità dalle valli oscure in cui è sempre in pericolo di cadere. [...] Solo dai santi, solo da Dio viene la vera rivoluzione, il cambiamento decisivo nel mondo" (Discorso 20/8/2005).

Abbiamo bisogno di questa santità di vita per essere significativamente profetiche, per saper scoprire il passaggio del Signore, per annunciare che Dio si è fatto uomo, che è presente in questo crocevia della vita, che rimane tra noi nel Sacramento dell'Amore e che ci promette la vita oltre la morte. Abbiamo bisogno di questa santità di vita per avere un orizzonte di speranza, la speranza teologale che illumina tutte le realtà e tutte le relazioni; abbiamo bisogno di riscoprire la speranza, soprattutto nei momenti delicati e difficili che stiamo vivendo, con la certezza - come ci ricorda Sant'Agostino - che "la nostra vita, ora, è speranza, dopo sarà eternità" (Commento ai Salmi, 102, 4,17). E abbiamo bisogno di questa santità di vita per continuare ad essere i riparatori dell'abbandono di Gesù - come sottolinea San Manuel nel suo libro La mia comunione di Maria - "rappresentato dai malati, dai bambini, dagli ignoranti o dai bisognosi di qualsiasi tipo" (OO.CC. I, n. 1.170).

La vita di una Missionaria Eucaristica di Nazareth è chiamata ad essere simile alla vita nuova di Gesù Risorto e al suo progetto di amore e libertà per tutti. Perché questo accada dobbiamo diventare autenticamente eucaristiche, credenti e grate; come il chicco di grano, saper morire perché possa rinascere la Vita: Cristo Eucaristia, in mezzo a una società minacciata da segni di morte e da vuoto esistenziale.

San Manuel González ha anche una parola da dirci per il momento presente e per questo Centenario. È vero che non sappiamo cosa succederà in futuro, ma possiamo saperlo ora se siamo disposti a vivere la nostra vita in fedeltà alla vocazione che abbiamo ricevuto. Lui, con quella capacità di guardare oltre, disse alle suore in una delle sue lettere del 1938: "Davanti a una Maria Nazarena fedele in ogni momento, e ogni giorno, vedo un orizzonte così ampio e così chiaro" (n. 6.895). Questo messaggio è molto in linea con gli ultimi orientamenti che la Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica ci ha offerto nel documento: Il dono della fedeltà. La gioia della perseveranza. La nostra fedeltà nasce dallo sperimentare che Dio è fedele (n. 24), ed è inscritta nell'identità profonda della vocazione delle persone consacrate (n. 1), una fedeltà che porta alla gioia. Quando questi due atteggiamenti si incontrano: il Dio che dà e la persona che accoglie, si produce il gaudio e la gioia della perseveranza (n. 42). Nel contesto di questo Giubileo che noi Missionarie Eucaristiche di Nazareth stiamo commemorando, ci sentiamo eredi di questo motto del nostro Fondatore: "Siate fedeli e vedrete" (Lettere, in O.O.CC. IV, n. 6453). Questo messaggio di San Manuel sia un impulso a vivere nella gratuità il dono della fedeltà e nell'umiltà la gioia della perseveranza, e sia anche un richiamo per tante sorelle che in questi 100 anni hanno dato forma alla storia della Congregazione.

Maria, che ha saputo scoprire la novità che Gesù ha portato, accompagni il cammino della nostra Congregazione con la fiducia e la disponibilità come fece Lei.

Madre Maria Teresa Castelló Torres, m.e.n.

Superiora Generale


venerdì 19 marzo 2021

19 marzo: Solennità di San Giuseppe

   "Essere padri significa introdurre il figlio all’esperienza della vita, alla realtà. Non trattenerlo, non imprigionarlo, non possederlo, ma renderlo capace di scelte, di libertà, di partenze. Forse per questo, accanto all’appellativo di padre, a Giuseppe la tradizione ha messo anche quello di “castissimo”. Non è un’indicazione meramente affettiva, ma la sintesi di un atteggiamento che esprime il contrario del possesso. La castità è la libertà dal possesso in tutti gli ambiti della vita. Solo quando un amore è casto, è veramente amore. L’amore che vuole possedere, alla fine diventa sempre pericoloso, imprigiona, soffoca, rende infelici. Dio stesso ha amato l’uomo con amore casto, lasciandolo libero anche di sbagliare e di mettersi contro di Lui. La logica dell’amore è sempre una logica di libertà, e Giuseppe ha saputo amare in maniera straordinariamente libera. Non ha mai messo sé stesso al centro. Ha saputo decentrarsi, mettere al centro della sua vita Maria e Gesù.

   La felicità di Giuseppe non è nella logica del sacrificio di sé, ma del dono di sé. Non si percepisce mai in quest’uomo frustrazione, ma solo fiducia. Il suo persistente silenzio non contempla lamentele ma sempre gesti concreti di fiducia. Il mondo ha bisogno di padri, rifiuta i padroni, rifiuta cioè chi vuole usare il possesso dell’altro per riempire il proprio vuoto; rifiuta coloro che confondono autorità con autoritarismo, servizio con servilismo, confronto con oppressione, carità con assistenzialismo, forza con distruzione. Ogni vera vocazione nasce dal dono di sé, che è la maturazione del semplice sacrificio. Anche nel sacerdozio e nella vita consacrata viene chiesto questo tipo di maturità. Lì dove una vocazione, matrimoniale, celibataria o verginale, non giunge alla maturazione del dono di sé fermandosi solo alla logica del sacrificio, allora invece di farsi segno della bellezza e della gioia dell’amore rischia di esprimere infelicità, tristezza e frustrazione.

   La paternità che rinuncia alla tentazione di vivere la vita dei figli spalanca sempre spazi all’inedito. Ogni figlio porta sempre con sé un mistero, un inedito che può essere rivelato solo con l’aiuto di un padre che rispetta la sua libertà. Un padre consapevole di completare la propria azione educativa e di vivere pienamente la paternità solo quando si è reso “inutile”, quando vede che il figlio diventa autonomo e cammina da solo sui sentieri della vita, quando si pone nella situazione di Giuseppe, il quale ha sempre saputo che quel Bambino non era suo, ma era stato semplicemente affidato alle sue cure. In fondo, è ciò che lascia intendere Gesù quando dice: «Non chiamate “padre” nessuno di voi sulla terra, perché uno solo è il Padre vostro, quello celeste» (Mt 23,9).

   Tutte le volte che ci troviamo nella condizione di esercitare la paternità, dobbiamo sempre ricordare che non è mai esercizio di possesso, ma “segno” che rinvia a una paternità più alta. In un certo senso, siamo tutti sempre nella condizione di Giuseppe: ombra dell’unico Padre celeste, che «fa sorgere il sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti» (Mt 5,45); e ombra che segue il Figlio."

(Papa Francesco, Patris corde)

mercoledì 28 agosto 2019

Il mio primo Tabernacolo abbandonato


A San Manuel González rimase impresso nell’anima lo sguardo di Gesù Cristo nel tabernacolo. Non lo poté mai dimenticare. In questo breve video, HM Televisione – con materiale registrato da Siervos HM Films – coglie quello che palpitava nel cuore di questo santo e l’esperienza che lo fece diventare il «Vescovo dei Tabernacoli abbandonati». In effetti, Don Manuel dedicò la sua vita a prendersi cura delle necessità di Gesù Cristo nella «Sua vita di Tabernacolo» e a fare tutto il possibile per difenderLo dall’abbandono.

lunedì 5 febbraio 2018

La preghiera!

