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domenica 4 gennaio 2026

Festa di San Manuel González

«Gesù nell’Eucaristia è sole che irradia luce, calore e vita di cielo; sorgente di acqua medicinale che sempre scorre in molte direzioni; giardino delizioso che sparge sempre gli aromi più squisiti».

Con queste e con molte altre parole, san Manuel González ci ricorda nei suoi scritti che Gesù Eucaristia «è vita che fa vivere». Questa certezza lo ha reso un instancabile apostolo dell’Eucaristia, testimone di un amore che arriva fino al dono totale di sé.

Egli ha però compreso anche un’altra realtà: il dono che il Padre ci ha fatto in Gesù Cristo Eucaristia non è sempre accolto da tutti e spesso non è al centro della vita di molti cristiani.

In questo momento, in cui il Signore è con noi, chiediamogli la grazia di riconoscere più profondamente la sua presenza viva nell’Eucaristia, per poter rispondere con amore all’Amore che si dona per noi.

Gesù si fa Pellegrino dell’Amore e della Speranza, bussa al nostro cuore e desidera vivere in noi. Apriamo le porte del nostro cuore: quando Gesù entra, non toglie nulla, ma dona tutto se stesso.



lunedì 20 novembre 2023

Nuovo libro su San Manuel González!

Una vita chiamata a riparare l'abbandono

Il testo "San Manuel Gonzalez Garcia una vita chiamata a riparare l'abbandono" di Don Federico Locci, parroco a Cagliari della Comunità dei Santi Pietro e Paolo, costituisce un approfondimento del lavoro scientifico fatto dall'Autore in occasione della Tesi del Dottorato in Teologia Pastorale da lui conseguito presso la Pontificia Facoltà Teologica della Sardegna nel 2016: "La spiritualità e la teologia eucaristica nella missione pastorale e nell'azione sociale del Beato Manuel González García". Con il presente lavoro di carattere divulgativo, l'Autore intende contribuire alla conoscenza della vita e delle opere del Santo spagnolo, conosciuto come "Vescovo del Tabernacolo abbandonato", beatificato dal Papa San Giovanni Paolo II il 29 aprile 2001 e canonizzato da Papa Francesco il 16 ottobre 2016. Dallo studio emerge l'interesse e la passione dell'Autore che, in modo completo e approfondito, presenta il pensiero e l'attività pastorale e sociale di questo dinamico pastore, vissuto in Spagna tra il 1877 e il 1940. La pubblicazione di Don Federico Locci costituisce un notevole e prezioso contributo alla conoscenza della figura di questo Sacerdote e Vescovo, distintosi come autorevole guida spirituale, formatore di coscienze cristiane, brillante predicatore e scrittore; un protagonista indiscusso della storia ecclesiastica e civile spagnola nei primi decenni del ventesimo secolo.

+ info: Novità editoriale Libreria del Santo

giovedì 16 novembre 2023

Ciò che un prete può fare oggi (Papa Francesco fa riferimento a San Manuel González)

Discorso del Santo Padre Francesco 

all'Associazione dei Sacerdoti Ispanici negli Stati Uniti d'America

Sala Clementina, 16 novembre 2023


Cari fratelli,

Grazie per essere venuti qui, questa è la casa di Pietro, la vostra casa, perché la Chiesa è una casa dalle porte aperte, alla quale tutti vengono da oriente a occidente per sedersi alla mensa che il Signore ci ha preparato (cfr. Mt 8,11). E quando vogliamo render la Chiesa raffinata, è una casa dalle porte chiuse, e questo non va bene. Attenzione alla raffinatezza ecclesiastica. Ho letto con attenzione le domande che mi avete fatto pervenire — sono molte — e mentre pensavo come poter rispondere, mi sono ricordato delle parole che il Signore disse a Santa Teresa di Gesù quando le tolsero i libri di cui lei si fidava: “Io ti darò un libro vivente”, Cristo è il libro che vi raccomando vivamente. Ma bisogna cercarlo, nella Scrittura e nel Vangelo, nell’adorazione silenziosa, perché abbiamo perso un po’ il senso dell’adorazione, dobbiamo trovare il Signore nel silenzio dell’adorazione. Se io domando ora — non lo chiederò per non far arrossire nessuno — ma se io domandassi ora quante ore di adorazione fate ogni settimana, sarebbe un buon test. Butto lì la domanda ma ognuno risponde dentro di sé. No, perché è troppa fatica, perché qui, perché là. Se tu non preghi, se tu non adori, la tua vita vale poco.

Negli Stati Uniti per il prossimo anno si sta preparando un Congresso Eucaristico Nazionale e sono stati scelti come suoi patroni il beato Carlo Acutis e san Manuel González, entrambi eccelsi — come tanti santi della Chiesa — nell’arte di leggere questo libro vivente, dinanzi al Tabernacolo, in una scuola silente e inginocchiata. Ed è proprio tra le catechesi di san Manuel che vorrei prendere una chiave di risposta alle domande che mi avete posto. In un’occasione san Manuel si rivolse a un gruppo di fedeli, riflettendo sul ruolo delle sante donne sul Calvario, come modelli di ogni discepolo dinanzi alla croce del Signore, allora come oggi. Sono un modello. La stessa impotenza, lo stesso desiderio di agire contro l’ingiustizia che vissero le sante donne in quei momenti, possiamo provarli noi di fronte alla problematica degli immigranti, alla chiusura di certe autorità civili e religiose, alle sfide dell’interculturalità, alla complessità dell’annuncio, tante cose.

Dinanzi a queste difficoltà il santo ci avverte che “Gesù non smette di soffrire”. Dice Gesù che starà sul Calvario fino alla fine dei tempi, anche se è risorto, continua a stare sul Calvario nella persona dei fratelli. In ogni tabernacolo, in ogni calice consacrato, vediamo ergersi la croce, e ci chiede: Possiamo fare qualcosa per alleviare il Cristo sofferente di oggi? “Fatelo, fatelo al più presto”, ma fatelo consapevoli che “la Passione sarà la compagna del Gesù dei vostri Tabernacoli” in ogni fratello e sorella che soffre, e ciò che Dio vi chiede è di non lasciarli soli. Non lasciate soli quanti soffrono, non lasciate solo il Signore del Tabernacolo, convincetevi che non potete fare nulla con le mani se non lo fate con le ginocchia. Adorazione, silenzio eucaristico e intercessione dinanzi al Tabernacolo. E poi sì, servizio. Ma è come il pingpong, una cosa porta all’altra, una cosa porta all’altra.

Gesù, ci dice san Manuel, non pretende da noi che impediamo la Passione, ma che gli rendiamo gloria anche in mezzo ad essa. In questo per favore vi chiedo: guardatevi dall’accomodarvi, non vi accomodate, non vi accomodate, a volte il mondo moderno ci porta a orari. “Padre, mi può confessare? “No, l’orario è da tal ora a tal ora”. Per favore, prima la gente, poi l’orario. Non diventate “impiegati” del sacro. Che è il pericolo di questa cultura. Rivedete la vostra dedizione alla gente, la vostra apertura del cuore.

Ispirandomi a questi santi, lascio che sia il Signore nel Tabernacolo a rispondere alle vostre preoccupazioni. Alcune risposte forse vi appariranno ingenue, come gli sforzi del giovane Carlo Acutis per diffondere qualcosa che per lui fu una scoperta eccezionale, “un’autostrada per il cielo”. Altre vi sembreranno più grandi di voi, come portare avanti le opere sociali e apostoliche che promosse san Manuel. In realtà, questo pastore, nelle sue raccomandazioni, affermava che, sopra ogni altra cosa, ciò che un prete può fare inizia oggi, con la preghiera semplice, la parola vicina, l’accoglienza fraterna e il lavoro perseverante. Preghiera, semplice, parola vicina, accoglienza fraterna e lavoro perseverante. Non vi risparmiate! Diceva un prete di un quartiere povero, popolare, che gli viene voglia di tappare la finestra. Perché la gente va a chiedergli cose a qualsiasi ora, o va a chiedere benedizioni, qualunque cosa. Perché la gente è molto inopportuna, come il Signore, che è inopportuno. E il prete mi diceva: “quando vedono la porta chiusa bussano alla finestra, devo tappare la finestra”. No, apri la porta. Questo è fondamentale: preti per la gente. [...] Recuperate sempre la chiamata di Gesù a servire, a disposizione degli altri. [...]

Papa Francesco

Qui Discorso completo


domenica 5 novembre 2023

Libro: L'abbandono dei Tabernacoli accompagnati

Questo testo è l’opera di un santo spagnolo preconciliare, San Manuel González García († 1940), che alla compagnia di Gesù Sacramentato dedicò la sua vita di sacerdote, di vescovo e di fondatore di numerose iniziative apostoliche. 

Portare le anime al Tabernacolo, affinché si accorgano che Gesù abita in esso e affinché lo conoscano in tutti i modi possibili, è lo scopo de L’abbandono dei Tabernacoli accompagnati (3a ed. spagnola, 1935), tradotto da Effedieffe in italiano.

Il libro di San Manuel non è soltanto una bellissima opera di teologia, di ottima ascetica, di commovente pietà e di insegnamento della liturgia e dei misteri racchiusi nella S. Messa (secondo il vetus ordo), è anche un sapiente itinerario mentis in Deum, affinché l’uomo conosca con l’intelletto, per quanto è possibile, il mistero dell’Incarnazione del Verbo, e doni il suo cuore a Dio volontariamente, secondo l’affetto che dobbiamo portare verso Gesù nella realtà del sacrificio eucaristico e della reale Presenza.

L’uomo è per natura infinitamente distante da Dio; ma per degnazione divina, attraverso l’Eucaristia e la S. Messa, Dio è vicinissimo all’uomo (l’opposto di quanto insegna il panteismo gnostico: l’uomo è dio e il ritorno al principio supremo o assoluto indifferenziato, da cui egli emana, è difficile e per pochi iniziati). Pertanto, l’Eucaristia è il miracolo della perpetua permanenza di Dio a fianco dell’uomo. Purtroppo l’abbandono dell’Eucaristia è la frustrazione pratica di questo miracolo e con essa dei fini misericordiosi e altissimi della sua permanenza (fiumi di bene per l’uomo e per la società).

L’abbandono nell’accompagnamento («Tunc discipuli eius relinquentes eum, omnes fugerunt», Mc. XIV, 50) è il male di coloro che gli sono vicini, che dovrebbero esserGli amici; di coloro che «sanno che Gesù ha occhi e non si lasciano vedere da essi, e orecchi e non gli parlano, e mani e non si avvicinano a raccogliere i suoi doni, e un Cuore che li ama ardentemente e non lo desiderano e lo disgustano, e una dottrina di tutta la Verità e la disprezzano o la interpretano a loro capriccio, e esempi di vita e non li imitano» (San Manuel González, pagina 78 del suo libro).

Questo prezioso testo ha dunque per scopo di far pensare al deserto di solitudine che Gesù patisce nell’altare del SS. Sacramento, che per molte ore non ha nessuno innanzi, e di come, a volte, passano giorni prima che qualcuno gli renda visita. Soprattutto è un testo di grandissima importanza per tutti i cattolici, perché insegna a comunicarsi bene e a fare visita con il maggior profitto possibile a Gesù nel Tabernacolo, secondo la compagnia di presenza, di compassione, di imitazione e di confidenza.

È il testo di un grande vescovo e di un grande santo, che può vantare la scienza e la sapienza del crocefisso, come voleva l’Apostolo. La sua lettura e le istruzioni che impartisce non mancheranno di aiutare profondamente la fede e la vita pratica di ogni cattolico.


EFFEDIEFFE ha tradotto l’opera, per i suoi lettori, con assoluta fedeltà all’originale spagnolo del 1935 (3a edizione).

• Il testo si compone di 192 pagine, formato 115x165 mm, con copertina avorio e bandelle segnalibro che recano lo stemma ecclesiastico di San Manuel.

martedì 16 febbraio 2021

Buon cammino quaresimale!


 Quaresima: tempo de grazia! Buon cammino!

Mercoledì delle ceneri

Vangelo   Mt 6,1-6.16-18
Il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà.

Dal vangelo secondo Matteo:
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«State attenti a non praticare la vostra giustizia davanti agli uomini per essere ammirati da loro, altrimenti non c’è ricompensa per voi presso il Padre vostro che è nei cieli.
Dunque, quando fai l’elemosina, non suonare la tromba davanti a te, come fanno gli ipocriti nelle sinagoghe e nelle strade, per essere lodati dalla gente. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Invece, mentre tu fai l’elemosina, non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra, perché la tua elemosina resti nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà.
E quando pregate, non siate simili agli ipocriti che, nelle sinagoghe e negli angoli delle piazze, amano pregare stando ritti, per essere visti dalla gente. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Invece, quando tu preghi, entra nella tua camera, chiudi la porta e prega il Padre tuo, che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà.
E quando digiunate, non diventate malinconici come gli ipocriti, che assumono un’aria disfatta per far vedere agli altri che digiunano. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Invece, quando tu digiuni, profùmati la testa e làvati il volto, perché la gente non veda che tu digiuni, ma solo il Padre tuo, che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà».  

Colletta

O Dio, nostro Padre, concedi, al popolo cristiano di iniziare con questo digiuno un cammino di vera conversione, per affrontare vittoriosamente con le armi della penitenza il combattimento contro lo spirito del male. Per il nostro Signore.

Sulle Offerte

Accogli, Signore, questo sacrificio, col quale iniziamo solennemente la Quaresima, e fa' che mediante le opere di carità e penitenza vinciamo i nostri vizi e liberi dal peccato possiamo celebrare la Pasqua del tuo Figlio. Egli vive e regna nei secoli dei secoli.

Antifona alla Comunione     Sal 1,2-3

Chi medita giorno e notte sulla legge del Signore
al tempo opportuno porterà il suo frutto.

Dopo la Comunione

Questo sacramento che abbiamo ricevuto, o Padre, ci sostenga nel cammino quaresimale, santifichi il nostro digiuno e lo renda efficace per la guarigione del nostro spirito. Per Cristo nostro Signore.

martedì 2 febbraio 2021

Una chiamata speciale...


   Era il 2 febbraio 1902... San Manuel González davanti al tabernacolo della parrocchia di Palomares del Río (Siviglia), riceve una chiamata speciale: "eucaristica e missionaria".

   Lui stesso ci racconta: "Sono andato diritto al tabernacolo... e che tabernacolo, Dio mio! Che sforzi dovettero fare la mia fede, il mio coraggio per non fuggire verso la mia casa! Ma, non fuggii. Lì in ginocchio... di fronte a quel mucchio di stracci e sporcizia, la mia fede vedeva attraverso quella porticina tarlata un Gesù così silenzioso, così paziente, così buono, che mi guardava. Sì, sembrava che dopo aver percorso con il suo sguardo quel deserto d'anime, fissava il suo sguardo, triste e supplichevole, che mi diceva tanto e mi chiedeva di più. Uno sguardo in cui si riflettevano una grande voglia di amare e un'angoscia infinita anche per non trovare chi voleva essere amato. Uno sguardo dove si rifletteva tutta la tristezza del Vangelo: la tristezza di quel 'non c'era posto per loro a Betlemme', la tristezza delle sue parole: 'Anche voi volete lasciarmi?', la tristezza del tradimento di Giuda, del rinnegamento di Pietro, dello schiaffo del soldato, dell'abbandono di tutti... Uno sguardo che mi è penetrato nell'anima e che non ho dimenticato mai..." (San Manuel González, Aunque todos... yo no)

 

martedì 19 gennaio 2021

Cos'è il tabernacolo, e perché visitarlo dà tanta pace?

Una risposta efficace alla domanda relativa a cosa fare nei momenti difficili che stiamo vivendo nel mondo

Mi appassiona parlare e scrivere della presenza reale e vera di Gesù VIVO nel tabernacolo. Alcuni si chiedono cosa sia il tabernacolo e perché ne parlo tanto – o meglio, chi vi abita.

Il tabernacolo è il punto della chiesa destinato a conservare l’Eucaristia. È come una casetta con la chiave e una piccola luce rossa a fianco che indica che lì c’è Gesù.

Il sacerdote custodisce nel tabernacolo le ostie consacrate che non sono state consumate durante la Messa. I cattolici possono e devono avvicinarsi ai tabernacoli sapendo che in essi abita il prigioniero dell’amore, l’amico degli amici, il Re dei Re: Gesù Sacramentato.

Un’elemosina di affetto

Mi hanno sempre colpito le parole di un vescovo che era solito chiedere in elemosina non denaro, né abiti per i poveri o cibo. Chiedeva gesti d’amore per Gesù nei tabernacoli abbandonati.

“Permettete che, io che invoco spesso la sollecitudine della vostra carità a favore dei bambini poveri e di tutti i poveri abbandonati, invochi oggi la vostra attenzione e la vostra cooperazione a favore del più abbandonato di tutti i poveri: il Santissimo Sacramento. Vi chiedo un’elemosina d’affetto per Gesù Sacramentato…” (San Manuel González).

Per favore, non lasciate solo Gesù, andate a trovarlo. È un prigioniero d’Amore, in attesa del nostro affetto e della nostra compagnia.

Recuperate forze e speranza

Credo di averlo già commentato in qualche occasione. Spesso mi scrivono lettori di Aleteia e persone che hanno letto i miei libri.

Mi chiedono cosa fare per recuperare le forze e la speranza, per vivere felici, con la pace interiore (quanto è preziosa la pace, ce ne accorgiamo quando la perdiamo…).

Spesso non ho la risposta alle loro inquietudini, ma so chi ce l’ha. Per questo, raccomando a tutti la stessa cosa, continuamente: “Vai davanti al tabernacolo e racconta tutto a Gesù”.

Un amico che vive in Canada mi ha chiesto cosa fare di fronte al momento difficile che vive il mondo. Gli ho raccomandato quello che dico a tutti: “Vai davanti al tabernacolo e parla con Gesù. RaccontaGli tutto”.

Oggi mi ha mandato questa nota. Vi riporto le sue parole, perché sono davvero edificanti e possono esservi di aiuto:

“Claudio, martedì ho seguito il tuo consiglio e sono andato a far visita a Gesù Sacramentato. Sono rimasto un po’ più di un’ora, semplicemente parlandoGli. Quando sono uscito il mondo era lo stesso, i miei problemi e le mie preoccupazioni erano sempre lì, ma… ho provato una pace indescrivibile. Sono tornato a casa estremamente felice di averlo fatto”.

Claudio De Castro


Post originale:

https://it.aleteia.org/2021/01/18/cose-il-tabernacolo-e-perche-visitarlo-da-tanta-pace/


Grazie infinite Claudio De Castro e amici di Aleteia!!!


lunedì 7 ottobre 2019

Seguimi! (Mt 9,9)


Varie volte Gesù ripeté nel Vangelo le parole «Alzati» e «Cammina»; quest’altra, «Seguimi», rarissimamente. Perché? Forse perché è la parola della intimità. Anime che aspirate a questa dolce e misteriosa intimità, vi invito ad assaporarne bene il profondo significato.
Il suo significato
«Seguimi», detto ad un’anima da Gesù che sa, può e vuole quanto dice, equivale a dire: «Anima, conosco perfettamente il tuo passato, il tuo presente e il tuo avvenire, nutro tanta fiducia nel tuo amore, mi trovo talmente a mio agio accanto a te, ho tanto bisogno di te per la mia gloria e tu di me per la tua felicità, che non voglio vivere senza di te, né posso rischiare di dirti “Vai” ci rivedremo in seguito, ma voglio che tu stia con me ad ogni istante del giorno e della notte».
Per questo motivo il Maestro usava ripetere quella parola dopo aver illuminato con quel suo sguardo tenero e penetrante coloro che sceglieva ed elevava al ruolo dolcissimo di suoi intimi amici e, per farne sottolineare meglio il valore, la faceva precedere da queste altre: «Se vuoi essere perfetto».
La sua storia
Certo: è una parola che ha una sua precisa storia, e quale storia! Nel Vangelo il «Seguimi» è la parola con cui Gesù chiamò al suo seguito gli apostoli e le pie donne, gli amici suoi più intimi; nel tabernacolo, da dove continua a ripeterla, è la parola creatrice delle grandi abnegazioni e delle eroiche rinunce al mondo e a se stessi. Quel «Seguimi» detto sottovoce da Gesù nella comunione al termine degli Esercizi spirituali, quali trasformazioni radicali, che notevoli vittorie, che dolorose immolazioni ha operato nelle anime che ebbero la fortuna di sentirselo dire!
Sì, sì, discepole delle prime Marie; informatevi alle grate e alle ruote dei monasteri, nelle camerate degli ospedali e degli asili, nelle soffitte, sui campi di battaglia e ovunque dimorino o svolgano il loro apostolato preziose esistenze consacrate all’amore dell’Amato, informatevi sulla storia di quella parola e conoscerete storie ricche d’amore e di eroismo, estremamente varie e incantevoli. Ma c’è proprio bisogno di andare in giro per trovarne? Senza uscire dalla vostra cerchia, forse ne conoscerete di molto interessanti.
Anime eucaristiche che della vostra esistenza con tutto ciò che la riempie, avete fatto come un gemito prolungato di compassione sull’abbandono del tabernacolo, quale voce attrasse i vostri occhi, i vostri piedi, le vostre mani, la vostra bocca, le vostre lacrime e tutto il vostro amore? Quale forza riuscì a trasformare la vostra vita da frivola in saggia, da inutile in feconda, da oziosa e tiepida in attiva e fervente? Quale segreta forza ha avuto il potere di rendervi tanto somiglianti alle sante Marie e al discepolo Giovanni?
Ricordate quel foglietto, quella pagina aperta a caso, quella comunione, la visita a quel tabernacolo, quella parola…? Ve ne ricordate? All’inizio della vostra vocazione non vi fu, per caso, quell’affettuoso «Seguimi», la parola della intimità rivolta a voi dal migliore degli amici?
Anime eucaristiche, quale fortuna la vostra! Nei vostri momenti di dubbio, di tentazione, di incertezza, di pusillanimità, di lotta tra il dovere e l’inerzia, di stanchezza, di scoramento, ricordatevi di quelle labbra che vi dissero: «Seguimi» e di quegli occhi che nel medesimo momento vi illuminavano con uno sguardo tenero e penetrante…
Badate bene che in quella parola, come non è delimitata la predilezione che vi dimostra, così non viene precisato per quanto tempo vi obbliga… «Seguimi» vi è stato detto; il Maestro vuol dire: ora e in seguito, oggi e domani, sulla terra e in cielo… «Seguimi sempre».
San Manuel González
("Tabernacolo: Vangelo vivo", Ediz. Cantagalli, 135-137)
«Seguimi» vi è stato detto; il Maestro vuol dire:
ora e in seguito, oggi e domani, sulla terra e in cielo…
«Seguimi 
sempre».