   La preghiera! La chiave d’oro che spalanca il Cuore di Gesù! La luce divina che dissipa tutte le tenebre e illumina tutti i misteri! Il balsamo che guarisce le ferite dell’anima, risana i corpi e profuma la vita! Il segreto della pace e della gioia fra le pene più acerbe, la ricetta della più alta santità!
   Pregare! C’è qualcosa di più gustoso, consolatore, riparatore ed efficace dell’azione significata da questo verbo? Si rendono conto i cristiani e perfino le persone pie del valore attivo di questo verbo? Quando si persuaderanno che i verbi predicare, dare, insegnare, sacrificarsi, andare, attrarre, perseverare, redimere, non hanno maggior virtù attiva di quella che loro dona la propria azione di pregare?
   Pregare è parlare a Dio con il cuore e, pertanto, è cosa sommamente facile e alla portata di tutti, dotti e ignoranti, grandi e piccoli, buoni e cattivi, poiché tutti hanno bocca e cuore.
   Orazione è la fede e la confidenza che pongono in comunicazione e in stato di guarigione la grande miseria umana con la grande misericordia divina.
   In questo consiste tutta l’orazione: la miseria in ginocchio, con le mani elevate e la bocca aperta, innanzi alla misericordia onnipotente del Cuore di Dio.
   Questo è, nella sua essenza, l’orazione del santo più contemplativo come del cristiano più volgare e interessato.
San Manuel González


giovedì 30 novembre 2017

A Palencia (Vita di San Manuel González, 8)

   Seppur con dolore lasciò la guida dell’amata diocesi di Málaga e accettò con obbedienza e umiltà la nuova destinazione che il Papa gli aveva indicato. Non fu facile per lui distaccarsi da anni e anni di intensa attività pastorale svolta negli ambienti familiari della sua Andalusia. Sempre però con l’atteggiamento di grande abbandono alla volontà di Dio che si manifesta nei superiori, accettò il sacrificio e si donò interamente per la nuova diocesi. La situazione che trovò non fu certamente semplice. Le tracce della Guerra civile erano ancora vive in quella città della Castiglia e León. Palencia era in quel momento sotto il controllo repubblicano e la Chiesa non era vista di buon occhio. Bisognava fare attenzione a come muoversi. Basti ricordare che nel giugno 1936 vennero proibite le processioni pubbliche, così quella nella solennità del Corpus Domini si svolse all’interno della cattedrale. Per un periodo i suoi seminaristi vennero chiamati a prestare servizio militare, un fatto che destò molta preoccupazione nel santo. Tuttavia, non li abbandonò mai e si tenne in contatto costante per via epistolare. Quando il 19 settembre 1936 i seminaristi rientrarono dalle vacanze estive, il seminario che trovarono era uno dei pochi sopravvissuti alla chiusura. Accolse così  seminaristi di altre diocesi e perfino un gruppetto proveniente da Málaga. Come nella città andalusa, anche a Palencia non mancarono le difficoltà e le opposizioni, ma il santo non era tipo da lasciarsi scoraggiare. La sua carità verso gli altri si rivelò feconda di opere: aiutò non pochi sacerdoti poveri e pagò le rette ai seminaristi che non avevano la possibilità di mantenersi gli studi. 
   Il clima sociale purtroppo si manteneva sempre teso, pesava il conflitto tra nazionalisti e repubblicani. Un giorno, mentre tornava con il treno dalla settimana pro seminario che si svolse a Toledo, una grossa pietra lanciata da mano violenta, entrò nel vagone e lo colpì sul pettorale senza arrecargli danno. Il 19 giugno 1936, scoppiarono tumulti e scontri tra repubblicani e militari e guardia civile. In quei giorni trovò la morte il governatore repubblicano, ma anche molti cattolici vennero trucidati. Il santo invitò tutti i fedeli a supplicare la Vergine Maria attraverso la preghiera del Rosario, perché concedesse pace  e riconciliazione alla Spagna. Il 24 gennaio 1937, nella festa di Nostra Signora della pace, invitò tutti i bambini a supplicare il Cuore di Gesù e di Maria per ottenere pace alla nazione.  
   In quel periodo vennero compiuti alcuni furti sacrileghi in varie parrocchie della diocesi e a distanza poco tempo l’uno dall’altro: a Soto de Cerrato, a Monzón de Campos, a Reinoso de Cerrato e a Prádanos de Ojeda. In risposta a questi atti, promosse ovunque il culto eucaristico e la devozione al Cuore di Cristo. Organizzò le adorazioni notturne, le settimane eucaristiche, le preghiere di riparazione, invitò alla comunione frequente e dette impulso alla catechesi. Cercò di riavvicinare i fedeli alla pratica dei Sacramenti e a rendere la loro fede più adulta. Iniziò la visita pastorale nelle varie parrocchie della diocesi, nonostante i pericoli e il momento di grande incertezza sociale e politica. Non temeva per la sua vita, ma voleva assolutamente confermare la fede della gente in quel momento difficile. Non si risparmiò fatiche e disagi per raggiungere quante più parrocchie possibile e inviò anche dei missionari a predicare nei villaggi più sperduti.  
   Nel marzo 1936 aprì una casa di Nazaret a Palencia e istituì in diocesi anche i discepoli di san Giovanni. In quella casa trasferì il noviziato, dato che a Málaga la situazione sociale era ancora drammatica. Infatti, la presidente delle Marie, Carmen López de Heredia, venne assassinata. Con questa morte, anche le Marie avevano dato il contributo di sangue per la pacificazione della Spagna e per l’avvento del Regno di Dio. L’8 settembre seguente, emise il decreto di approvazione degli statuti, del direttorio e del governo della fraternità delle Marie nazarene. Palencia diventò il punto di riferimento per le consacrate sparse nei vari Nazaret di Spagna che andavano diffondendosi. Nel 1937 radunò i bambini riparatori. 
   Nel settembre 1939, fece gli esercizi spirituali insieme con il clero. Sarebbero stati gli ultimi, perché la malattia stava minando definitivamente la sua salute. Il 28 ottobre 1939, compì un viaggio a Saragozza per visitare le suore nazarene  che erano state chiamate in diocesi dal maggio precedente. Approfittò per recarsi in pellegrinaggio  al santuario caro a tutti gli spagnoli: la Vergine del Pilar, che lui considerava sua particolare protettrice. Al ritorno si fermò a Madrid per rappresentare l’arcivescovo di Burgos nella Conferenza episcopale dei metropolitani. Il 13 novembre rientrò a Palencia, dove i dolori alla testa si intensificarono. Riusciva ormai solo a celebrare la messa e nemmeno poteva farlo tutti i giorni. Anche le visite al tabernacolo nella cappella gli costavano grandi sforzi. Da quel momento in poi dovette far fronte al peggioramento dello stato di salute. Fin da giovane aveva sofferto di colite acuta e cronica e, soprattutto, come sappiamo, di forti emicranie che talvolta lo obbligavano a interrompere anche quello che stava facendo. A volte doveva scrivere in ginocchio a causa dei forti dolori alla testa. Nell’età avanzata gli si presentò anche un’affezione alla vescica: una nefrite cronica e un’ipertrofia prostatica. 