mercoledì 28 agosto 2019

Il mio primo Tabernacolo abbandonato


A San Manuel González rimase impresso nell’anima lo sguardo di Gesù Cristo nel tabernacolo. Non lo poté mai dimenticare. In questo breve video, HM Televisione – con materiale registrato da Siervos HM Films – coglie quello che palpitava nel cuore di questo santo e l’esperienza che lo fece diventare il «Vescovo dei Tabernacoli abbandonati». In effetti, Don Manuel dedicò la sua vita a prendersi cura delle necessità di Gesù Cristo nella «Sua vita di Tabernacolo» e a fare tutto il possibile per difenderLo dall’abbandono.

domenica 23 dicembre 2018

Il Maestro è qui... e ti chiama

«Sta qui! Santa, deliziosa, estasiante parola che dice alla mia fede tutte le meraviglie della terra e tutti i miracoli del Vangelo; che dà alla mia speranza il possesso anticipato di tutte le promesse e che pone fremiti di gaudio divino nell’amore dell’anima mia.
Sappiate che il forte, il grande, il magnifico, il soave, il vincitore, il buonissimo Cuore di Gesù sta qui nell’Eucaristia!»  (San Manuel González)

In silenzio, guarda Gesù…
Vieni, lasciati attrarre dal Maestro!
Egli è qui e ti chiama! (cf. Gv 11,28)… restate in silenzio e adorate il vostro Signore, il nostro Maestro e Signore Gesù Cristo...


«Venne fra la sua gente, ma i suoi non l’hanno accolto» (Gv 1,11)
«Colui che era il Signore si rese pellegrino dell’Amore e cominciò a bussare alla porta di ogni casa su questa terra...
Che pena, Dio mio, che dopo quel delizioso: “Venne tra i suoi” l’evangelista abbia dovuto aggiungere il triste, desolante: “Ma i suoi non l’hanno accolto!”.
Pellegrino dell’Amore: almeno noi che ti abbiamo conosciuto, almeno noi, spalanchiamo la porta perché tu possa entrare? (...)
Madre Immacolata, aiuta con la tua protezione e il tuo sostegno a forgiare una chiave di durissimo acciaio, fatto cioè di lealtà e fedeltà. Che sia solo Gesù ad aprire e a chiudere questo mio cuore».

San Manuel González

giovedì 1 febbraio 2018

L’abbandono del Tabernacolo!

   Dio mio, come ti ringrazio che fra tutte le impressioni della mia vita di sacerdote e di parroco, la dominante, la quasi esclusiva, abbia voluto che sia quella prodotta dall’abbandono del Tabernacolo!
   Come devo ringraziarti, Cuore del mio Gesù, per avermi chiamato a vedere, a sentire e predicare il Tabernacolo abbandonato!
   Grazia tua è stata, Signore, e molto grande, quella di avermi come confitto i miei occhi, la mia bocca, la mia mano, la mia penna e la mia anima in questo abbandono, a piangere il quale non ci sono sufficienti lacrime nel mondo.

San Manuel González

Ti ringrazio, o mio Signore!

sabato 2 dicembre 2017

Situazione sociale e religiosa (Vita di San Manuel González, 10)

   Dal punto di vista religioso, l’epoca in cui visse Manuel González García si caratterizzò per forti tensioni e contraddizioni. Al momento della stesura della Costituzione del 1876, i conservatori vedevano di fondamentale importanza valorizzare la Spagna dal punto di vista religioso, considerando i valori cattolici della maggioranza della popolazione. Al contrario, le classi politiche più progressiste cercavano di far riconoscere nel Paese il diritto alla libertà religiosa, quale segno di civiltà. Per conciliare queste posizioni, venne trovato un compromesso: la fede cattolica venne dichiarata religione di Stato, ma venne permessa in ambito privato la pratica di altre religioni. Oltre alla concessione della libertà di culto, nonostante determinate restrizioni, vennero eliminati i vincoli medievali che ancora sussistevano tra Chiesa cattolica e popolazione rurale. La parte più liberale della classe politica si trasformò così in un elemento contrario e ostile alla Chiesa. L’intento era di allontanare dall’influenza della Chiesa le masse di operai che avevano abbandonato la terra per cercare lavoro nelle città. Ciò veniva perseguito attraverso campagne di denigrazione nei confronti della religione cattolica, che veniva presentata come nemica del popolo e della sua felicità. Con il termine della reggenza di Maria Cristina d’Asburgo-Tenschen, il 17 aprile 1902, si inaugurava una violenta propaganda antireligiosa. Il clero e soprattutto i gesuiti venivano insultati pubblicamente e la paura serpeggiava nella comunità ecclesiale. Nel Concordato tra Stato e Chiesa era stabilito che l’insegnamento della dottrina cattolica fosse inserito nei programmi ufficiali statali. Con l’avvento delle giunta rivoluzionaria le cose cambiarono. Le Cortes decretarono la libertà di insegnamento basandosi sull’ideologia del krausismo, cioè la difesa della tolleranza accademica e della libertà di cattedra davanti al dogmatismo. Alla Chiesa non restava che agire in privato o in istituzioni non pubbliche. Vennero così create le Accademie della gioventù, quella di San Luigi, gli Studi dell’associazione dei cattolici di Spagna. Sorsero così numerose opere di apostolato e di educazione, gestite da congregazioni religiose o da sacerdoti volenterosi. Si calcola che alla fine del XIX secolo in Spagna fossero circa 40.000 suore, sparse in 2.656 comunità, delle quali 910 si dedicavano all’educazione. Vi erano anche 10.630 religiosi, riuniti in 597 comunità, 294 delle quali dedite all’insegnamento. Anche le missioni popolari promosse dai gesuiti e da altri ordini erano impegnavate in ambito educativo. Un grande impulso all’azione in campo sociale venne dalla promulgazione dell’enciclica Rerum Novarum di Leone XIII. Grazie alla sollecitazione del Pontefice, i cattolici si occuparono sempre più delle condizioni di lavoro della classe operaia. Si deve all’iniziativa di vari vescovi e sacerdoti l’istituzione di Circoli di operai cattolici, del Banco popolare Leone XIII e della Federazione nazionale di operai. Nel 1909 si contavano 370 casse rurali di matrice cattolica.  
   In Andalusia, terra natale del santo, sorsero varie opere sociali in ambito educativo e caritativo per andare incontro ai bisogni delle masse dei lavoratori che subivano ingiustizie, soprusi e discriminazioni. Le città aumentavano continuamente di popolazione visto il continuo afflusso di contadini alla ricerca di impiego. Si creò il cosiddetto «ensanche», come veniva chiamato all’epoca il sistema di alloggi per tanta gente immigrata dalle campagne. Questo fenomeno non regolato dette vita a veri e propri tuguri e al «chabolismo», alloggiamenti provvisori vicini al luogo di lavoro. Le città cambiarono di aspetto e così le classi sociali: aumentarono i giovani, crebbe la borghesia, si ingrossarono le fila di proletari, favorendo le tensioni tra nuovi arrivati e cittadini. Ciò creò una massa di persone senza lavoro, senza alloggio, senza mezzi di sussistenza che si concentrava nelle grandi città della Spagna e in particolare dell’Andalusia. Si viveva in condizioni igieniche e ambientali disastrose, dove le epidemie erano all’ordine del giorno e la promiscuità regnava sovrana. I salari erano irrisori rispetto al minimo per vivere dignitosamente. Si lavorava anche sedici ore in condizioni terribili, sottoposti a incidenti e senza nessuna tutela per le donne e i bambini. Nonostante la legge del luglio 1873 proibisse il lavoro minorile, i bambini venivano regolarmente impiegati anche nei lavori più duri e pericolosi. Al lato di questa massa proletaria, la città pullulava di altrettanti sciagurati, quali poveri, mendicanti, invalidi, ladri, prostitute, saltimbanchi. Tutta gente che non aveva nemmeno un tetto dove dormire e che spesso tirava a campare giorno per giorno, rischiando anche di morire di fame o di malattia. Esistevano strutture caritative e assistenziali per aiutare questi disperati, ma la loro capacità era insufficiente. Anche sul piano dell’educazione, le scuole potevano occuparsi solo del 50% della popolazione in età scolare. Infatti, nel 1908 le scuole in Spagna erano 30.075, insufficienti a sradicare l’analfabetismo. 
   Un altro elemento che caratterizzò l’Andalusia di quel tempo, fu la diffusione delle comunità protestanti, a seguito della Costituzione del 1876 che sanciva la tolleranza religiosa. I predicatori partivano dal dominio inglese di Gibilterra e andavano tra le classi più povere di lavoratori delle città andaluse. Costruivano cappelle e aprivano scuole gratuite per istruire quella massa di gente che a poco a poco abbracciava il protestantesimo. In questo modo, cercavano di colmare il vuoto statale nell’educazione primaria dell’infanzia. Nel 1873 venne fondato il Seminario teologico di Puerto de Santa María e i predicatori evangelici cominciarono una propaganda a base di libri, riviste e foglietti. Con il regno di Alfonso XII la comunità protestante dovette rallentare la sua opera di diffusione e concentrarsi sulla classe proletaria, fino al 1886, quando venne sancita la libertà di religione. Per contrastare l’influsso protestante e quello laicista, che cercavano di farsi strada tra i meno abbienti, da parte cattolica si iniziò un’opera capillare di apostolato e di alfabetizzazione dei figli dei lavoratori con l’apertura di nuove scuole. D’altronde, l’anticlericalismo prendeva sempre più campo e alimentava il rancore contro la Chiesa, incolpata di essere la causa del ritardo del progresso in Spagna, dell’analfabetizzazione e dell’arretratezza culturale del popolo. 
   Le rivolte anarchiche e le tensioni sociali che sfociarono in moti rivoluzionari ebbero come obiettivo anche quello di ridurre l’influsso della Chiesa e di allontanarla dalla popolazione. Nel 1909, durante la settimana rossa di Barcellona, vennero saccheggiate e incendiate più di cinquanta chiese e case religiose. Tuttavia, nonostante gli attacchi, la Chiesa mantenne il suo prestigio nella società spagnola. Nel 1920 su una popolazione di 21 milioni di abitanti vi erano 34.420 sacerdoti, uno ogni 613 persone. Come sempre accade, si colpiva la Chiesa per abbattere il potere civile che la sosteneva. Tuttavia, la comunità ecclesiale mai si dimenticò dei poveri, dei disperati, di quelli a cui mancava la speranza. 
   Con la proclamazione della seconda repubblica spagnola, il 14 aprile 1931, la situazione nei confronti della Chiesa peggiorò ovunque, perché i partiti al potere erano pervasi da anticlericalismo e propugnavano la laicità assoluta, considerando normale la persecuzione religiosa pur di raggiungere l’obiettivo. L’ideologia si trasformò in pratica e l’11 maggio 1931 ebbe luogo l’incendio di più di un centinaio di chiese e conventi a Madrid, Siviglia, Cordova, Cadice, Murcia, Saragozza, Valenza e Málaga, senza che il governo si opponesse, o consegnasse alla giustizia i responsabili. A quel tempo vescovo di Málaga era il nostro santo. La stessa situazione don Manuel trovò a Palencia, anche se molto meno drammatica che in Andalusia. 