   Negli ultimi mesi della sua vita la sofferenza aumentò notevolmente, soprattutto a causa del mal di testa. Ripeteva sempre il suo Fiat! Sicuro e fiducioso nella Provvidenza divina, alla quale si era abbandonato. In quel periodo intensificò la preghiera, sostando in cappella più a lungo per adorare il Santissimo Sacramento e recitare il Rosario. Negli ultimi giorni, in cui le forze stavano diminuendo rapidamente, disse a chi lo circondava: «Sono stato più di là che di qua e ho visto che quello che importa, è la santità, perciò «si deve sacrificare tutto alla volontà del Signore». Al termine della sua vita sentiva pressante l’invito di Cristo a donarsi interamente, a lasciare ogni minimo affetto o attaccamento e a preparasi all’incontro definitivo con Lui. Davanti al Santissimo Sacramento prima di uscire definitivamente dal palazzo episcopale disse: «Cuore di Gesù, ti rendo grazie per tanti dolori che mi dai; grazie per quello che mi hai fatto soffrire. Benedetto sia per tutto e perché ora vuoi che me ne vada». E poi in un momento di grande abbandono e di sofferenza, aggiunse: «Sono tuo, fai di me quello che vuoi». 
   Il 28 novembre, ricevette il Sacramento degli infermi, la comunione e l’assoluzione generale. Ripresosi un poco, il 31 seguente, venne deciso di trasferirlo in ambulanza a Madrid per ricoverarlo nella clinica del Rosario. Nel viaggio verso la capitale, recitò il Rosario e volle che lo avvertissero quando l’ambulanza passava davanti a una chiesa. Così avrebbe potuto salutare e onorare Gesù presente nei tabernacoli. Giunto alla clinica, la prima cosa che chiese, fu quella di essere accompagnato in cappella. Dopo una prima visita, i medici capirono che non c’era più niente da fare e che, purtroppo, non era possibile operarlo. Poco dopo, ricevette la visita del nunzio apostolico. Poi, celebrò la messa nella sua stanza e dopo aver recitato il Magnificat, morì serenamente. Era mezzogiorno del 4 gennaio 1940. 
   Il giorno successivo, la sua salma venne trasferita a Palencia. Il 6 gennaio 1940, un gruppo di Missionarie Eucaristiche di Nazaret fece la professione perpetua davanti al corpo del fondatore. Il 7 gennaio, venne inumato nella cappella del Santissimo Sacramento della cattedrale. Sulla tomba fu posta una lapide con l’epitaffio scritto da lui stesso: «Chiedo di essere inumato accanto a un tabernacolo, perché le mie ossa, dopo la morte, come la mia lingua e la mia penna in vita, dicano sempre a chi passa: Qui c’è Gesù! Qui c’è! Non abbandonatelo! Madre Immacolata, san Giovanni, sante Marie, portate la mia anima alla compagnia eterna del Cuore di Gesù in cielo». 
   La morte non cancellò il ricordo di don Manuel, anzi, la sua fama di santità cominciò a diffondersi e ad aumentare sempre più. Già da tempo, molta gente si rivolgeva a lui per chiedere consigli e farsi guidare spiritualmente, perché era convinta di trovarsi di fronte a un santo. Alcuni raccontavano che egli aveva il dono di leggere i segreti delle anime. Già al tempo in cui era sacerdote, ma ancor di più, una volta diventato vescovo, la stima e il rispetto nei suoi confronti, facevano sì che molte persone ricevendo sue lettere le conservassero come una reliquia. Lo stesso avvenne durante l’ultimo periodo della sua malattia, quando era infermo a letto e nella clinica di Madrid. Infatti, quanti lo circondavano presero dei pezzetti del suo abito episcopale e passarono delle medaglie e degli oggetti sul suo corpo, per poi conservarli come reliquie.  
   La scena si ripeté durante l’esposizione della salma nella cappella del palazzo episcopale di Palencia. La sua fama non si era mantenuta viva solo tra le sue figlie, ma si era diffusa tra il popolo di Dio in tutti quei luoghi che avevano visto la presenza del santo. A poco a poco, le visite e i pellegrinaggi alla tomba di don Manuel si moltiplicarono. Infatti, egli era ben conosciuto non solo nelle diocesi che aveva guidato, ma anche in molte regioni della Spagna. Ciò si deve anche alla diffusione dei suoi libri che si trovavano in vendita in diversi Paesi  europei, ma anche in America Latina. 
   Visto il perdurare della fama di santità, nel 1952 venne aperto a Palencia il processo ordinario, che si concluse nel 1960. Vennero interrogati 18 testimoni oculari, dei quali nove Missionarie Eucaristiche di Nazaret, cinque sacerdoti, un medico, un architetto, e due notai. Furono anche aperti quattro processi rogatoriali: a Huelva, dove furono ascoltati 13 testimoni, a Siviglia con 16 testimoni, a Madrid con 6 testimoni e a Málaga con 30 testi. Seguì un processo conoscitivo a Palencia, negli anni 1981-1983, dove deposero 27 persone riguardo l’eventuale mancanza di carità e di prudenza, in quanto si doveva chiarire il suo rapporto con i sacerdoti baschi imprigionati dal generale Franco nella Trappa di San Isidro de Dueña, negli anni 1938-1939. Concluso con esito positivo il procedimento, gli atti vennero inviati a Roma alla Congregazione delle Cause dei Santi, la quale, il 13 luglio 1984, emise il decreto di validità dei processi.  Da allora in poi, l’iter fu più spedito: il 6 aprile 1998, Giovanni Paolo II lo dichiarò venerabile, e il 29 aprile 2001, lo beatificò. 
   Nel 2008 a Madrid, avvenne un presunto miracolo per intercessione di don Manuel. Si trattava della guarigione da «linfoma non-Hodgkin (LNH), plasmoblastico, con restrizione IgA lambda, monoclonale». Il 31 maggio 2010 venne aperta a Madrid l’inchiesta diocesana sul miracolo che si concluse positivamente. Il 29 ottobre 2015, la Consulta Medica della Congregazione delle Cause dei Santi, riconobbe all’unanimità l’inspiegabilità scientifica della guarigione; il 15 dicembre 2015 la Consulta dei teologi diede voto affermativo, e lo stesso fanno i cardinali e i vescovi il 1° marzo 2016. Il 3 marzo successivo, Papa Francesco firmò il decreto di approvazione del miracolo. Il XXXX Papa Francesco lo canonizzò in piazza San Pietro.