   (Dal libro Come un chicco di grano. Biografia di san Manuel González García. A cura di Nicola Gori, El Granito de Arena 2016, pp. 118-122)

giovedì 30 novembre 2017

A Palencia (Vita di San Manuel González, 8)

   Seppur con dolore lasciò la guida dell’amata diocesi di Málaga e accettò con obbedienza e umiltà la nuova destinazione che il Papa gli aveva indicato. Non fu facile per lui distaccarsi da anni e anni di intensa attività pastorale svolta negli ambienti familiari della sua Andalusia. Sempre però con l’atteggiamento di grande abbandono alla volontà di Dio che si manifesta nei superiori, accettò il sacrificio e si donò interamente per la nuova diocesi. La situazione che trovò non fu certamente semplice. Le tracce della Guerra civile erano ancora vive in quella città della Castiglia e León. Palencia era in quel momento sotto il controllo repubblicano e la Chiesa non era vista di buon occhio. Bisognava fare attenzione a come muoversi. Basti ricordare che nel giugno 1936 vennero proibite le processioni pubbliche, così quella nella solennità del Corpus Domini si svolse all’interno della cattedrale. Per un periodo i suoi seminaristi vennero chiamati a prestare servizio militare, un fatto che destò molta preoccupazione nel santo. Tuttavia, non li abbandonò mai e si tenne in contatto costante per via epistolare. Quando il 19 settembre 1936 i seminaristi rientrarono dalle vacanze estive, il seminario che trovarono era uno dei pochi sopravvissuti alla chiusura. Accolse così  seminaristi di altre diocesi e perfino un gruppetto proveniente da Málaga. Come nella città andalusa, anche a Palencia non mancarono le difficoltà e le opposizioni, ma il santo non era tipo da lasciarsi scoraggiare. La sua carità verso gli altri si rivelò feconda di opere: aiutò non pochi sacerdoti poveri e pagò le rette ai seminaristi che non avevano la possibilità di mantenersi gli studi. 
   Il clima sociale purtroppo si manteneva sempre teso, pesava il conflitto tra nazionalisti e repubblicani. Un giorno, mentre tornava con il treno dalla settimana pro seminario che si svolse a Toledo, una grossa pietra lanciata da mano violenta, entrò nel vagone e lo colpì sul pettorale senza arrecargli danno. Il 19 giugno 1936, scoppiarono tumulti e scontri tra repubblicani e militari e guardia civile. In quei giorni trovò la morte il governatore repubblicano, ma anche molti cattolici vennero trucidati. Il santo invitò tutti i fedeli a supplicare la Vergine Maria attraverso la preghiera del Rosario, perché concedesse pace  e riconciliazione alla Spagna. Il 24 gennaio 1937, nella festa di Nostra Signora della pace, invitò tutti i bambini a supplicare il Cuore di Gesù e di Maria per ottenere pace alla nazione.  
   In quel periodo vennero compiuti alcuni furti sacrileghi in varie parrocchie della diocesi e a distanza poco tempo l’uno dall’altro: a Soto de Cerrato, a Monzón de Campos, a Reinoso de Cerrato e a Prádanos de Ojeda. In risposta a questi atti, promosse ovunque il culto eucaristico e la devozione al Cuore di Cristo. Organizzò le adorazioni notturne, le settimane eucaristiche, le preghiere di riparazione, invitò alla comunione frequente e dette impulso alla catechesi. Cercò di riavvicinare i fedeli alla pratica dei Sacramenti e a rendere la loro fede più adulta. Iniziò la visita pastorale nelle varie parrocchie della diocesi, nonostante i pericoli e il momento di grande incertezza sociale e politica. Non temeva per la sua vita, ma voleva assolutamente confermare la fede della gente in quel momento difficile. Non si risparmiò fatiche e disagi per raggiungere quante più parrocchie possibile e inviò anche dei missionari a predicare nei villaggi più sperduti.  
   Nel marzo 1936 aprì una casa di Nazaret a Palencia e istituì in diocesi anche i discepoli di san Giovanni. In quella casa trasferì il noviziato, dato che a Málaga la situazione sociale era ancora drammatica. Infatti, la presidente delle Marie, Carmen López de Heredia, venne assassinata. Con questa morte, anche le Marie avevano dato il contributo di sangue per la pacificazione della Spagna e per l’avvento del Regno di Dio. L’8 settembre seguente, emise il decreto di approvazione degli statuti, del direttorio e del governo della fraternità delle Marie nazarene. Palencia diventò il punto di riferimento per le consacrate sparse nei vari Nazaret di Spagna che andavano diffondendosi. Nel 1937 radunò i bambini riparatori. 
   Nel settembre 1939, fece gli esercizi spirituali insieme con il clero. Sarebbero stati gli ultimi, perché la malattia stava minando definitivamente la sua salute. Il 28 ottobre 1939, compì un viaggio a Saragozza per visitare le suore nazarene  che erano state chiamate in diocesi dal maggio precedente. Approfittò per recarsi in pellegrinaggio  al santuario caro a tutti gli spagnoli: la Vergine del Pilar, che lui considerava sua particolare protettrice. Al ritorno si fermò a Madrid per rappresentare l’arcivescovo di Burgos nella Conferenza episcopale dei metropolitani. Il 13 novembre rientrò a Palencia, dove i dolori alla testa si intensificarono. Riusciva ormai solo a celebrare la messa e nemmeno poteva farlo tutti i giorni. Anche le visite al tabernacolo nella cappella gli costavano grandi sforzi. Da quel momento in poi dovette far fronte al peggioramento dello stato di salute. Fin da giovane aveva sofferto di colite acuta e cronica e, soprattutto, come sappiamo, di forti emicranie che talvolta lo obbligavano a interrompere anche quello che stava facendo. A volte doveva scrivere in ginocchio a causa dei forti dolori alla testa. Nell’età avanzata gli si presentò anche un’affezione alla vescica: una nefrite cronica e un’ipertrofia prostatica. 
   Negli ultimi mesi della sua vita la sofferenza aumentò notevolmente, soprattutto a causa del mal di testa. Ripeteva sempre il suo Fiat! Sicuro e fiducioso nella Provvidenza divina, alla quale si era abbandonato. In quel periodo intensificò la preghiera, sostando in cappella più a lungo per adorare il Santissimo Sacramento e recitare il Rosario. Negli ultimi giorni, in cui le forze stavano diminuendo rapidamente, disse a chi lo circondava: «Sono stato più di là che di qua e ho visto che quello che importa, è la santità, perciò «si deve sacrificare tutto alla volontà del Signore». Al termine della sua vita sentiva pressante l’invito di Cristo a donarsi interamente, a lasciare ogni minimo affetto o attaccamento e a preparasi all’incontro definitivo con Lui. Davanti al Santissimo Sacramento prima di uscire definitivamente dal palazzo episcopale disse: «Cuore di Gesù, ti rendo grazie per tanti dolori che mi dai; grazie per quello che mi hai fatto soffrire. Benedetto sia per tutto e perché ora vuoi che me ne vada». E poi in un momento di grande abbandono e di sofferenza, aggiunse: «Sono tuo, fai di me quello che vuoi». 
   Il 28 novembre, ricevette il Sacramento degli infermi, la comunione e l’assoluzione generale. Ripresosi un poco, il 31 seguente, venne deciso di trasferirlo in ambulanza a Madrid per ricoverarlo nella clinica del Rosario. Nel viaggio verso la capitale, recitò il Rosario e volle che lo avvertissero quando l’ambulanza passava davanti a una chiesa. Così avrebbe potuto salutare e onorare Gesù presente nei tabernacoli. Giunto alla clinica, la prima cosa che chiese, fu quella di essere accompagnato in cappella. Dopo una prima visita, i medici capirono che non c’era più niente da fare e che, purtroppo, non era possibile operarlo. Poco dopo, ricevette la visita del nunzio apostolico. Poi, celebrò la messa nella sua stanza e dopo aver recitato il Magnificat, morì serenamente. Era mezzogiorno del 4 gennaio 1940. 
   Il giorno successivo, la sua salma venne trasferita a Palencia. Il 6 gennaio 1940, un gruppo di Missionarie Eucaristiche di Nazaret fece la professione perpetua davanti al corpo del fondatore. Il 7 gennaio, venne inumato nella cappella del Santissimo Sacramento della cattedrale. Sulla tomba fu posta una lapide con l’epitaffio scritto da lui stesso: «Chiedo di essere inumato accanto a un tabernacolo, perché le mie ossa, dopo la morte, come la mia lingua e la mia penna in vita, dicano sempre a chi passa: Qui c’è Gesù! Qui c’è! Non abbandonatelo! Madre Immacolata, san Giovanni, sante Marie, portate la mia anima alla compagnia eterna del Cuore di Gesù in cielo». 
   La morte non cancellò il ricordo di don Manuel, anzi, la sua fama di santità cominciò a diffondersi e ad aumentare sempre più. Già da tempo, molta gente si rivolgeva a lui per chiedere consigli e farsi guidare spiritualmente, perché era convinta di trovarsi di fronte a un santo. Alcuni raccontavano che egli aveva il dono di leggere i segreti delle anime. Già al tempo in cui era sacerdote, ma ancor di più, una volta diventato vescovo, la stima e il rispetto nei suoi confronti, facevano sì che molte persone ricevendo sue lettere le conservassero come una reliquia. Lo stesso avvenne durante l’ultimo periodo della sua malattia, quando era infermo a letto e nella clinica di Madrid. Infatti, quanti lo circondavano presero dei pezzetti del suo abito episcopale e passarono delle medaglie e degli oggetti sul suo corpo, per poi conservarli come reliquie.  
   La scena si ripeté durante l’esposizione della salma nella cappella del palazzo episcopale di Palencia. La sua fama non si era mantenuta viva solo tra le sue figlie, ma si era diffusa tra il popolo di Dio in tutti quei luoghi che avevano visto la presenza del santo. A poco a poco, le visite e i pellegrinaggi alla tomba di don Manuel si moltiplicarono. Infatti, egli era ben conosciuto non solo nelle diocesi che aveva guidato, ma anche in molte regioni della Spagna. Ciò si deve anche alla diffusione dei suoi libri che si trovavano in vendita in diversi Paesi  europei, ma anche in America Latina. 
   Visto il perdurare della fama di santità, nel 1952 venne aperto a Palencia il processo ordinario, che si concluse nel 1960. Vennero interrogati 18 testimoni oculari, dei quali nove Missionarie Eucaristiche di Nazaret, cinque sacerdoti, un medico, un architetto, e due notai. Furono anche aperti quattro processi rogatoriali: a Huelva, dove furono ascoltati 13 testimoni, a Siviglia con 16 testimoni, a Madrid con 6 testimoni e a Málaga con 30 testi. Seguì un processo conoscitivo a Palencia, negli anni 1981-1983, dove deposero 27 persone riguardo l’eventuale mancanza di carità e di prudenza, in quanto si doveva chiarire il suo rapporto con i sacerdoti baschi imprigionati dal generale Franco nella Trappa di San Isidro de Dueña, negli anni 1938-1939. Concluso con esito positivo il procedimento, gli atti vennero inviati a Roma alla Congregazione delle Cause dei Santi, la quale, il 13 luglio 1984, emise il decreto di validità dei processi.  Da allora in poi, l’iter fu più spedito: il 6 aprile 1998, Giovanni Paolo II lo dichiarò venerabile, e il 29 aprile 2001, lo beatificò. 
   Nel 2008 a Madrid, avvenne un presunto miracolo per intercessione di don Manuel. Si trattava della guarigione da «linfoma non-Hodgkin (LNH), plasmoblastico, con restrizione IgA lambda, monoclonale». Il 31 maggio 2010 venne aperta a Madrid l’inchiesta diocesana sul miracolo che si concluse positivamente. Il 29 ottobre 2015, la Consulta Medica della Congregazione delle Cause dei Santi, riconobbe all’unanimità l’inspiegabilità scientifica della guarigione; il 15 dicembre 2015 la Consulta dei teologi diede voto affermativo, e lo stesso fanno i cardinali e i vescovi il 1° marzo 2016. Il 3 marzo successivo, Papa Francesco firmò il decreto di approvazione del miracolo. Il XXXX Papa Francesco lo canonizzò in piazza San Pietro.


   (Dal libro Come un chicco di grano. Biografia di san Manuel González García. A cura di Nicola Gori, El Granito de Arena 2016, pp. 103-109)

mercoledì 29 novembre 2017

In esilio (Vita di San Manuel González, 7)

   Purtroppo, la situazione politica e sociale si faceva sempre più ostile alla Chiesa cattolica. Il 14 aprile 1931 venne proclamata la repubblica e quelle che fino ad allora erano state solo minacce e calunnie si trasformarono in azioni di odio concrete.  Già dai giorni precedenti l’avvento della repubblica, don Manuel aveva chiesto ai suoi collaboratori di pregare molto, perché la situazione a Málaga stava degenerando. Cercò di mettere in salvo gli oggetti sacri più preziosi dell’episcopio e incoraggiò i suoi sacerdoti ad affrontare la prova che li attendeva. Era ormai sicuro che qualcosa sarebbe successo. Nella notte dell’11 maggio i timori si rivelarono fondati. La folla inferocita prese d’assalto chiese e conventi, dandoli alle fiamme. In breve tempo, si diresse verso il palazzo episcopale e lo circondò cercando di sfondarne le porte. Don Manuel con sua sorella, i suoi collaboratori e le suore della Croce, che aveva chiamato da Huelva per aiutarlo e accudirlo nelle faccende quotidiane, iniziarono a recitare il Rosario. Momenti di grande paura e di concitazione per quanti erano rimasti nel palazzo. Il pericolo di venire trucidati era concreto. 
   Il santo, tuttavia, non perse la serenità. Impartì  l’assoluzione generale a tutti i presenti, li comunicò, e per non lasciare il Santissimo Sacramento in balia dei facinorosi, inghiottì tutte le ostie consacrate rimaste. Si rivolse poi a quanti lo circondavano e chiese loro di offrire quei momenti di sofferenza per l’avvento del regno del Cuore di Gesù in Spagna e nella diocesi di Málaga. Attraverso una porta segreta si rifugiarono nell’attiguo collegio dei religiosi maristi. Questo espediente però non fermò la folla che irruppe sia nell’episcopio, sia nel collegio al grido di «muoia, muoia». Cercavano lui, il responsabile, secondo loro, di chissà quali delitti. L’unica sua colpa era di essere il pastore di quella Chiesa locale. Agli occhi dei sovversivi rappresentava il nemico da abbattere. 
   Don Manuel con grande coraggio si presentò davanti a quei facinorosi e chiese cosa volessero da lui. Le loro intenzioni non era delle più amichevoli, qualcuno aveva portato addirittura una corda per impiccarlo.  Insulti e offese facevano da cornice a quella scena così drammatica, ma il santo cominciò a camminare verso l’uscita del collegio e si fece strada in mezzo alla folla urlante. Lo seguivano le suore della Croce e i suoi collaboratori, che rimasero inorriditi dal vedere il palazzo vescovile completamente dato alle fiamme. Passò tra le gente che lo strattonava da ogni parte e qualcuno cercò anche di togliergli lo zucchetto. Un uomo si mise davanti a lui e gli puntò perfino la pistola, dicendogli che non avrebbe sparato solo per timore di uccidere sua sorella. Superato il momento critico e nonostante il pericolo, don Manuel riuscì a raggiungere la casa di don Antonio Rodríguez Ferrol. Appena entrato in casa, la prima cosa che fece fu quella di invitare tutti a recitare il Rosario. A chi gli diceva impaurito che tutto era perduto, rispondeva di guardare alla grazia di Dio che nessuno avrebbe potuto sottrarre loro. Anzi, in quella circostanza, erano ancor di più simili gli apostoli, senza mezzi, ma pieni di fiducia in Dio. Mancava solo il martirio per suggellare l’imitazione degli apostoli. Poco mancò che non si realizzasse. Infatti, la tregua in quella casa durò molto poco. 
   All’alba si presentò un capo dei repubblicani che impose al santo di andarsene da lì. Don Manuel rispose di non aver commesso nessun crimine e che il suo unico desiderio era di rimanere a Málaga per guidare la diocesi a lui affidata. Temeva però per l’incolumità dei padroni di casa e stava cercando una via d’uscita alla situazione. Nel frattempo, giunsero i signori di Heredia, suoi amici, che per salvarlo dal linciaggio lo fecero salire sull’auto e lo condussero alla loro fattoria «La Vizcaina». Don Manuel sperimentò un attimo di tregua e poté celebrare la messa. Ma la pace sarebbe durata molto poco, infatti, il 13 maggio, i contadini inferociti circondarono l’abitazione e dettero un’ora di tempo a don Manuel per andarsene. Se non avesse rispettato l’ultimatum avrebbero incendiato tutto. Possiamo immaginare la sofferenza del santo che vedeva la sua presenza recare danno agli amici che l’ospitavano. Decise così di abbandonare quell’alloggio e, alle cinque del pomeriggio, si diresse verso una famiglia che abitava in campagna. Purtroppo, i padroni di quella fattoria non vollero si fermasse per paura di rappresaglie. Occorreva trovare una rapida soluzione perché i sobillatori non si sarebbero certamente arresi al pensiero che il vescovo rimanesse nel territorio diocesano, in quanto temevano la sua presenza. Allora, qualcuno pensò di far rifugiare il vescovo a Gibilterra, in territorio britannico, dove nessuno avrebbe potuto toccarlo. I marchesi di Larios si impegnarono a cercargli un albergo, mentre veniva preparato il passaporto e avvisato il vescovo di Gibilterra. A mezzanotte, don Manuel riuscì a passare la frontiera, dove lo attendeva monsignor Richard Joseph Fitzgerald (1881-1956), al quale consegnò l’ostia consacrata che conservava in una teca. Per il momento, era salvo al di là del confine spagnolo, ma il suo cuore era rimasto a Málaga. Il giorno successivo, poté celebrare la messa nella cattedrale. Venne poi ospitato nella casa di riposo «Gavino» della città.  
   Si trattava ora di gestire da lontano il governo pastorale della diocesi, cosa non facile. Don Manuel sapeva che la situazione non si sarebbe normalizzata velocemente, così incaricò il vicario generale di provvedervi fino al suo ritorno. Quel periodo fu fonte di grande sofferenza e sacrificio, in quanto era costretto a rimanere separato dai suoi sacerdoti e dal suo gregge. Purtroppo, il clima politico e sociale gli impediva di rientrare, perché sia il governo, sia le autorità locali non gradivano la sua presenza a Málaga. Anche la nunziatura lo invitò ad avere pazienza e a rimanere a Gibilterra ancora un po’. Il santo obbedì anche se a fatica, perché sentiva fortemente lo zelo per il gregge affidato, e questa sua impossibilità a occuparsene lo faceva tribolare enormemente. Tuttavia, pur non temendo per la sua vita, non voleva mettere a repentaglio quella degli altri che lo circondavano. Il suo esilio forzato sulla rocca di Gibilterra durò sette mesi, nei quali riuscì anche a ordinare sette sacerdoti del suo seminario che si erano spostati sul suolo inglese appositamente per ricevere il sacerdozio dalle mani del loro vescovo.
   Dopo varie trattative diplomatiche, nel dicembre 1931, gli venne prospettata la possibilità di trasferirsi a Ronda, cittadina che si trovava in diocesi di Málaga. Il 14 del mese, scrisse al nunzio apostolico Federico Tedeschini (18731959) per esprimergli il suo dolore e la sua fedeltà alla Chiesa. Il 26 seguente, passò a Ronda, dove rimase sette mesi, controllato continuamente dalla polizia. Venne ospitato nella palazzina che apparteneva all’episcopio, e che era unita al collegio dei salesiani. In quella cittadina, riuscì a insegnare il catechismo e a tenere delle conferenze. Molto discretamente organizzò anche un’Accademia di catechisti. 
   Il 29 luglio 1932 compì un viaggio a Madrid per incontrare il nunzio apostolico, il quale, al contrario di quello che sperava, lo invitò a non rientrare a Málaga, ma a continuare a guidare la diocesi da Ronda. Evidentemente, i tempi non erano ancora maturi e la sua presenza sarebbe stata motivo di nuovi conflitti. Era un vero pastore e quindi la sua testimonianza disturbava quanti volevano ridurre la Chiesa ai margini della società, i quali non avrebbero esitato a ridurlo al silenzio. Tuttavia, il santo non si arrese e mesi dopo visitò di nuovo il nunzio apostolico a San Sebastián, con la speranza che potesse intervenire presso le autorità locali per permettere il suo rientro. Il 4 ottobre partì per Roma, dove venne ricevuto in udienza  da Pio XI. Rientrato in Spagna, si rese conto che anche a Ronda la situazione era sempre più delicata. Non volendo recar problemi a chi l’ospitava, si trasferì a Madrid, accolto dalla famiglia Calonge y Page, che gli offrì un appartamento indipendente. Per il momento doveva rimanere nella capitale, perché il nunzio apostolico gli riconfermò l’impossibilità di tornare a Málaga. La sua situazione era drammatica: era solo,  lontano dalla sua diocesi, costretto a vivere di elemosina, perché non aveva nessuna rendita, eccetto i proventi dalla vendita dei suoi libri che però non gli permettevano di vivere dignitosamente. Fortunatamente, alcuni suoi amici ed estimatori gli inviavano regolarmente delle offerte. Poco tempo dopo, ricevette una lettera del cardinale Eugenio Pacelli (1876-1958), segretario di Stato, che gli spiegò i motivi per i quali non poteva rientrare in diocesi: le minacce nei suoi confronti e l’impossibilità delle autorità locali di poter garantire la sua sicurezza. Lo invitò pertanto a rimanere a Madrid nonostante i disagi. Che non erano pochi! 
   In quel periodo, un’altra prova si abbatté su di lui: la situazione delle Marie in Madrid, che erano state affidate alle cure del beato padre Rubio, il quale era morto nel 1929. Aveva preso la loro direzione il gesuita padre Cuadrado, il quale cercava di allontanarle dal santo, perché non voleva interferisse nel governo. Tuttavia, le Marie non si fecero troppo condizionare e il 4 marzo 1935, poterono celebrare l’anniversario della loro fondazione con don Manuel, il quale firmò l’atto di erezione della fraternità della Marie nazarene. 
   Intanto, il nunzio apostolico aveva chiaro che ormai il santo non sarebbe potuto più rientrare a Málaga, così fece pressioni, perché rinunciasse al governo della diocesi e ne scegliesse un’altra, fosse stata anche sede arcivescovile. Trovò però l’opposizione di don Manuel che voleva tornare nella sua città. Non era facile per lui distaccarsi dalla gente e da quell’ambiente dove aveva realizzato tante opere. Il 31 marzo 1935, il nunzio apostolico tornò nuovamente alla carica e gli scrisse per ricordagli che durante la visita a Roma dell’aprile 1934, in occasione della canonizzazione di san Giovanni Bosco, incontrando Pio XI aveva dato al Papa la sua disponibilità a guidare un’altra diocesi. La situazione che si era creata ormai era irreversibile. Il 4 luglio successivo, monsignor Tedeschini lo informò che per volontà del Pontefice era definitivamente sollevato dal governo pastorale della diocesi di Málaga e che gli lasciavano la possibilità di indicare un’alternativa a sua scelta. Il giorno seguente, dopo aver riflettuto e pregato, domandò al nunzio apostolico la possibilità di recarsi a Palencia, che considerava una diocesi piccola e ben disposta nei confronti della Chiesa. Tuttavia, si dichiarava disponibile ad andare in qualunque posto il Papa lo ritenesse opportuno. Il 9 luglio, monsignor Tedeschini scrisse al cardinale Pacelli che poteva procedere alla nomina di don Manuel a vescovo di Palencia. Il 5 agosto 1935, Pio XI rese pubblica la nomina di don Manuel a vescovo di Palencia. Il 6 ottobre, seguì il corso di esercizi spirituali nella Trappa di Dueñas, situata nel territorio della sua nuova diocesi. Terminati gli esercizi spirituali, il 12 successivo, fece il suo ingresso a Palencia. 



(Dal libro Come un chicco di grano. Biografia di san Manuel González García. A cura di Nicola Gori, El Granito de Arena 2016, pp. 53-57)

lunedì 27 novembre 2017

Sulle orme di San Paolo (Vita di San Manuel González, 6)