   (Dal libro Come un chicco di grano. Biografia di san Manuel González García. A cura di Nicola Gori, El Granito de Arena 2016, pp. 103-109)

sabato 25 novembre 2017

A Huelva (Vita di San Manuel González, 3)

   Il 1° marzo 1905, l’arcivescovo Spínola y Maestre lo nominò parroco economo della parrocchia di San Pietro in Huelva. Sarebbe stato il suo primo incarico di responsabilità dopo l’ordinazione sacerdotale. Con entusiasmo iniziò il suo ministero il 9 marzo e già dal 16 giugno divenne arciprete. All’inizio venne ospitato nel convento degli agostiniani, poi si trasferì in un modesto appartamento. Volendo però portare con sé i genitori scelse un altro locale più adatto alle sue esigenze. A Huelva trovò una situazione religiosa tristemente difficile. Il clima politico e sociale era teso e non di rado avvenivano aggressioni nei confronti dei sacerdoti. Gli anarchici fomentavano la rivolta e instillavano nella popolazione l’odio verso la Chiesa e i suoi rappresentanti. Erano gli anni in cui gli animi erano talmente accesi che bastava una scintilla per far scoppiare un tumulto. Inoltre, le idee radicali caratterizzavano il dibattito politico e tendevano a far approvare delle leggi che istituissero il divorzio, il matrimonio civile, i funerali laici. Ogni parvenza di religione cattolica doveva essere annientata. 
   In questo contesto così conflittuale, le masse operaie, specialmente di minatori delle vicine miniere di Río Tinto, venivano facilmente influenzate e manovrate secondo gli interessi dei grandi gruppi di potere. I politici di area repubblicana e liberale cercavano di portare avanti una campagna di diffamazione e di discredito nei confronti della Chiesa per diminuirne la presa sulla gente. Anche i protestanti, dalla roccaforte britannica di Gibilterra,  attaccavano con la propaganda la Chiesa per sottrarle quanti più fedeli. Erano ancora lontani gli anni dell’ecumenismo! 
   Don Manuel arrivò a Huelva carico di tanta buona volontà e si trovò di fronte delle sfide per niente facili da affrontare. Lo sosteneva la sua ricchezza interiore e la benedizione dell’arcivescovo Spínola y Maestre, il quale non era uno sprovveduto e sapeva bene chi aveva mandato in prima linea. Infatti, nonostante la giovane età, il nuovo parroco aveva già le capacità per esercitare il ministero sacerdotale in mezzo a conflitti così accesi. Visto il delicato momento in cui versava Huelva e il grande compito che l’attendeva, una proposta del vescovo di Léon, monsignor Manuel Sanz y Sarabia, lo avrebbe sottratto da tutte quelle traversie. Il presule, conoscendo le qualità di don Manuel, gli propose di diventare suo segretario e gli offrì il canonicato. Sicuramente, un altro sacerdote, davanti a quest’offerta così allettante e, soprattutto, giunta al momento opportuno, avrebbe accettato senza esitazione. Ma non don Manuel, il quale, si consultò subito con il suo arcivescovo. La risposta che ebbe fu chiara: se cercava onori e carriera doveva andare a Léon, se invece voleva conquistare anime a Dio il suo posto era a Huelva. Il santo non esitò un istante e decise di rimanere nella parrocchia di San Pietro. 
   Iniziò, quindi, il suo apostolato senza indugi e con grande zelo: volle che la chiesa rimanesse aperta tutto il giorno, perché chi voleva potesse entrarvi. Impostò tutta la sua giornata al servizio della parrocchia. Nei giorni feriali celebrava la messa alle 6.30 e la domenica alle 5.30. Cominciò a rimanere nel confessionale in attesa di qualche penitente e nel frattempo recitava l’Ufficio divino e adorava il Santissimo Sacramento. Vista l’aridità spirituale dei suoi parrocchiani, ricorse al Signore per chiedere la loro conversione e il mezzo più efficace lo individuò nell’Eucaristia. Non si risparmiò veglie di preghiera e di adorazione pur di far breccia nel cuore di tante persone. Implorò l’aiuto della Vergine Maria, di san Giuseppe e fece atti di riparazione al Sacro Cuore di Gesù. Tante suppliche ottennero la benedizione che smosse le anime a ritornare in chiesa. 
   A poco a poco il numero di fedeli che si riavvicinarono alla pratica cristiana crebbe e don Manuel poté rianimare le opere parrocchiali. Inoltre, diffuse la pratica della comunione spirituale e delle visite a Gesù presente nel tabernacolo. Era convinto che «a più comunioni, più vita cristiana». Per questo, non perse mai occasione di infondere tra la gente la devozione e l’amore all’Eucaristia, centro di tutto il suo apostolato. 
   Oltre alla preghiera e alla pastorale, don Manuel aveva a cuore la sorte di tanti ragazzi abbandonati e dei poveri che vagavano senza riparo per la città. Così come non mancava di visitare i malati e gli anziani della parrocchia. Il suo cruccio principale era di risolvere la drammatica situazione dei ragazzi per salvarli e sottrarli alla loro condizione di abbandono e di precarietà, visto che il vivere in strada li esponeva a grandi pericoli. «Salviamo le anime dei bambini»: diceva e tradusse in opere questo suo anelito. Per questo, amava fermarsi a parlare e a giocare con i giovani che incontrava, invitandoli ad andare a trovarlo in parrocchia. 
   Un episodio di irriverenza e di ignoranza nei confronti della fede cristiana colpì profondamente il santo e lo mosse ad agire più celermente. Il 20 gennaio 1906, durante la processione per la festa di san Sebastiano, patrono di Huelva, alcuni ragazzi apostrofarono i partecipanti al corteo e lanciarono improperi e perfino bestemmie. Don Manuel rimase turbato da tanta ignoranza in cui versava la maggior parte della gioventù e decise di aprire delle scuole cattoliche per compiere un’opera educativa capillare. In effetti, le strutture pubbliche esistenti erano ampiamente insufficienti e di scarsa efficacia. Inoltre, nel vuoto educativo statale si erano inseriti i protestanti e i laicisti che volevano diffondere le loro idee radicali tra i giovani poveri e abbandonati.  
   Don Manuel non perse indugi e individuò immediatamente i locali dove aprire la sua prima scuola. Nel quartiere di san Francesco c’era una chiesa quasi abbandonata, proprio davanti a una scuola laica. Chiese al nuovo arcivescovo, monsignor Enrique Alamaraz y Santos (1847-1922), il permesso di poterla restaurare. Radunò intorno a sé alcuni volontari e riuscì a trovare 5.500 pesetas necessarie per i lavori di adattamento. Il 17 novembre 1906, dopo vari interventi, poté ricollocare solennemente il Santissimo Sacramento nella chiesa e, il 25 gennaio 1907, l’arcivescovo in persona benedisse la sua riapertura al culto. Nel cortile interno, si inaugurò anche la scuola. Era solo la prima di una lunga serie, infatti, poco dopo ne venne aperta un’altra nel santuario di Nostra Signora della cinta, appena fuori la città, una nel quartiere del Polvorín, vicino al convento de La Rábida, su un terreno donato da un ingegnere inglese protestante impegnato nelle miniere di Río Tinto, e una nella Cuesta del Carnicero.  In tutte queste scuole riuscì a ospitare ben 1.000 ragazzi. 
  Le attività si moltiplicarono e nel 1908 riuscì ad allargare l’offerta ad altre categorie di persone: inaugurò le classi domenicali per le ragazze e quelle notturne per gli operai. Dove trovare le risorse per mandare avanti tante opere? Chiamò a collaborare alcuni giovani per l’insegnamento del catechismo e si avvalse di chiunque volesse aiutarlo. Fondò gli Angeli della parrocchia, dei volontari che si impegnavano a visitare i fedeli nelle case, promuovevano la partecipazione ai Sacramenti e diffondevano la pratica della consacrazione delle famiglie al Sacro Cuore di Gesù.


   (Dal libro Come un chicco di grano. Biografia di san Manuel González García. A cura di Nicola Gori, El Granito de Arena 2016, pp. 53-57)

venerdì 24 novembre 2017

Formazione (Vita di San Manuel González, 2)