   Il suo più grande desiderio era di vivere il Vangelo e tradurlo in opere nel suo ministero episcopale. Per far giungere la voce di Cristo e della Chiesa scrisse varie lettere pastorali e numerosi libri di facile comprensione per il popolo. La sua produzione letteraria fu notevole, visto che iniziò ben presto a scrivere, nel 1907. Diceva che tra i tre profumi preferiti, uno era quello dell’inchiostro da stampa. Il suo obiettivo principale era di diffondere la dottrina cristiana e lo faceva appoggiandosi alla Sacra Scrittura, al Magistero della Chiesa e alla liturgia. Ciò è evidente nei suoi scritti, in quanto non vi sono molti riferimenti estranei a questi documenti. Leggendo le sue opere troviamo narrata la sua esperienza con Dio e svelata la sua più intima natura. Infatti, descriveva quello che avveniva nella sua anima, rivelando un forte vincolo con Dio che fa di lui un vero mistico. I temi che più ricorrono sono l’Eucaristia, la Vergine Maria e la fedeltà alla Chiesa. Il suo intento è quello di avvicinare le anime ai misteri della fede, incitandole alla perseveranza, alla fedeltà, alla pratica della vita cristiana. E’ proprio per questo che il suo linguaggio è semplice perché tutti lo comprendano. Spazia dai temi apostolici ai temi sociali, da quelli spirituali alla pratica religiosa di ogni giorno. Prima di dare alle stampe i suoi libri li faceva rivedere e approvare dalla Congregazione dei Riti. Egli, infatti, voleva essere apostolo della buona stampa, ancorato alla verità, sullo stile di san Paolo che inviò le sue Lettere alle varie Chiese della prima era cristiana. 
   Il primo libro pubblicato dal titolo Lo que puede un cura hoy (Quello che può un parroco oggi) ebbe un successo mondiale, venne stampato in ben venticinque edizioni e tradotto in varie lingue. Possiamo raggruppare la sua produzione in sette grandi categorie a seconda del tema trattato e dei destinatari: ai sacerdoti, sul seminario, sull’Eucaristia, per l’opera dei Sagrarios-calvarios (Tabernacoli-calvari), sull’apostolato, pedagogico-catechetici, e su vari temi di spiritualità. Tra le varie opere ricordiamo: Mi comunión de María, Aunque todos, yo no, Qué hace y qué dice el Corazón de Jesús en el Sagrario, Granitos de sal e alcune altre a carattere devozionale e di ampia diffusione popolare. 
   Non era solo con queste pubblicazioni che voleva portare il suo contributo all’evangelizzazione, ma anche attraverso la collaborazione con il quotidiano «Correo de Andalucía», fondato nel 1899 dall’arcivescovo di Siviglia, il beato Marcelo Spínola y Maestre, per dare vita a una stampa che non fosse avversa alla Chiesa. A sua volta, nel 1907 fondò la rivista «El Granito de Arena» («Il Granello di Sabbia»).  
   Oltre alla penna, don Manuel portò avanti un progetto educativo di grande importanza. Come già aveva fatto quando era arciprete di Huelva, adesso che era diventato vescovo, continuò ad aprire nuove scuole e a promuovere l’insegnamento del catechismo. Contribuì personalmente alle opere sociali in favore dei poveri e dei lavoratori disoccupati. Appena veniva a conoscenza di una sciagura occorsa in qualche parte della sua diocesi, immediatamente correva per consolare, sostenere e portare aiuto effettivo. Accadde così durante un terribile incendio che devastò la zona della Aduana, nella notte dal 25 al 26 maggio 1922. 
   Per conseguire una migliore formazione del clero inviò alcuni seminaristi a studiare a Roma e a Comillas. 
   Vista la felice esperienza delle Marie, individuò la necessità di fondare una congregazione religiosa femminile che lo sostenesse nello sforzo di diffusione del culto eucaristico e rendesse più stabili le opere già avviate. Così il 3 maggio 1921 dette vita alla congregazione delle suore Marie Nazarene, oggi chiamate Missionarie Eucaristiche di Nazaret. Al numero 3 di via Marqués de Valdecañas, in un modesto appartamento, alcune donne appartenenti al gruppo delle Marie si riunirono per vivere in comunità. Dopo la semplice promessa, iniziarono con un corso di esercizi spirituali. Dalle Marie come il più prezioso frutto era nato un istituto religioso. Perché il riferimento a Nazaret? Per molteplici motivi, tra i quali quello per cui, come egli stesso spiegava: «Nazaret significa fiore, ma essendo fiore e conservando gli uffici indicati, esso, preferiva vivere come radice che desse succo senza produrre rumore né sperare nulla. Come Gesù nella sua vita di Ostia!». Inoltre, secondo le intenzioni del fondatore, Nazaret «è l’apprendistato della vita da ostia». Così ogni casa sarà chiamata Nazaret a motivo «della vita nascosta e di preparazione che si deve condurre in essa». Poi, rivolgendo lo sguardo a Dio scrisse: «Cuore di Gesù, che il tuo Nazaret sia scuola per apprendere a parlare come te nel vangelo e a stare zitti come te nel tabernacolo. Madre Immacolata, chiedi allo Spirito santo che sia il Maestro di questa scuola».   
   Il santo voleva che le Missionarie Eucaristiche riflettessero le stesse virtù delle tre donne del Calvario che seguirono Gesù fino alla fine, con fedeltà, senza mai abbandonarlo. Voleva fossero coraggiose, senza remore, né calcoli umani. Ogni comunità sarebbe stata una nuova Nazaret, dove in compagnia di Maria, la Madre di Gesù, queste donne avrebbero riprodotto lo stesso ambiente che si viveva nella Sacra Famiglia. Le suore sarebbero state come semi di quel fiore che Nazaret rappresenta. Come Gesù nel silenzio e nel nascondimento, avrebbero fermentato l’umanità con la ricchezza della carità. Il loro modello sarebbe stato Gesù che si è donato interamente senza riserve per il bene dell’uomo. Consacrate a Cristo avrebbero vissuto in continua adorazione del Figlio di Dio che ha voluto rimanere presente in tutte le chiese della terra. Avrebbero unito contemplazione e azione, andando verso i bisogni dei fratelli, in particolare dei più poveri, degli abbandonati, dei derelitti per portare loro non solo la carità, ma il Pane di Vita, del quale ogni uomo ha consapevolmente o meno bisogno. Il fondatore le volle vere e proprie missionarie per portare al mondo la buona notizia dell’Eucaristia. E una volta fatto conoscere il messaggio eucaristico, avvicinare gli uomini a Gesù presente in tutti i tabernacoli. Se all’inizio, provenivano dalle fila delle Marie, come la confondatrice, María Antonia González, a poco a poco, la congregazione accolse giovani di ogni estrazione sociale e provenienza. Mentre progressivamente le comunità delle Missionarie si diffondevano per la Spagna, nel 1930, il santo affidò alle suore anche l’amministrazione della rivista ed editoriale «El Granito de Arena» («Il Granello di Sabbia»).  
   Nel 1932 pensò anche a un istituto secolare e fondò le Marie Ausiliarie Nazarene (oggi Missionarie Eucaristiche Secolari di Nazaret). Nel 1939 volle anche vi fosse una sezione di aspiranti minori per la gioventù. 
   Tutte le realtà fondate dal santo attualmente sono state integrate nella grande Famiglia eucaristica riparatrice (Fer): per i bambini esiste la Riparazione infantile eucaristica, per i giovani la Gioventù eucaristica riparatrice, per gli adulti l’Unione eucaristica riparatrice, per le religiose le Missionarie Eucaristiche di Nazaret, per le laiche consacrate le Missionarie Eucaristiche secolari e per i sacerdoti i Missionari Eucaristici Diocesani. 
   A proposito dell’Unione eucaristica riparatrice, il santo ne tracciò il programma modulandolo sul motto: «Al maggior abbandono di tutti gli altri, più compagnia propria». Il principale obiettivo era di «dare e cercare, organizzata e permanentemente, al Cuore di Gesù Sacramentato, riparazione del suo abbandono (esteriore e interiore) di messa, comunione e presenza reale, per la compagnia di presenza, compassione, imitazione e fiducia. A mettere queste due parole: tabernacolo e abbandono, la presenza più perenne dei vostri corpi e delle vostre anime, la compassione più sentita con i sentimenti del Cuore di Gesù Sacramentato, l’imitazione più fedele della sua vita eucaristica e la fiducia più  devota nel suo amore misericordioso! Che quando il dardo dell’abbandono va a conficcarsi nel tabernacolo, si veda spinto a una di queste due cose: o a retrocedere perché voi, gli uomini del tabernacolo, non lo lasciate passare, o se ciò non potete, a giungere al tabernacolo gocciolando sangue dai vostri cuori, lacrime dai  vostri occhi ed essenza dalle vostre vite». La presenza orante e silenziosa davanti al Santissimo Sacramento ha il potere di cambiare completamente le anime e di modellarle sull’esempio di Gesù che si donò interamente al Padre per la salvezza dell’umanità. Fare compagnia a Gesù Sacramentato è quindi una grazia che Dio offre alle sue creature, pertanto, ancora una volta l’uomo è debitore nei confronti del Signore. Riparare è perciò un gesto di compassione e di carità ma che produce frutti di bene non solo per le anime, ma in primo luogo per quanti compiono questa azione. 
   Il santo poi descrisse nei particolari quello che l’Unione eucaristica riparatrice rappresenta per la comunità cristiana: essa riconosce «come il maggior male di tutti i mali nell’ordine pratico e causa a sua volta delle peggiori offese a Dio e dei più gravi danni alla Chiesa, alla società, alla famiglia e alle anime, l’abbandono del tabernacolo, e contro di esso viene a lavorare con tutti i mezzi che lo zelo gli detti. Secondo il santo Vangelo, le Marie accompagnarono il Signore: servendolo, ungendolo, piangendo e lamentandosi e stando ai piedi della croce quando tutti l’abbandonarono». Questo doveva essere il programma di vita anche delle Marie, secondo il Fondatore: «Servire il Cuore eucaristico abbandonato o solitario con la comunione e visita ogni giorno e con propaganda per cercare altre comunioni e visite per lo stesso tabernacolo». Quella particolare attenzione a non fuggire, a rimanere vicini a Gesù  quando tutti l’hanno abbandonato per paura o vigliaccheria ricorre sempre negli scritti di don Manuel. La fedeltà al Signore crocifisso, percosso, umiliato, morto e sepolto è la virtù che deve caratterizzare la vita delle Marie e di quanti vogliono riparare le tante ingratitudini da parte degli uomini nei confronti di Gesù.     


   (Dal libro Come un chicco di grano. Biografia di san Manuel González García. A cura di Nicola Gori, El Granito de Arena 2016, pp. 83-89)

A Málaga (Vita di San Manuel González, 5)

   Nell’estate 1915, si aprì una nuova stagione della sua vita: mentre si trovava in vacanza per alcuni giorni presso la famiglia Escribano a Las Navas del Marqués, in provincia di  Ávila, ricevette una lettera da parte del nunzio apostolico in Spagna, l’arcivescovo Francesco Ragonesi (1850-1931). Lo informava che lo avrebbe proposto come vescovo ausiliare della diocesi di Málaga. La notizia lo gettò in grande apprensione, perché non voleva assolutamente diventare vescovo, anzi, il solo pensiero lo metteva in agitazione. Partì, perciò, per San Sebastián dove si trovava il nunzio apostolico per esporgli i suoi dubbi e scongiurare la nomina. Ma non vi fu niente da fare. La decisione era stata presa. D’altronde, era già da un po’ di tempo che la nunziatura seguiva don Manuel. Era stato notato dall’allora nunzio apostolico, monsignor Antonio Vico (1847-1929), durante la III settimana sociale che si svolse nel 1908 a Siviglia. In quell’occasione, il santo aveva tenuto una conferenza sull’azione sociale del parroco. Ma a quel tempo, don Manuel aveva solo 31 anni, un’età ritenuta prematura per farlo diventare vescovo. 
   Dopo il viaggio a San Sebastián, rientrò a Siviglia e si incontrò con l’arcivescovo per informarlo del colloquio avvenuto con il nunzio apostolico. La cattedra episcopale di Siviglia era occupata a quel tempo dal cardinale Enrique Almaraz y Santos (1847-1922), il quale non si mostrò contento della preannunciata nomina, forse perché si era sentito scavalcato. Don Manuel, allora, spiegò che era stato costretto ad accettare, perché gli avevano detto che era volontà del Papa di nominarlo vescovo. Per dimostrare la sua buona fede, firmò un foglio in bianco e lo consegnò all’arcivescovo, dicendogli che vi avrebbe scritto la rinuncia immediata all’episcopato, qualora il cardinale non fosse stato d’accordo. Allora, l’arcivescovo comprese la sua buona fede e la sua umiltà e dette il beneplacito. 
   Ottenuto il consenso del cardinale, non restava che attendere la decisione ufficiale, che arrivò il 6 dicembre 1915, quando Benedetto XV lo nominò vescovo titolare di Olimpo e, al contempo, ausiliare di Málaga. Il giorno successivo ricevette il telegramma da parte della Santa Sede e, il 16 gennaio 1916, venne ordinato vescovo nella cattedrale di Siviglia dal cardinale Almaraz y Santos. A Huelva la sua nomina venne pianta come una sciagura, perché la sua parrocchia e la città avrebbero perso la sua preziosa presenza. Molti si preoccupavano anche per il futuro di tante opere intraprese. Cosa sarebbe stato di loro? Sarebbero state inevitabilmente abbandonate al loro destino? Tanti timori attraversavano le menti di quelli che fino ad allora avevano collaborato con il santo. 
   Da parte sua, don Manuel ripeteva che sarebbe stato il vescovo del tabernacolo abbandonato, come già ne era stato il parroco. Sarebbe stata questa la sua principale caratteristica che avrebbe impresso al suo ministero episcopale. Occorreva fare in fretta, perché la diocesi di Málaga richiedeva la sua presenza. Così, il tempo per congedarsi dai suoi amici, collaboratori, conoscenti e i ragazzi assistiti fu ridotto dal 20 gennaio all’8 febbraio. Dato l’addio alla sua parrocchia, non restava che organizzare l’ingresso ufficiale nella diocesi che il Papa gli aveva affidato. Accolto con tutti gli onori, il 25 febbraio, giunse a Málaga, dove incontrò l’anziano vescovo Juan Muñoz Herrera (1835-1919). La situazione che don Manuel trovò in diocesi non fu per niente facile: monsignor Muñoz Herrera per motivi di salute aveva lasciato il governo pastorale in mano dei suoi collaboratori. Come spesso avviene in questi casi, ognuno si era ritagliato un pezzetto di potere. Varie rivalità serpeggiavano tra i sacerdoti e il nuovo vescovo veniva a incrinare certe rendite e compromessi che facevano comodo a molti. Sorsero così immediatamente dei problemi e incomprensioni con i collaboratori dell’anziano vescovo che fecero di tutto per ostacolarlo. Neppure trovò comprensione e appoggio in monsignor Muñoz Herrera, che arrivò al punto di confinarlo in poche stanze del palazzo episcopale. La situazione era talmente difficile che don Manuel, il 9 gennaio 1917, decise di scrivere una lettera a monsignor Ragonesi, nella quale sottolineava che la coabitazione di due vescovi in diocesi e il conflitto che si era creato erano uno scandalo per la Chiesa e per le anime. Per questo, gli chiedeva il permesso di svolgere ministero itinerante, oppure, di presentare la rinuncia al governo pastorale. Il nunzio apostolico non voleva neppur sentire parlare di rinuncia da parte di don Manuel, pertanto lo lasciò libero di dedicarsi a tempo pieno al ministero pastorale in diocesi. Da parte sua, il santo, nonostante le ostilità e le difficoltà incontrate, rimase sempre internamente sereno e fiducioso nella Provvidenza divina che a suo tempo sarebbe intervenuta. 
   Visto l’invito del nunzio apostolico, le difficoltà incontrate in curia e il mancato appoggio di monsignor Muñoz Herrera, da quel momento decise di occuparsi della predicazione e della formazione dei sacerdoti. Si realizzava così il suo sogno: essere il vescovo dei tabernacoli abbandonati. Avrebbe svolto il ministero itinerante tra la gente, a contatto con il popolo, andando in cerca della pecorella perduta, sperimentando le fatiche e le gioie del ministero come un tempo, quando era semplice parroco. Avrebbe però annunciato la Parola di Dio con l’autorità di un successore degli apostoli per portare a tutti la misericordia e la grazia divina. Nel marzo 1916 cominciò la visita pastorale alle parrocchie cittadine che poi estese a quelle di tutta la diocesi. Ben conosceva come doveva svolgersi la vita nelle comunità e sapeva quali fossero le difficoltà, i problemi, le attese. Quando arrivava in una parrocchia, il suo interesse principale era che il Santissimo Sacramento avesse la degna lode e il giusto posto nella vita comunitaria e personale. Poi si occupava che venisse ben impartito il catechismo e vi fosse un’adeguata struttura scolastica per l’educazione delle nuove generazioni. 
   Mentre don Manuel continuava a girare la diocesi predicando ed esortando, monsignor Muñoz Herrera decise di ritirarsi a vita privata ad Antequera presso i suoi parenti. Fu così che il 20 gennaio 1917 la Santa Sede poté nominare don Manuel amministratore apostolico della diocesi.  Adesso, anche se non interamente, era  libero di dedicarsi al governo pastorale della comunità a lui affidata. In quel tempo, purtroppo, un grave dolore lo colpì: il 29 marzo morì suo padre. Solo la fede e la speranza lo sostennero dal punto di vista umano. Il 26 dicembre morì anche il vescovo Muñoz Herrera. Era venuto così a mancare l’ostacolo che gli aveva impedito fino ad allora di assumere completamente il governo della diocesi. Infatti, qualche mese dopo, il 22 aprile 1920, Benedetto XV lo nominò vescovo residenziale di Málaga. Come era abitudine al tempo, il nuovo vescovo offriva un fastoso banchetto per festeggiare la nomina. Egli, al contrario, preferì celebrare la messa e condividere il banchetto con circa 3.000 poveri. Un segnale di discontinuità e di semplicità rispetto ai precedenti episcopati e un modo per sottolineare l’importanza di occuparsi degli ultimi e dei più deboli. 