   Nell’aprile 1893 venne organizzato un pellegrinaggio a Roma, in occasione del giubileo episcopale di Leone XIII. Manuel vi partecipò con grande entusiasmo, perché nutriva una grande devozione e un filiale rispetto per il Successore di Pietro. Fin da piccolo aveva  pregato e offerto sacrifici per il Pontefice, nel quale vedeva la solida roccia su cui poggiava la Chiesa. Giunto all’età di 17 anni, venne chiamato alla leva militare. Riuscì però a trovare le 1.500 pesetas necessarie per venirne esonerato. Fu spinto a questa scelta per timore di perdere la vocazione sacerdotale, che considerava la cosa più preziosa che Dio gli aveva donato. In quell’epoca gli si presentò per la prima volta un’emicrania che l’avrebbe accompagnato fino al termine dei suoi giorni, facendolo soffrire enormemente.  
   L’11 maggio 1886, fece, con la più grande preparazione possibile, la prima comunione nella chiesa delle scuole di San Luigi e, il 5 dicembre dello stesso anno, ricevette il Sacramento della cresima, nel palazzo dell’episcopio, dalle mani dell’arcivescovo, il cardinale Ceferino González y DíazTuñón (1831-1894).  
   Negli studi Manuel si distingueva per essere molto brillante e i professori lo stimavano per l’attenzione e l’impegno profuso nelle materie. A quel tempo, i sacerdoti seguivano il piano di studi in vigore dal 1852, rielaborato dopo la firma del concordato tra Regno di Spagna e Santa Sede dell’anno prima. Era diviso in quattro anni di latino e umanistica, tre di filosofia, sette di teologia e tre di diritto canonico. La teologia insegnata era di tipo post-tridentino con ampi tratti apologetici. La morale era caratterizzata da rigore e da formalità giuridica, considerando ogni cosa nella casistica, fino ai minimi particolari.  
   In quell’ambiente formativo e intellettuale, Manuel plasmò la sua impronta sacerdotale. A quel tempo, il clima del seminario di Siviglia, che contava circa 350 alunni, dei quali 300 interni e 50 esterni, era caratterizzato da contraddizioni: da una parte vigeva il rigorismo e dall’altra la negligenza di molti insegnanti che avevano altri incarichi esterni da portare avanti. Spesso per mantenere la disciplina i superiori ricorrevano al metodo del castigo e della repressione. Questa scelta, unita alla severa impostazione dei corsi di morale, formarono dei sacerdoti con un forte aspetto spirituale, ma con tratti di rigidità che non solo imponevano a se stessi, ma anche ai fedeli. 
   Nel 1887, il seminario di Siviglia venne elevato a Università Pontificia. Fu così creato un nuovo piano di studi, nel quale vennero previsti cinque anni di teologia e tre di diritto canonico. Nonostante le carenze dell’insegnamento accademico e le difficoltà che Manuel dovette superare vista la sua precarietà economica, dal 25 al 29 settembre 1900, conseguì a pieni voti sia il baccellierato, sia la licenza in teologia. Il 5 luglio 1901 anche ottenne il dottorato. La sua carriera accademica non si fermò qui: nel 1903 conseguì anche il baccellierato e la licenza in diritto canonico con il massimo dei voti. Aveva faticato non poco per raggiungere quei risultati, considerando che durante le vacanze era solito fare da precettore in casa Ibarra per guadagnare qualcosa. Oltre a ciò, si iscriveva ai concorsi straordinari per veder di racimolare qualche soldo in più.   
   I suoi superiori e quanti lo conoscevano lo giudicavano un ragazzo aperto, ottimista, affabile, pieno di vita e gioioso. Era scherzoso, ma senza scivolare nel volgare. Sapeva parlare al momento giusto e rimanere in silenzio quando era necessario. A questo proposito, scrisse un libro dal titolo Gesù silenzioso, nel quale sottolineò l’importanza del silenzio nella vita del cristiano e della necessità di seguire l’esempio del Maestro. Due delle qualità più apprezzate del carattere di Manuel erano la semplicità e la sincerità. Era un tipo schietto, comprensivo, evitava le complicazioni e cercava di correggere con affabilità chi ne avesse bisogno. Era incrollabile nel portare a termine un incarico se aveva capito che quella era volontà di Dio. La sua obbedienza verso i superiori era esemplare, visto che in essi vedeva l’espressione del volere divino. 
   Purtroppo, in quel periodo, iniziò a presentarsi l’obesità che l’accompagnò per tutta la vita. Non che dipendesse dal troppo appetito, ma più probabilmente da un problema metabolico. Questa situazione, purtroppo, gli procurò non poca sofferenza, in quanto si sentiva a disagio durante la predicazione. Invitava, infatti, alla misura e alla moderazione, invece il suo aspetto faceva pensare che egli facesse proprio il contrario di quello che chiedeva agli altri. Tuttavia, la causa di questa disfunzione non era per niente imputabile al comportamento alimentare del santo che era assolutamente parco e sobrio nel mangiare. 
   Di pari passo ai successi accademici andava la formazione al sacerdozio. Era un alunno modello: partecipava alla prima messa mattutina, sostava ore in adorazione del Santissimo Sacramento e recitava spesso il Rosario. Cercava di imitare l’esempio dei grandi santi di cui leggeva le biografie e considerava i consigli dei direttori spirituali come la via da seguire per raggiungere la santità. 
   Il 14 aprile 1900, come era consuetudine a quel tempo, ricevette la tonsura e gli ordini minori, nella cappella del palazzo episcopale dal beato arcivescovo Marcelo Spínola y Maestre (1835-1906). Il 1° giugno dell’anno successivo, dopo aver seguito il corso di esercizi spirituali, ricevette il diaconato da monsignor Antonio Cabal y Rodríguez (18351908), vescovo titolare di Lystra. Il 21 settembre 1901, nella cappella del palazzo episcopale, venne ordinato sacerdote dall’arcivescovo Spínola y Maestre. Il 29 seguente, celebrò la sua prima messa nella chiesa del collegio dei salesiani. Da quel giorno, per rispetto al sacerdozio, smise definitivamente di fumare. Dopo l’ordinazione, nel febbraio 1902, l’arcivescovo gli affidò il suo primo incarico: una missione a Palomares del Río, un paesino a sud di Siviglia, al di là del Guadalquivir. Questa esperienza pastorale lo segnerà tutta la vita. Inconsapevolmente andò incontro alla rivelazione di quella che sarebbe stata la sua vocazione da seguire per tutta la vita. Il viaggio per raggiungere il paese non fu affatto comodo: dopo aver attraversato il Guadalquivir con un vaporetto, proseguì a dorso di un asino, perché non vi era altro modo per giungere a destinazione, visto l’isolamento. Appena arrivato, si rese conto che la popolazione aveva smesso di frequentare la chiesa e disertava la messa domenicale. Il suo più grande rammarico fu quello di vedere il Santissimo Sacramento abbandonato completamente dalla gente. Nessuno che visitasse la chiesa, figuriamoci qualcuno che trascorresse del tempo in adorazione. Sentì con profonda tristezza quella solitudine di Gesù come fosse la sua e nacque in lui il desiderio di fargli compagnia. Da quel momento, diventò l’apostolo dei tabernacoli abbandonati. Sarà questa la sua missione che perseguì per tutta la vita. Era stato un vero shock per quel giovane pretino fresco di seminario trovarsi davanti alla dura realtà in cui versava quella parrocchia. Ma non era la sola, anche in moltissime altre il Santissimo Sacramento era dimenticato e abbandonato.   
   A distanza di tempo scriverà di questa esperienza nel piccolo borgo di Palomares del Río: «Di me so dire che considero uno dei maggiori benefici che il Cuore di Gesù mi abbia fatto nella mia vita, e me ne ha fatti tanti e tanti grandi!, l’avermi richiamato l’attenzione su questo male dell’abbandono del tabernacolo e fattomelo conoscere tanto bene in sé e nelle sue conseguenze che già molto tempo fa consacrai tutto il mio sacerdozio, come ora il mio episcopato, a lavorare,  gridare e protestare in tutti i modi possibili contro questo perniciosissimo male, principio e motivo di tutti gli altri mali sociali, domestici e individuali». Da allora in poi, tutta la sua attività pastorale ruotò intorno al bisogno di dare e cercare compagnia a Gesù abbandonato nei tabernacoli. Sentiva questa necessità come un dovere ineludibile, come una chiamata, una missione e un incarico che Cristo gli aveva ispirato e affidato. Tutto caratterizzato da un’impronta riparatrice che segnerà per sempre la sua spiritualità sacerdotale ed episcopale, come scriverà anni dopo: «Non voglio predicare alle genti, né catechizzare i bambini, né consolare i tristi, né soccorrere i poveri, né visitare i popoli, né attrarre cuori, né perdonare peccati contro Dio o ingiurie contro di me, piuttosto per togliere al Cuore di Gesù Sacramentato il grande dolore del suo abbandono e per portargli il dolce regalo della compagnia delle anime. Io non voglio essere il vescovo della sapienza, né delle attività, né dei poveri, né dei ricchi, io non voglio essere più che il vescovo del tabernacolo abbandonato. Per i miei passi non voglio più che un cammino, quello che porta al tabernacolo, e so che andando per questo cammino incontrerò affamati di molte classi, e li sazierò di ogni pane, scoprirò bambini poveri e poveri bambini e mi avanzeranno il denaro e le risorse per aprire scuole e rifugi per rimediare alla loro povertà, mi incontrerò con tristi senza consolazione, con ciechi, con sordi, con invalidi e perfino con morti dell’anima o del corpo, e farò discendere su di loro la gioia della vita e della salute. Io non voglio, io non bramo altra occupazione per la mia vita di vescovo che quella di aprire molte scorciatoie a questo cammino del tabernacolo. Scorciatoie tra questo cammino e i laboratori e le fabbriche degli operai, e le scuole dei bambini, e gli uffici degli uomini d’affari, e i musei e centri dei dotti, e i palazzi dei ricchi e i tuguri dei poveri.    
   La permanenza a Palomares del Río da una semplice missione si trasformò, quindi, in un progetto di vita. Intanto, l’arcivescovo cominciò con l’affidargli alcuni incarichi: l’8 febbraio 1902, lo nominò anche cappellano dell’ospizio per anziani abbandonati di Siviglia. L’11 seguente iniziò a celebrare la messa nella cappella delle Piccole suore dei poveri. Prese sul serio il suo ministero e si recò spesso dagli anziani per catechizzarli, confessarli, consolarli e rallegrarli con il suo buon umore e con il racconto di barzellette. Cercò sempre di essere presente al capezzale dei morenti e di quanti soffrivano, superando anche le difficoltà che comportava trovarsi ad affrontare situazioni di disagio ed estrema povertà. Nel settembre 1902 iniziò la sua attività di predicatore e per questo girò per alcune parrocchie dell’Andalusia. In particolare, venne chiamato a Villalba del Alcor per la festa della Vergine del Carmelo e due anni dopo, a Huelva per la novena del Sacro Cuore.