   Lo attendeva, come era ben abituato, un enorme lavoro pastorale, perché conosceva quanto la diocesi fosse piena di problemi e di contraddizioni. Per prima cosa, si occupò del clero e della sua formazione. Visitò chiese e cappelle e, come era sua caratteristica, zelò il culto eucaristico. Purtroppo, gli ex collaboratori del vescovo Muñoz Herrera non perdevano occasione per ostacolarlo e denigrarlo. Oltre a ciò, alcuni sacerdoti gli si opposero subdolamente e uno di loro sembra gli puntasse la pistola al petto. Una volta nel visitare una parrocchia trovò la chiesa quasi abbandonata. Chiese di parlare con il parroco, ma non volle riceverlo. Allora, prese il tabernacolo e se lo portò con sé in episcopio. 
   Molti episodi si potrebbero raccontare, ma quello che più lo faceva soffrire erano le calunnie che mai gli mancarono. Perfino alcuni canonici del Capitolo si misero contro di lui. In effetti, nel suo servizio ministeriale e pastorale stava andando a toccare rendite ormai acquisite da parte di alcuni esponenti del clero e ciò provocava la loro reazione. Arrivò perfino a destituire un parroco, cosa che gli procurò le ostilità dei suoi familiari. C’era chi lo accusava di essere intransigente, altri lo apprezzavano perché vedevano in lui il vescovo che si occupava veramente della diocesi e potava la vite perché desse più frutti. Da parte sua, don Manuel viveva tutte queste difficoltà offrendole a Dio, al suo Cuore, in espiazione e riparazione dei peccati e per il bene dei fratelli, in particolare dei sacerdoti. La croce era il suo pane quotidiano, ma aveva già messo in conto che così sarebbe stato, perché per assomigliare al Maestro doveva passare per la via dolorosa. Sapeva anche che il gregge a lui affidato non era sua proprietà, ma del Signore, egli si considerava solo l’amministratore che doveva rendere conto del suo operato. D’altra parte, l’essere vescovo, cioè successore degli apostoli, lo spingeva per primo a sacrificarsi senza sosta per il bene dei suoi fedeli e perciò ogni difficoltà, sofferenza od ostacolo li viveva come un’occasione per santificarsi. 
   Come sappiamo, fin dai primi anni della sua ordinazione aveva individuato nella formazione del clero uno dei punti deboli della comunità cristiana. Alcuni preti non erano assolutamente in grado di compiere un proficuo ministero pastorale, in quanto mal preparati e poco profondi spiritualmente. Per risolvere la situazione, il santo comprese che occorreva intervenire fin dai primi anni di formazione. Fu così che decise di costruire un nuovo seminario in sostituzione di quello fatiscente. Ciò avrebbe permesso di impostare una formazione più adatta ai tempi e di intervenire quanto prima per compiere una capillare azione vocazionale. Il problema da risolvere non era indifferente, se si considera che dal 1915 al 1918 dal seminario diocesano erano usciti solo 18 nuovi sacerdoti. 
   Per fondare un nuovo seminario occorrevano però notevoli risorse economiche per far fronte all’ingente spesa. Fu così che don Manuel ricorse immediatamente alla Provvidenza divina. Era sicuro che sarebbe intervenuta per aiutarlo a portare a termine il progetto. Si rivolse poi ad alcuni benefattori sui quali sapeva di poter contare e per dare l’esempio per primo versò pro costruzione del seminario i proventi incassati dai diritti d’autore dei suoi libri. Nella gara di solidarietà si distinse la duchessa di Nájera che donò una pietra preziosa. La vendita di questa gemma gli servì per dare inizio ai primi lavori. Da ora in poi, ogni raccolta di fondi sarebbe stata destinata alla costruzione del nuovo edificio. Con grandi speranze, la prima pietra venne posta il 16 maggio 1920. Occorsero quattro anni per veder completato il seminario e poter iniziare i primi corsi. Tante fatiche furono ricompensate: nel biennio 1924-1925 si iscrissero 210 seminaristi. La cappella venne inaugurata successivamente, il 21 aprile 1926. Don Manuel era molto contento di questa nuova fondazione e la considerava come il fiore all’occhiello della sua diocesi. Si preoccupava molto che gli alunni giungessero a essere un giorno sacerdoti secondo il Cuore di Cristo, devoti dell’Eucaristia e pronti a guadagnare le anime a Dio senza pensare al proprio interesse. Per questo, intervenne sul piano di studi e impresse la disciplina necessaria alla formazione. Purtroppo, i superiori del seminario si opponevano ai cambiamenti, perché erano ancora quelli nominati dal vescovo precedente. Fu così che dovette cambiare i vertici e volle che da quel momento in poi vivessero insieme con gli alunni cercando di ricreare il clima di una vera famiglia. Non mancava nemmeno chi l’accusava di aver sperperato del denaro inutilmente per questa costruzione. L’accusa principale era quella di aver voluto un edificio troppo sfarzoso. Altri criticavano il piano di studi che secondo loro era inadatto per una buona preparazione in teologia, al massimo poteva servire per insegnare il catechismo. Noncurante delle accuse, don Manuel si occupò in prima persona dei seminaristi, non perdeva occasione per andarli a trovare e conversare con loro, dava consigli, pregava con loro, curava le coscienze, predicava e vigilava sul buon andamento del corso di formazione. Ben presto il numero di seminaristi crebbe fino a trecento. 
   Dal punta di vista sociale, non mancarono critiche e opposizioni. Da un lato c’era la propaganda protestante che cercava di sottrarre fedeli alla Chiesa cattolica, dall’altro, l’attività dei massoni che volevano screditarlo e impedirgli di continuare a portare avanti le sue opere. Tuttavia, davanti a questa ondata di critiche, il santo non si perse mai d’animo. Gettò ogni preoccupazione nel Cuore di Gesù, al quale aveva affidato tutta la comunità diocesana, compreso il seminario e i suoi preti. Per meglio provvedere alla santificazione del clero e dei fedeli, nel 1918, fondò i Sacerdoti Missionari Eucaristici Diocesani, con lo scopo di riparare Gesù presente nei tabernacoli abbandonati e stare vicini ai sacerdoti. In quell’anno compì un viaggio nel nord della Spagna: visitò Madrid, Bilbao, San Sebastián e Barcellona. 
   Nel 1927 volle che sulla facciata della chiesa del seminario venisse esposta una immagine del Sacro Cuore rivolta verso la città. Era il segno più evidente che tutta la comunità era stata posta sotto la protezione del Cuore di Cristo. Allo stesso modo, zelò la devozione alla Vergine Maria, in particolare a Nostra Signora della Vittoria, patrona di Málaga. 


   (Dal libro Come un chicco di grano. Biografia di san Manuel González García. A cura di Nicola Gori, El Granito de Arena 2016, pp. 71-79)