   (Dal libro Come un chicco di grano. Biografia di san Manuel González García. A cura di Nicola Gori, El Granito de Arena 2016, pp. 43-49)

giovedì 23 novembre 2017

I primi passi (Vita di San Manuel González, 1)

   Siviglia nella seconda metà dell’Ottocento era una città dalle mille contraddizioni. Povertà e ricchezza vivevano una al fianco dell’altra. Dello splendore e del prestigio che la città rivestiva nel Secolo d’Oro per essere stata il centro del commercio con le colonie spagnole e la più importante metropoli del regno rimanevano dei ricordi e delle vestigia. Ma la dura realtà, in quello scorcio del XIX secolo, era ben altra. Periodicamente, la popolazione veniva colpita da epidemie. La grande maggioranza viveva al limite della povertà e, nonostante un ceto artigianale e commerciale importante, non mancavano le crisi e i problemi economici. 
   E’ in questo contesto storico che, il 25 febbraio 1877, nacque Manuel González García. Terzo dei cinque figli del matrimonio tra Martín González Lara e Antonia García Pérez. Venne battezzato, il 28 febbraio successivo, nella parrocchia di San Bartolomeo con i nomi di Manuel Jesús de la Purísima Concepción e Antonio Félix de la Santísima Trinidad. 
   Era venuto alla luce in una famiglia semplice, profondamente religiosa e attaccata alle tradizioni. In casa si recitava ogni giorno il Rosario, al mattino e alla sera non mancavano le preghiere in comune, come l’Angelus e il suffragio per i defunti. La madre, in particolare, era una donna molto pia e partecipava ogni mattina alla messa. Purtroppo, la situazione economica familiare non era per niente florida. I genitori si guadagnavano il pane con il lavoro quotidiano: la madre era sarta e il padre faceva il falegname nel collegio cittadino dei salesiani.  Nel 1875 erano stati costretti a immigrare a Siviglia da Antequera, un borgo in provincia di Málaga, proprio in cerca di lavoro e di migliori condizioni di vita.  
   Tanta povertà era compensata dalla fiducia nella Provvidenza di questi genitori che si amavano e riconoscevano nel Signore la loro forza. Pur nelle ristrettezze economiche, infatti, erano convinti che i figli fossero una benedizione e non un problema e così, a poco a poco, la famiglia crebbe di numero. Educarono la prole al rispetto di Dio e del prossimo. In questo clima semplice e religioso, Manuel acquisì una sensibilità particolare per le cose di Dio. Qualità che aveva appreso dall’insegnamento e dall’esempio di autentica testimonianza cristiana proprio dei genitori. Fin da piccolo aveva imparato a recitare il Rosario quando, alla sera, la famiglia si riuniva. Sorse in quel periodo la sua grande attrazione per l’Eucaristia. Dopo la prima comunione, non perse mai occasione per accostarsi al Sacramento, pur con i limiti che vigevano a quel tempo. Si appartava per rimanere in silenzio a meditare sul grande mistero di un Dio che si fa Corpo e Sangue nel pane e nel vino consacrati. Era anche molto devoto della Vergine Maria che considerava sua Madre e protettrice. Certamente, questo interesse per la religione non sfuggì ai suoi familiari. Notavano in lui una predisposizione per le cose di Dio non comune per un bambino di pochi anni.  
   Raggiunta l’età scolare, venne mandato a frequentare una scuola pubblica dove rimase qualche tempo. Poi venne trasferito in una seconda e in una terza e, infine, per interessamento dello zio sacerdote, venne iscritto al collegio «San Luis». Tanti cambiamenti di scuola fecero sperimentare al piccolo Manuel la diversa metodologia di insegnamento e i vari approcci all’educazione di maestri più o meno preparati. Questi trasferimenti gli saranno utili in seguito, perché aveva avuto la possibilità, sebbene indotta e non voluta, di sperimentare di persona come la preparazione del maestro influisca fondamentalmente nel processo educativo e nel successo o meno dell’istruzione. Trovandosi costretto a girare per varie scuole, comprese che per il bene dei fanciulli e del loro futuro, sarebbe stato utile un diverso metodo di insegnamento che fosse più rispettoso della dignità degli alunni e li aiutasse a inserirsi nella società, offrendo loro un futuro per sottrarli alla miseria e alla malavita.  
   All’età di 9-10 anni Manuel si presentava come un ragazzo alto, magro, con capelli biondi e occhi azzurri e con una voce vibrante e dolce. Veniva considerato un vero talento canoro. Nutrendo un grande desiderio di appartenere ai cantori della cattedrale, i cosiddetti «seises», chiese aiuto a suo zio per entrare nel collegio di «San Miguel», dove il Capitolo metropolitano curava la formazione dei bambini del famoso coro. I canonici vagliarono la richiesta di ammissione e lo ritennero idoneo per cantare, vista la sua dolce voce, l’amore che portava alla musica e l’udito molto sensibile. 
   Occorre sottolineare l’importanza dei «seises» per Siviglia e il ruolo che avevano per tutta la città e non solo per la comunità ecclesiale. Erano dieci bambini che facevano riferimento alla cattedrale, conosciuti per una danza sacra che eseguivano davanti al Santissimo Sacramento in tre occasioni dell’anno: nella solennità del Corpus Domini, nella solennità dell’Immacolata, e nel triduo di Carnevale. Questa tradizione risale al tempo del Rinascimento. I cantori o «seises» vivevano con il maestro di cappella e da lui ricevevano educazione e mantenimento, fino a quando nel XVII secolo vennero ospitati come alunni interni nel collegio creato dai canonici capitolari. Il collegio di «San Isidoro», conosciuto popolarmente con il nome di «San Miguel”, nel quale entrarono i primi «seises» il 1° gennaio 1636, era stato fondato nel 1633 per gli accoliti della cattedrale, e venne chiuso nel 1960. Al tempo in cui entrò Manuel era ancora all’apice del prestigio. Era, quindi, senza dubbio un onore entrare in quel collegio, e molti avrebbero fatto carte false per essere ammessi, ma al piccolo interessava soprattutto poter cantare e ballare nella solennità del Corpus Domini davanti al Santissimo Sacramento, il suo unico amore! 
   Dopo tanta preghiera e riflessione, ben presto nacque in lui il desiderio di diventare sacerdote. Ne parlò con il parroco e trovò conferma al suo desiderio. Il sacerdote gli preparò la lettera di presentazione e di buona condotta per essere ammesso all’esame di ingresso nel seminario. Il suo ardente zelo per bruciare le tappe e diventare prete lo spinse a iscriversi all’esame nel Centro diocesano senza nemmeno avvertire la famiglia della sua scelta. Ma il piccolo aveva fretta, sentiva dentro di sé la chiamata del Signore a seguirlo più da vicino e non voleva perdere tempo. D’altra parte, la sua vocazione non era un fuoco di paglia, ma affondava le radici fin dalla tenerà età e si era fortificata dall’esempio dei genitori e di quanti lo circondavano. Senza dimenticare la vicinanza e la familiarità con una comunità particolarmente incline all’espressione religiosa. 
   Grande rammarico e sorpresa sorsero nei genitori quando Manuel si presentò in casa con la notizia di essere stato ammesso alla prova per entrare in seminario. Sinceramente, erano rimasti male, perché temevano si trattasse di un’infatuazione di un bambino e che forse tutto si sarebbe risolto in un capriccio temporaneo. A questi timori non era estraneo il problema economico, perché si doveva mantenere il figlio negli studi per lunghi anni, mentre si preparava al sacerdozio. Per questo, in un primo momento, i genitori non gli concessero il permesso. Oltretutto, erano rimasti delusi dal comportamento di un altro figlio che era prima entrato e poi uscito dal seminario. Nonostante le incertezze, vista la determinazione di Manuel, gli venne concesso il permesso di partecipare all’esame di ammissione. Il 19 settembre 1889 venne poi inviata all’arcivescovo l’istanza per l’ingresso in seminario. Il giorno seguente superò l’esame con buoni voti. Il 28 settembre, vista la «somma povertà» della famiglia, venne fatta richiesta per una borsa di studio e per l’esenzione dalle tasse di iscrizione e degli esami. Lo facilitò in questa petizione, l’essere inserito nei cantori della cattedrale. Era prevista, infatti, per chi apparteneva ai «seises» e voleva seguire gli studi ecclesiastici, l’assegnazione di borse di studio. L’esenzione dalle spese però lo obbligava a prestare servizio come domestico: si doveva occupare delle pulizie e rimanere a disposizione anche durante le vacanze.
   Manuel non si scoraggiò del lavoro che l’attendeva e iniziò i corsi nell’anno accademico 1889-1890, dando prova di grande serietà e di profondo impegno negli studi. Si era guadagnato anche la stima e il rispetto dei superiori per la sua obbedienza. Si dimostrò anche molto disponibile verso i suoi compagni di classe, ai quali prestava volentieri gli appunti delle lezioni. Si distinse per essere sempre di buon umore e aperto agli altri. D’altronde, il suo tratto scherzoso e gioviale lo rendeva affabile. Anche con i superiori riusciva a farsi ben volere ed aveva la capacità di ottenere molto di quello che chiedeva. Si racconta che una volta durante le vacanze pasquali desiderava andare a casa, ma non gli volevano concedere il permesso. Dopo varie richieste lo ottenne, ma durante la sua permanenza in famiglia si ammalò. Fu perciò costretto a rientrare due giorni dopo che le vacanze erano terminate e i superiori, credendo fosse una ripicca, per punizione gli imposero di svolgere servizio notturno per tre mesi.  
   Un’altra volta, si ammalò di febbre tifoidea al punto che si temette per la sua vita. In quell’occasione il suo confessore, don Pérez, non fece altro che confermare quello che era l’opinione di molti: se fosse morto sarebbe andato in Paradiso, perché non aveva mai perduto l’innocenza battesimale. A questo proposito, è importante ricordare come Manuel era molto attento alla virtù della castità. Si era perfino cinto il fianco con il cordone di san Tommaso – una devozione diffusa a quel tempo – per esprimere il suo desiderio di vivere casto. Virtù che lo caratterizzò fino agli ultimi istanti della sua esistenza.


   (Dal libro Come un chicco di grano. Biografia di san Manuel González García. A cura di Nicola Gori, El Granito de Arena 2016, pp. 35-40)

giovedì 5 ottobre 2017

Non sono fuggito!

P. Andrea
    Proveniente dal nostro Convento di Bari, giungo nel Convento-Parrocchia di S. Andrea delle Fratte, nel 1986. Qui conosco le Suore Missionarie Eucaristiche di Nazaret, che collaborano in Chiesa (risiedono nella Chiesa di S. Giuseppe a Capo Le Case che fa parte della nostra Parrocchia).
    Per la prima volta ho tra le mani il volume del loro Fondatore “El Obispo del Sagrario abandonado” – Vita del venerabile mons. Manuel González García, mai prima da me conosciuto, nato a Siviglia il 25 febbraio 1887, morto a Madrid il 4 gennaio 1940.
    Ora abbiamo la gioia di averlo tra i Santi riconosciuti. È stato canonizzato nello scorso 16 ottobre 2016 da Papa Francesco; con lui altre belle figure, tra cui il giovane quindicenne messicano Giuseppe Sánchez del Río.
    Avevo l’intenzione di scrivere più a lungo di lui: ricordare le sue esortazioni, la fondazione dell’Istituto delle Suore Eucaristiche di Nazaret, la persecuzione del 1936 (quanti martiri!), ma diverse circostanze impreviste me lo hanno impedito. Non posso fare a meno però di ricordarlo come Anima Eucaristica.
    «Da piccolo –egli scriverà- ho sperimentato una nuova nascita: Eucarestia e Missione. Nell’Eucarestia ho incentrato tutta la mia vita. Ho la commozione di riviverla!». È noto che da seminarista lo sentivano ripetere spesso: «Se dovessi nascere mille volte, mille volte chiederei e pregherei di essere sacerdote». Appena ordinato sacerdote, è inviato a Palomares del Río, un villaggetto. Ci va desideroso di pregare, parlare, salvare. Quanti bei desideri, quanti progetti!
    Entra nella chiesetta… che delusione… Dopo mille domande arriva fredda fredda sui suoi entusiasmi la risposta da parte del sacrestano: «La chiesetta è quasi in rovina, la gente è ormai abituata a non venire più». Scoraggiato si pone dinanzi al Tabernacolo, ma in che stato… Che sforzi hanno dovuto fare la sua fede e la sua volontà per non sfuggire: «Ma non sono fuggito!». Lì in ginocchio, di fronte a quei mucchi di stracci e sporcizia, la sua fede vedeva attraverso quella porticina tarata un Gesù così silenzioso, così paziente, così buono che lo guardava… Fissava su di Lui il suo sguardo triste e supplichevole. «Mi diceva tanto e mi chiedeva di più. Sentii la tristezza di quel “non c’era posto per loro a Bethlemme”, la tristezza del tradimento di Giuda, del rinnegamento di Pietro, lo schiaffo del soldato, l’abbandono di tutti. “Anche voi volete lasciarmi?”».
    Allora egli potè intravedere per il suo sacerdozio un’occupazione che prima non aveva sognato: essere prete di un paese che non vuole bene a Gesù Cristo, perché lui sacerdote, gli voglia bene in nome di tutto il paese. Pensa di diventare “piedi” di Gesù per portarlo dove c’è bisogno di Lui, di avere le sue mani per dare un’elemosina nel suo nome, anche a chi lo rifiuta; la sua bocca per parlare di lui e consolare nel suo nome e gridare a suo favore e a quanti non vogliono ascoltarlo… fino a che lo ascoltino e lo seguano: che bella missione!
    Dopo Palomares viene inviato a Huelva. Qui fonda la Rivista Eucaristica “Granello di senapa”. Nel 1916 viene consacrato Vescovo di Malaga. Raccoglie tanti giovani vicino all’Eucaristia e fonda le Missionarie Eucaristiche di Nazaret. Nel 1935 viene nominato Vescovo di Palencia – Terribile in Spagna la persecuzione del 1936! Nel bacio del Signore muore a Madrid il 4 gennaio 1940. Beatificato da Giovanni Paolo II, viene canonizzato il 16 ottobre 2016, come abbiamo detto, da Papa Francesco.
    Questa pagina vuole ricordarlo soprattutto ai sacerdoti che oggi attraversano tanti momenti difficili: «Non sono fuggito!».

P. Andrea M. Lia, Ordine dei Minimi

venerdì 3 marzo 2017

Una tessera del gran mosaico della santità

La santità è il carattere distintivo di ogni cristiano, vissuta nelle condizioni e nello stato di vita nel quale ogni persona si trova. È un invito alla allegria e all’amore in ogni momento della nostra esistenza, trasformandolo nello stesso tempo in un dono per gli altri.
“Come il santo che vi ha chiamati, diventati santi anche voi in tutta la vostra condotta. Poiché sta scritto: Sarete santi, perché io sono santo” (1Pt 1, 15-16). Una vita santa non è il frutto dello sforzo personale, è il Signore che ci fa santi. Per tanto, tutti possiamo percorrere questo cammino. In tutte le epoche della storia, della Chiesa, in tutte le latitudini della geografia del mondo, ci sono santi di tutte le età e di tutti i diversi stadi della vita; sono volti concreti di ogni popolo, lingua e nazioni.

Fari luminosi
Tutti siamo chiamati alla santità (cf. LG 40). “Qualsiasi forma di vita porta alla santità se si vive in comunione con il Signore e al servizio dei fratelli” (Papa Francesco, Udienza generale, 19/11/2014). Però, nella storia della Chiesa solo alcuni uomini e donne sono stati e sono proclamati santi. Tra questi nomi incontriamo il nostro amato don Manuel González, nostro padre fondatore. Quando il Prefetto della Congregazione per le cause dei Santi, il cardinale Angelo Amato, presentò la richiesta di canonizzazione, risuonano ancora con viva emozione le parole pronunciate dal papa Francesco: “In onore della Santissima Trinità, per l’esaltazione della fede cattolica e l’incremento della vita cristiana, con l’autorità di nostro Signore Gesù Cristo e dei santi apostoli Pietro e Paolo, dopo aver riflettuto a lungo e invocato l’aiuto divino, e ascoltando il parere dei nostri fratelli vescovi, dichiariamo santi i beati Salomone Leclercq, Giuseppe Sánchez del Río, Manuel González García, Lodovico Pavoni, Alfonso Maria Fusco, Giuseppe Gabriele del Rosario Brochero, Elisabetta della Santissima Trinità Catez e li inscriviamo nel Catalogo dei santi, e stabiliamo che in tutta la Chiesa siano devotamente onorati tra i santi” (16/10/2016).
Questa proclamazione del Papa ci conferma che è il Signore, per mezzo del suo vicario sulla terra, che sceglie dei volti veri perche siano fari luminosi. Sono uomini e donne che hanno vissuto la loro vita cristiana nella pienezza della fede, della speranza e dell’amore. San Manuel González è uno di questi sprazzi di luce che lo Spirito Santo ha voluto regalare alla Chiesa e al mondo.

Tutto armonico e bello
San Manuel è una tessera del gran mosaico della santità che Dio crea nella storia, affinchè il volto di Cristo, brilli nella pienezza del suo splendore (cf. Benedetto XVI, Udienza generale, 13/4/2011). Quando contempliamo un mosaico vediamo come la base dei pezzi individuali, tutti distinti nel colore, materiale e struttura l’artista configura un tutto armonico straordinariamente bello. San Manuel in questo gran mosaico della santità è una tessera que brilla perché si lasciò illuminare dallo sguardo di Gesù nel tabernacolo. Cristo Eucaristia fu il bene che lo atrasse, la felicità che più lo catturò e il tesoro che più lo arricchì. E con la forza del Pane eucaristico potè guardare con passione e tenerezza il volto di tanti abbandonati ai quali irradiò luce e calore.
Se c’è altro che lo caratterizò è che fu un uomo realmente felice. Incontrò il segreto della felicità vera che risiedeva nel fondo della sua anima, una felicità che ha la sua fonte “nell’amore umanizzato, crocifisso e sacramentato” (OO.CC. I, n. 461), un amore riconoscente che “non si può paragonare a nessùn altro amore” (OO.CC. I, n. 17).
Il Papa emerito Benedetto XVI ci ha detto in una delle sue catechesi: “I santi, guidati dalla luce di Dio, sono gli autentici riformatori della vita della Chiesa e della società. Maestri con la parola e testimoni con l’esempio, essi sanno promuovere un rinnovamento ecclesiale stabile e profondo, perché essi stessi sono profondamente rinnovati, sono in contatto con la vera novità: la presenza di Dio nel mondo” (Udienza generale, 13/1/2001).
San Manuel González con il suo stile semplice e allo stesso tempo profondo rivolge una parola alla Madonna, una parola chiara e facile da intendere che, considerata oggi come progetto di vita, ci può aiutare a trasformare la nostra esistenza e a cambiare il mondo: “Madre Immacolata, che di tutti i verbi che usano gli uomini per parlare, quello che io coniugo meglio e più volte sia il verbo dare e darmi a Gesù e al mio prossimo”.

Traduzione del Vangelo
La santità nasce da Dio, però allo stesso tempo dal punto di vista umano, si trasmette da uomo a uomo. In questo modo, possiamo dire dunque che i santi generano i santi (cf. Giovanni Paolo II, Angelus, 20/6/1982).
San Manuel è per noi una traduzione del Vangelo, una tessera con uno splendore singolare. Seguire il suo esempio, ricorrere alla sua intercesione, entrare in comunione con lui ci unisce a Cristo Eucaristia, origine di ogni forma di santità (Sacramentum Caritatis 94). E oggi, dall’eterna presenza di Dio, continua generando amici di Cristo Eucaristia. Tu ed io possiamo essere uno di loro.

Suor Mª Teresa Castelló,
Vicaria generale delle Missionarie Eucaristiche di Nazaret

venerdì 17 febbraio 2017

Lodate Dio uomini di tutta la terra!

   Il mondo attuale offre numerose novità che propone con garanzia di pienezza nel momento presente. Che senso ha, quindi, aviccinarsi a persone di epoche passate? La risposta si deve trovare nel testimone della loro vita.

   Don Manuel nasce a Siviglia, una città di bellezza privilegiata, il 25 febbraio 1877. I suoi genitori, Don Martín González Lara e Doña Antonia García Pérez, nati ad Antequera (Málaga), emigrarono a Siviglia in cerca di migliori condizioni di vita.
   Dobbiamo entrare nella vita di don Manuel -come carinamente viene ricordato- tra due secoli, fine del XIX e prima metá del XX, e davanti a problemi sociali molto gravi, pesime condizioni di vita, basso grado di istruzione primaria, estrema povertà, in ampi settori della società, ingiustizie sociali, la disocupazione tra gli operai era ogni volta più dura, le famiglie che avevano bisogno erano più numerose, c’è il problema dei contadini, degli operai delle fabricche, della scuola, il vizio, la pericolosità cittadina, ecc.
   Una società piena di problemi però niente è ostacolo perché l’amore di Dio manifesti la sua grandezza e santità nei suoi figli. È lui che silenziosamente guida la storia, che c’è sempre accanto, che realizza meraviglie e che in mezzo al caos di questo mondo provocato dall’orgoglio e dall’egoismo dell’uomo sa condurci alla salvezza e alla felicità. I santi, luce nel nostro cammino, ci orientano e guidano.
   In questa epoca fioriscono numerosi santi in Spagna, sono come un fascio di luce che seminano speranza, rafforzano la fede e fanno presente Dio nell’amore. Insieme a san Manuel ci sono anche, iniettando la linfa nuova del Vangelo nelle vene dell’umanità, il beato Marcelo Spínola, santa Ángela de la Cruz, san José Mª Rubio, san Pedro Poveda, santa Victoria Diez, san Josemaría Escrivá de Balaguer, santa Genoveva Torres, san Fray Mª Rafael Arnáiz e molti altri che ci invitano a esclamare: Lodate Dio uomini di tutta la terra! Perché continua ad operare meraviglie attraverso i suoi santi.

Cattedrale di Siviglia (Spagna)

martedì 1 novembre 2016

Festa di tutti i Santi

"La terra senza santi è come se Dio non abbia amici in essa"

San Manuel González


Buona festa di tutti i Santi!

domenica 30 ottobre 2016

San Manuel González, modello di fede eucaristica

   Manuel González García nacque a Siviglia e concluse i suoi giorni a Palencia, dove riposa sotto il Tabernacolo della Cattedrale. Come sacerdote (ordinato nel 1901) esercitò il suo ministero a Siviglia e a Huelva. Fu Vescovo di Malaga (consacrato nel 1916) e Palencia.
   Fondò opere sociali in Huelva e costruì un nuovo seminario a Malaga. Nel 1931, a causa dell'incendio della sua residenza, lasciò Malaga e guidò la Diocesi da Gibilterra e Madrid. Nel 1935 Pio XI gli assegnò la sede palentina; lì consumò l'offerta della sua vita a immagine del Buon Pastore, senza perdere la bontà nello sguardo e il sorriso sulle labbra.
   Nel 1902, nella parrocchia di Palomares del Río, ricevette la grazia che avrebbe polarizzato tutta la sua vita. Egli stesso racconta: "Andai direttamente al Tabernacolo. Lì la mia fede vedeva un Gesù silenzioso, tanto paziente, che mi guardava, che mi diceva molto e mi chiedeva di più. Uno sguardo nel quale si rifletteva tutta la tristezza del Vangelo: la tristezza di non avere riparo, il tradimento, la negazione, l'abbandono di tutti".
   A seguito di questa esperienza mistica, il 4 marzo 1910 a Huelva fondò il primo ramo della Famiglia Eucaristica Riparatrice (formata da laici, consacrati e sacerdoti), con lo scopo di dare e cercare una risposta di amore a Cristo Eucaristia. Fondò anche due riviste di azione eucaristica: "El Granito de Arena" (per gli adulti) e "RIE" (per i bambini), e scrisse libri di preghiera, formazione sacerdotale e catechesi.
   "Per i miei passi non voglio che un sentiero, quello che porta al Tabernacolo, e camminando per quel sentiero incontrerò affamati e poveri di molte classi... e farò discendere su di loro la gioia della Vita". Queste parole tracciano il profilo del nuovo santo. Con ragione Papa San Giovanni Paolo II lo ha proposto come "modello di fede eucaristica".

giovedì 20 ottobre 2016

Celebrare la santità di Dio nei suoi figli



   «I santi sono uomini e donne che entrano fino in fondo nel mistero della preghiera. Uomini e donne che lottano con la preghiera, lasciando pregare e lottare in loro lo Spirito Santo; lottano fino alla fine, con tutte le loro forze, e vincono, ma non da soli: il Signore vince in loro e con loro. Anche questi sette testimoni che oggi sono stati canonizzati, hanno combattuto la buona battaglia della fede e dell’amore con la preghiera. Per questo sono rimasti saldi nella fede, con il cuore generoso e fedele. Per il loro esempio e la loro intercessione, Dio conceda anche a noi di essere uomini e donne di preghiera; di gridare giorno e notte a Dio, senza stancarci; di lasciare che lo Spirito Santo preghi in noi, e di pregare sostenendoci a vicenda per rimanere con le braccia alzate, finché vinca la Divina Misericordia» (Papa Francesco, Piazza San Pietro, domenica 16 ottobre).

   Possiamo rivivere questi momenti con un clic: