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giovedì 27 febbraio 2025

Unione Eucaristica Riparatrice: 115 anni di fondazione

 

«La speranza, insieme alla fede e alla carità, forma il trittico delle "virtù teologali", che esprimono l’essenza della vita cristiana (cfr. 1Cor 13,13; 1Ts 1,3). Nel loro dinamismo inscindibile, la speranza è quella che, per così dire, imprime l’orientamento, indica la direzione e la finalità dell’esistenza credente. Perciò l’apostolo Paolo invita ad essere "lieti nella speranza, costanti nella tribolazione, perseveranti nella preghiera" (Rm 12,12). Sì, abbiamo bisogno di "abbondare nella speranza" (cfr. Rm 15,13) per testimoniare in modo credibile e attraente la fede e l’amore che portiamo nel cuore; perché la fede sia gioiosa, la carità entusiasta; perché ognuno sia in grado di donare anche solo un sorriso, un gesto di amicizia, uno sguardo fraterno, un ascolto sincero, un servizio gratuito, sapendo che, nello Spirito di Gesù, ciò può diventare per chi lo riceve un seme fecondo di speranza» (Spes non confundit, 18)

Vi aspettiamo!!!

domenica 3 gennaio 2021

Risvegliare in noi l’amore a Gesù Eucaristia

4 gennaio

Festa di San Manuel González, Apostolo dell’Eucaristia

Oggi, celebriamo la festa di San Manuel González, un santo della Chiesa universale che San Giovanni Paolo II ha proposto como «modello di fede eucaristica, il cui esempio continua a parlare alla Chiesa di oggi». È lui il santo che ha forgiato il neologismo «Eucaristizzare», che ha proprio il significato di «avvicinare tutti al Cuore di Cristo nell’Eucaristia, un cuore che palpita per essi, perché vivano la vita che da Lui scaturisce».

Manuel González García nacque a Siviglia il 25 febbraio 1877 e concluse i suoi giorni a Madrid il 4 gennaio 1940. Ora riposa sotto il Tabernacolo della Cattedrale di Palencia. Come sacerdote (ordinato nel 1901) esercitò il suo ministero a Siviglia e a Huelva. Fu Vescovo di Malaga (consacrato nel 1916) e Palencia. Fondò opere sociali in Huelva e costruì un nuovo seminario a Malaga. Nel 1931, a causa dell'incendio della sua residenza, lasciò Malaga e guidò la Diocesi da Gibilterra e Madrid.

Nel 1902, nella parrocchia di Palomares del Río, ricevette la grazia che avrebbe polarizzato tutta la sua vita. Egli stesso racconta:

«Andai direttamente al Tabernacolo. Lì la mia fede vedeva un Gesù silenzioso, tanto paziente,

che mi guardava, che mi diceva molto e mi chiedeva di più.

Uno sguardo nel quale si rifletteva tutta la tristezza del Vangelo: la tristezza di non avere riparo,

il tradimento, la negazione, l'abbandono di tutti».

A seguito di questa esperienza mistica, con lo scopo di dare e cercare una risposta di amore a Cristo Eucaristia, il 4 marzo 1910 a Huelva fondò il primo ramo della Famiglia Eucaristica Riparatrice (formata da laici, consacrati e sacerdoti) e il 3 maggio 1921 fondò a Málaga le Missionarie Eucaristiche di Nazaret. Fondò anche due riviste di azione eucaristica: "EI Granito de Arena" (per gli adulti) e "RIE" (per i bambini), e scrisse libri di preghiera, formazione sacerdotale e catechesi.

«La sua –scrive Nicola Gori nella biografia “Come un chicco di grano” – è stata una vita trascorsa al servizio di Dio e dei fratelli senza risparmiarsi, senza tentennamenti, incurante delle conseguenze e dei pericoli per la sua incolumità pur di annunciare il Vangelo. Lo ha fatto con una caratteristica particolare: risvegliare nei fedeli l’amore a Gesù Eucaristia, quel Cristo che vedeva abbandonato nei tabernacoli delle nostre chiese. E’ questa la sua intuizione carismatica fondamentale; radunare intorno a sé delle anime fedeli che vivessero per dare e cercare compagnia a Gesù nel Santissimo Sacramento, si ricordassero della sua presenza in mezzo a noi, contraccambiassero a tanto amore, lo annunciassero ai “vicini che non conoscono nemmeno le parole Eucaristia, Comunione, Santissimo Sacramento” e imparassero a riconoscerlo abbandonato nella vita di tanti fratelli bisognosi».

Nel giorno della sua festa, San Manuel González interceda per noi, perché lo Spirito Santo effonda in noi il desiderio ardente di eucaristizzare, perché tutta l’umanità accolga la Luce e la Vita che scaturisce dal Cuore Eucaristico di Gesù.

 

San Manuel González


 

venerdì 1 maggio 2020

Inizia l'anno giubilare delle Missionarie Eucaristiche di Nazaret


In occasione del primo centenario della fondazione (3 maggio 1921, Málaga, Spagna), le Missionarie Eucaristiche di Nazaret, celebrano domenica 3 maggio 2020 l’apertura dell’anno giubilare in tutte le loro comunità sparse per il mondo: Spagna, Portogallo, Italia, Messico, Cuba, Venezuela, Ecuador, Perú e Argentina.

«Nate per eucaristizzare» è il motto scelto per vivere questo tempo di grazia, che ricalca l’espressione primitiva della missione, la quale costituisce l’origine di questo Istituto Religioso nella Chiesa. Il neologismo «Eucaristizzare», forgiato da san Manuel González, ha proprio il significato di «avvicinare tutti al Cuore di Cristo nell’Eucaristia, un cuore che palpita per essi, perché vivano la vita che da Lui scaturisce».

Consapevoli che l’attuale pandemia, impedisce ai fedeli di partecipare attivamente e con la loro presenza alle celebrazioni religiose, le comunità, lungi dal perdersi nello sconforto, rinvigoriscono il fervore che accompagna la loro missione trasformandosi in case dalle porte spiritualmente aperte, per accogliere tutti nell’abbraccio di Gesù Eucaristia.

Con l’inizio dell’anno giubilare ecco che risuonano le parole di San Giovanni Paolo II: «Voi non avete solo una gloriosa storia da ricordare e da raccontare, ma una grande storia da costruire» (VC 110), nella missione − affidata dal fondatore, San Manuel González, e condivisa con la grande Famiglia Eucaristica Riparatrice − di «eucaristizzare» il mondo perché «non vi sia Eucaristia senza uomini ne uomini senza Eucaristia».

domenica 30 dicembre 2018

Solennità di San Manuel González #Roma 2019


Celebrazione della solennità di San Manuel González
Venerdì 4 gennaio 2019

Ore 16:30 Adorazione eucaristica
Ore 17:30 Santa Messa

Via Bistagno 100, Montespaccato
Roma


lunedì 27 novembre 2017

Sulle orme di San Paolo (Vita di San Manuel González, 6)

   Il suo più grande desiderio era di vivere il Vangelo e tradurlo in opere nel suo ministero episcopale. Per far giungere la voce di Cristo e della Chiesa scrisse varie lettere pastorali e numerosi libri di facile comprensione per il popolo. La sua produzione letteraria fu notevole, visto che iniziò ben presto a scrivere, nel 1907. Diceva che tra i tre profumi preferiti, uno era quello dell’inchiostro da stampa. Il suo obiettivo principale era di diffondere la dottrina cristiana e lo faceva appoggiandosi alla Sacra Scrittura, al Magistero della Chiesa e alla liturgia. Ciò è evidente nei suoi scritti, in quanto non vi sono molti riferimenti estranei a questi documenti. Leggendo le sue opere troviamo narrata la sua esperienza con Dio e svelata la sua più intima natura. Infatti, descriveva quello che avveniva nella sua anima, rivelando un forte vincolo con Dio che fa di lui un vero mistico. I temi che più ricorrono sono l’Eucaristia, la Vergine Maria e la fedeltà alla Chiesa. Il suo intento è quello di avvicinare le anime ai misteri della fede, incitandole alla perseveranza, alla fedeltà, alla pratica della vita cristiana. E’ proprio per questo che il suo linguaggio è semplice perché tutti lo comprendano. Spazia dai temi apostolici ai temi sociali, da quelli spirituali alla pratica religiosa di ogni giorno. Prima di dare alle stampe i suoi libri li faceva rivedere e approvare dalla Congregazione dei Riti. Egli, infatti, voleva essere apostolo della buona stampa, ancorato alla verità, sullo stile di san Paolo che inviò le sue Lettere alle varie Chiese della prima era cristiana. 
   Il primo libro pubblicato dal titolo Lo que puede un cura hoy (Quello che può un parroco oggi) ebbe un successo mondiale, venne stampato in ben venticinque edizioni e tradotto in varie lingue. Possiamo raggruppare la sua produzione in sette grandi categorie a seconda del tema trattato e dei destinatari: ai sacerdoti, sul seminario, sull’Eucaristia, per l’opera dei Sagrarios-calvarios (Tabernacoli-calvari), sull’apostolato, pedagogico-catechetici, e su vari temi di spiritualità. Tra le varie opere ricordiamo: Mi comunión de María, Aunque todos, yo no, Qué hace y qué dice el Corazón de Jesús en el Sagrario, Granitos de sal e alcune altre a carattere devozionale e di ampia diffusione popolare. 
   Non era solo con queste pubblicazioni che voleva portare il suo contributo all’evangelizzazione, ma anche attraverso la collaborazione con il quotidiano «Correo de Andalucía», fondato nel 1899 dall’arcivescovo di Siviglia, il beato Marcelo Spínola y Maestre, per dare vita a una stampa che non fosse avversa alla Chiesa. A sua volta, nel 1907 fondò la rivista «El Granito de Arena» («Il Granello di Sabbia»).  
   Oltre alla penna, don Manuel portò avanti un progetto educativo di grande importanza. Come già aveva fatto quando era arciprete di Huelva, adesso che era diventato vescovo, continuò ad aprire nuove scuole e a promuovere l’insegnamento del catechismo. Contribuì personalmente alle opere sociali in favore dei poveri e dei lavoratori disoccupati. Appena veniva a conoscenza di una sciagura occorsa in qualche parte della sua diocesi, immediatamente correva per consolare, sostenere e portare aiuto effettivo. Accadde così durante un terribile incendio che devastò la zona della Aduana, nella notte dal 25 al 26 maggio 1922. 
   Per conseguire una migliore formazione del clero inviò alcuni seminaristi a studiare a Roma e a Comillas. 
   Vista la felice esperienza delle Marie, individuò la necessità di fondare una congregazione religiosa femminile che lo sostenesse nello sforzo di diffusione del culto eucaristico e rendesse più stabili le opere già avviate. Così il 3 maggio 1921 dette vita alla congregazione delle suore Marie Nazarene, oggi chiamate Missionarie Eucaristiche di Nazaret. Al numero 3 di via Marqués de Valdecañas, in un modesto appartamento, alcune donne appartenenti al gruppo delle Marie si riunirono per vivere in comunità. Dopo la semplice promessa, iniziarono con un corso di esercizi spirituali. Dalle Marie come il più prezioso frutto era nato un istituto religioso. Perché il riferimento a Nazaret? Per molteplici motivi, tra i quali quello per cui, come egli stesso spiegava: «Nazaret significa fiore, ma essendo fiore e conservando gli uffici indicati, esso, preferiva vivere come radice che desse succo senza produrre rumore né sperare nulla. Come Gesù nella sua vita di Ostia!». Inoltre, secondo le intenzioni del fondatore, Nazaret «è l’apprendistato della vita da ostia». Così ogni casa sarà chiamata Nazaret a motivo «della vita nascosta e di preparazione che si deve condurre in essa». Poi, rivolgendo lo sguardo a Dio scrisse: «Cuore di Gesù, che il tuo Nazaret sia scuola per apprendere a parlare come te nel vangelo e a stare zitti come te nel tabernacolo. Madre Immacolata, chiedi allo Spirito santo che sia il Maestro di questa scuola».   
   Il santo voleva che le Missionarie Eucaristiche riflettessero le stesse virtù delle tre donne del Calvario che seguirono Gesù fino alla fine, con fedeltà, senza mai abbandonarlo. Voleva fossero coraggiose, senza remore, né calcoli umani. Ogni comunità sarebbe stata una nuova Nazaret, dove in compagnia di Maria, la Madre di Gesù, queste donne avrebbero riprodotto lo stesso ambiente che si viveva nella Sacra Famiglia. Le suore sarebbero state come semi di quel fiore che Nazaret rappresenta. Come Gesù nel silenzio e nel nascondimento, avrebbero fermentato l’umanità con la ricchezza della carità. Il loro modello sarebbe stato Gesù che si è donato interamente senza riserve per il bene dell’uomo. Consacrate a Cristo avrebbero vissuto in continua adorazione del Figlio di Dio che ha voluto rimanere presente in tutte le chiese della terra. Avrebbero unito contemplazione e azione, andando verso i bisogni dei fratelli, in particolare dei più poveri, degli abbandonati, dei derelitti per portare loro non solo la carità, ma il Pane di Vita, del quale ogni uomo ha consapevolmente o meno bisogno. Il fondatore le volle vere e proprie missionarie per portare al mondo la buona notizia dell’Eucaristia. E una volta fatto conoscere il messaggio eucaristico, avvicinare gli uomini a Gesù presente in tutti i tabernacoli. Se all’inizio, provenivano dalle fila delle Marie, come la confondatrice, María Antonia González, a poco a poco, la congregazione accolse giovani di ogni estrazione sociale e provenienza. Mentre progressivamente le comunità delle Missionarie si diffondevano per la Spagna, nel 1930, il santo affidò alle suore anche l’amministrazione della rivista ed editoriale «El Granito de Arena» («Il Granello di Sabbia»).  
   Nel 1932 pensò anche a un istituto secolare e fondò le Marie Ausiliarie Nazarene (oggi Missionarie Eucaristiche Secolari di Nazaret). Nel 1939 volle anche vi fosse una sezione di aspiranti minori per la gioventù. 
   Tutte le realtà fondate dal santo attualmente sono state integrate nella grande Famiglia eucaristica riparatrice (Fer): per i bambini esiste la Riparazione infantile eucaristica, per i giovani la Gioventù eucaristica riparatrice, per gli adulti l’Unione eucaristica riparatrice, per le religiose le Missionarie Eucaristiche di Nazaret, per le laiche consacrate le Missionarie Eucaristiche secolari e per i sacerdoti i Missionari Eucaristici Diocesani. 
   A proposito dell’Unione eucaristica riparatrice, il santo ne tracciò il programma modulandolo sul motto: «Al maggior abbandono di tutti gli altri, più compagnia propria». Il principale obiettivo era di «dare e cercare, organizzata e permanentemente, al Cuore di Gesù Sacramentato, riparazione del suo abbandono (esteriore e interiore) di messa, comunione e presenza reale, per la compagnia di presenza, compassione, imitazione e fiducia. A mettere queste due parole: tabernacolo e abbandono, la presenza più perenne dei vostri corpi e delle vostre anime, la compassione più sentita con i sentimenti del Cuore di Gesù Sacramentato, l’imitazione più fedele della sua vita eucaristica e la fiducia più  devota nel suo amore misericordioso! Che quando il dardo dell’abbandono va a conficcarsi nel tabernacolo, si veda spinto a una di queste due cose: o a retrocedere perché voi, gli uomini del tabernacolo, non lo lasciate passare, o se ciò non potete, a giungere al tabernacolo gocciolando sangue dai vostri cuori, lacrime dai  vostri occhi ed essenza dalle vostre vite». La presenza orante e silenziosa davanti al Santissimo Sacramento ha il potere di cambiare completamente le anime e di modellarle sull’esempio di Gesù che si donò interamente al Padre per la salvezza dell’umanità. Fare compagnia a Gesù Sacramentato è quindi una grazia che Dio offre alle sue creature, pertanto, ancora una volta l’uomo è debitore nei confronti del Signore. Riparare è perciò un gesto di compassione e di carità ma che produce frutti di bene non solo per le anime, ma in primo luogo per quanti compiono questa azione. 
   Il santo poi descrisse nei particolari quello che l’Unione eucaristica riparatrice rappresenta per la comunità cristiana: essa riconosce «come il maggior male di tutti i mali nell’ordine pratico e causa a sua volta delle peggiori offese a Dio e dei più gravi danni alla Chiesa, alla società, alla famiglia e alle anime, l’abbandono del tabernacolo, e contro di esso viene a lavorare con tutti i mezzi che lo zelo gli detti. Secondo il santo Vangelo, le Marie accompagnarono il Signore: servendolo, ungendolo, piangendo e lamentandosi e stando ai piedi della croce quando tutti l’abbandonarono». Questo doveva essere il programma di vita anche delle Marie, secondo il Fondatore: «Servire il Cuore eucaristico abbandonato o solitario con la comunione e visita ogni giorno e con propaganda per cercare altre comunioni e visite per lo stesso tabernacolo». Quella particolare attenzione a non fuggire, a rimanere vicini a Gesù  quando tutti l’hanno abbandonato per paura o vigliaccheria ricorre sempre negli scritti di don Manuel. La fedeltà al Signore crocifisso, percosso, umiliato, morto e sepolto è la virtù che deve caratterizzare la vita delle Marie e di quanti vogliono riparare le tante ingratitudini da parte degli uomini nei confronti di Gesù.     


   (Dal libro Come un chicco di grano. Biografia di san Manuel González García. A cura di Nicola Gori, El Granito de Arena 2016, pp. 83-89)

domenica 26 novembre 2017

Le Marie (Vita di San Manuel González, 4)

   Il 4 marzo 1910 dette vita all’Opera delle Tre Marie, con lo scopo di formare un gruppo di fedeli sull’esempio delle tre donne di cui parla san Giovanni nel suo Vangelo, e che la tradizione identifica in Maria la Madre di Gesù, Maria di Cleofa e Maria di Magdala. Come queste donne seguirono Gesù nei tre giorni della sua Passione, morte e resurrezione e si recarono al sepolcro per ungerne il corpo, così le nuove Marie dovevano occuparsi di adorare l’Eucaristia conservata nei tabernacoli, specialmente in quelli più abbandonati. La cerimonia di fondazione si svolse nella cappella del Santissimo Sacramento della parrocchia di San Pietro. Don Manuel indicò i compiti che questa Opera doveva avere: «Provvedere di Marie adoratrici i tabernacoli deserti, convertiti oggi in Calvari per l’ingratitudine e l’abbandono dei cristiani. L’Opera si dedicherà, quindi, come al suo obiettivo essenziale e necessario, a cercare che non ci sia tabernacolo senza le sue tre Marie». 
   Nelle sue intenzioni, il Fondatore voleva che queste Marie fossero donne con una forte interiorità e con uno spirito di oblazione che le avvicinasse a Cristo. A questo proposito, scriveva: «La Maria sa che, per parlare del tabernacolo e del Gesù che dentro di esso vive, non dovrebbe avere più verbi tra gli uomini che quelli che significano amore grato: come credere, adorare, confidare, sperare, cercare, comunicare, imitare, amare, essere e fondersi di amore..., ma disgraziatamente, vede, ascolta e legge le dolcissime parole Gesù Sacramentato unite a queste amarezze e bruttezze: profanato, negato, dibattuto, rubato, pugnalato, sacrilegamente mangiato,  sputato e tutto questo varie volte e sempre, sempre in maggior o minore intensità quell’altra, se non tanto offensiva, al sembrare, come le altre più funestamente trascendentale: “abbandonato”!». Parole che non lasciano dubbi riguardo alla missione che hanno le Marie di imitare il Maestro, perché non basta solo far compagnia a Gesù nel tabernacolo, ma serve assimilarsi a Lui, pensare come Lui pensava, operare come Lui operava, comportarsi come Lui si comportava. Il Vangelo è il fondamento delle Marie, al quale si ispirano e guardano come al libro di vita da seguire. Il santo è stato molto chiaro al riguardo: «L’Opera delle Marie nacque nella fedeltà di Galilea, si battezzò nelle lacrime della strada dell’Amarezza, si confermò nel sangue del Calvario e si perpetuò nell’amore dell’Eucaristia... Già si nota quanto è antica la nostra Opera: per questa ragione non ammetto che mi dicano che sono stato colui che l’ha fondata, ma chi per misericordia di Dio ne ha sentito la mancanza...». Si riconferma ancora una volta che la missione delle Marie è strettamente legata all’annuncio evangelico. Infatti, trovano la ragione d’essere nel momento in cui Gesù iniziò la sua dolorosa passione che si concluse con la sua morte e risurrezione, come scriveva don Manuel: «L’ufficio delle Marie del Vangelo sempre esercitato e quello che potrebbe chiamarsi caratteristico, fu lo stare con Gesù, supplendo ciò che poteva mancare. Avere per il Maestro degli occhi che sempre lo guarderanno, degli orecchi che sempre lo ascolteranno, dei piedi che sempre lo seguiranno, un cuore che sempre batterà all’unisono con il suo, e questo più che per convenienza o svago propri, volentieri e per riparazione e gloria sua, ciò fu il grande ufficio delle Marie». Queste donne saranno le mani, i piedi, le membra di Cristo per portare agli altri la sua misericordia, per curare, amare, abbracciare, consolare, fasciare le ferite dell’anima e del corpo di tanti fratelli sparsi per il mondo. Dovranno farlo con quella donazione e generosità che contraddistinse le Marie del Vangelo, dovranno essere come loro, donne senza timore, che per servire il Maestro e in Lui tutti i fratelli, non si risparmieranno pericoli e fatiche. Ecco, perché guardando alle scene evangeliche, il santo esclamava: «Le Marie del Sepolcro! Delicatezze di amore, generosità della pietà, eroismo della fedeltà, valenza della debolezza, qui avete la vostra Opera e la vostra immagine! Così si ama! Così si ama fino alla fine! Se la storia dei miei uomini nella mia Passione può scriversi con l’“abbandono, fuggirono tutti!” del mio Evangelista, la storia delle mie Marie si dovrebbe scrivere con “Maria Maddalena andò di mattino prima dell’alba al sepolcro”...». Ecco svelato il ruolo delle Marie: amare con la caratteristica tipicamente femminile, con i dettagli dell’affetto, della tenerezza, della dolcezza. Con la stessa fedeltà che ebbe la Maddalena nel voler rimanere accanto al Maestro, perché aveva perduto il più grande amore della sua vita, Colui che solo aveva parole di vita eterna, senza il quale l’esistenza le era diventata improvvisamente senza senso. Da qui, la sintetica frase di don Manuel che definisce il compito di queste donne: «Tutto il vocabolario eucaristico si riduce a due parole: Compagnia! e abbandono! Niente più!». Due realtà opposte l’una all’altra: all’abbandono si contrappone la compagnia. Davanti alla desolazione, alla solitudine, alla mancanza di sostegno umano e di affetto, le Marie fanno compagnia, cioè offrono la loro presenza, la loro natura, il loro modo di amare e di stare insieme per vivere il mistero eucaristico. Tutto il resto è superfluo! 
   A poco a poco, l’Opera si diffuse nelle parrocchie della diocesi, della Spagna e poi in varie nazioni. Nel 1913 anche a Cuba venne fondato il primo gruppo di Marie. La prima Maria a diventare missionaria e a fare apostolato al di fuori di Huelva fu Mercedes López, che si spostò a Palos de Moguer. Visitò il Santissimo Sacramento, lo adornò con dei fiori, rimase in adorazione silenziosa, poi sollecitò la gente a fare compagnia a Gesù spiegando i benefici della devozione eucaristica. 
   Visto il rapido diffondersi di questa pia unione, il santo pensò di associare alle Marie anche il ramo maschile. Gli erano rimasti impressi i racconti evangelici in cui si narra che san Giovanni, il discepolo prediletto, era sempre stato vicino a Gesù. E’ stato lui che, ai piedi della croce, ha accolto la Vergine Maria come la più preziosa eredità lasciata dal Maestro. Questa fedeltà a Cristo fino alla fine davanti alla solitudine e all’abbandono del Calvario lo colpì profondamente. Fu così che poco tempo dopo le Marie, fondò i Discepoli di san Giovanni, perché anche loro si mostrassero fedeli amici di Gesù quando tutti gli altri lo avevano abbandonato. Il primo gruppo era composto da ventidue giovani che si impegnavano a comunicarsi quotidianamente e a visitare il Santissimo Sacramento in spirito di riparazione. Nel gruppo dei Discepoli di san Giovanni coinvolse anche i seminaristi e i sacerdoti, che formarono i «giovanni sacerdotali» e i «giovanni seminaristi». 
   Poco più tardi,  pensò anche di coinvolgere i bambini in questa attività eucaristica e fondò il gruppo I Giovannini, che poi cambiò in Bambini riparatori o Riparazione infantile eucaristica. Coinvolse anche questi ragazzi per risvegliare la pratica cristiana tra la gente. Radunò una banda giovanile e la mandò in giro per la città con degli striscioni con sopra scritto: «Cristiani a messa; lo comanda Dio!».
   Era talmente convinto che la santità si raggiunge solo se uniti a Cristo e alla fonte della grazia che si trova nel suo Corpo e nel suo Sangue che ogni anno rendeva noto il numero di comunioni distribuite nel suo apostolato. Compiva tutto tenendo presente la volontà del suo «Amo» («Il Padrone»), come chiamava con affetto e riverenza Dio. Di pari passo all’attività pastorale andavano anche le opere caritative ed educative a favore della gioventù. Nei giorni 1° e 2 aprile 1911, l’arcivescovo di Siviglia benedisse e inaugurò la chiesa e le scuole della colonia del Polvorín, che nel 1914 vennero affidate alle suore della Compagnia di Santa Teresa, fondate dal beato Enrique de Ossó y Cervelló (1840-1896). 
   Il 27 novembre 1912, accompagnando l’arcivescovo di Siviglia a Roma che doveva ricevere la berretta cardinalizia, ebbe la gioia di poter incontrare Pio X, al quale spiegò la sua opera eucaristica e quanto stavano facendo le Marie nelle parrocchie e nelle chiese abbandonate della Spagna. 
   Si interessò anche a quello che avveniva a livello ecclesiale nazionale alzando lo sguardo oltre la sua parrocchia e l’arcidiocesi. Partecipò all’assemblea di Azione sociale cattolica che si svolse a Granada e nel 1913 al congresso catechistico nazionale di Valladolid. In quell’anno compì un viaggio sulle orme di santa Teresa di Gesù: Salamanca, Alba de Tormes e Ávila. Purtroppo, il 16 gennaio 1914 un grave lutto lo colpì: la morte di sua madre, alla quale era molto legato.
   Tanta attività pastorale e caritativa non lo distolse dall’attenzione alla sua parrocchia. Il suo zelo lo spinse a spendersi interamente per i suoi fedeli. Sostava nel confessionale in attesa di qualche penitente. Predicava anche più volte al giorno e insegnava il catechismo a quanti più ragazzi poteva. Senza dimenticare le visite ai malati, ai poveri e agli anziani abbandonati. In occasione di alcune tragedie avvenute in città e nei dintorni si premurò di far avere beni e viveri a quanti erano stati colpiti dalle calamità. Si occupò anche delle vocazioni al sacerdozio e aprì una sorta di seminario minore in un luogo di fortuna: nella stanza delle campane della chiesa di San Pietro. Fondò anche l’Opera di vocazioni del Sacro Cuore di Gesù. Dove trovare i fondi necessari per le tutte queste attività? Don Manuel organizzava regolarmente delle lotterie e invitava chi aveva possibilità economiche a condividerle con gli altri. Tanto zelo provocò la reazione degli ambienti anticlericali che lo calunniarono, lo minacciarono e giunsero perfino a volerlo morto. Il clima era talmente surriscaldato dal punto di vista sociale, che un giorno gli si presentò in sacrestia un uomo armato di pistola con l’intenzione di ucciderlo. Mentre aveva l’arma puntata al petto, il santo non si perse d’animo, fiducioso in Dio, riuscì a far ragionare l’uomo, che desistette dalle sue intenzioni e si convertì. 
   Tutta la sua vita ruotò intorno al principio di voler «eucaristizzare» le realtà che lo circondavano, come scriveva al proposito: «Sono convinto  e persuaso che nell’eucaristizzazione della scuola, del pulpito, di centri di azione, dei procedimenti apostolici, di tutto il lavoro e degli orientamenti tutti della vita cristiana sta il summum della sua sicurezza, efficacia e prosperità, e questa persuasione di tal modo mi spinge e assorbe che, oggi per oggi, e Dio sia benedetto perciò, quando penso, dirigo, scrivo e respiro a questo solo va: quanto di scritti, opere, bambini, vecchi, uomini, donne e di quanto mi circondi o riguardi, germogli perennemente in un modo o nell’altro, e ognuno nel suo linguaggio, l’inno e cantico della fede, del riconoscimento e dell’amore al Cuore di Gesù Sacramentato». Leggendo queste parole, viene in mente la celebre frase paolina nella prima Lettera ai Corinzi: ricapitolare tutte le cose in Cristo. La spiritualità di don Manuel è quindi strettamente cristocentrica, riconduce ogni attività e pensiero al Salvatore. Niente sfugge di quanto è stato creato al desiderio di riportarlo interamente al Redentore.  La via più semplice per raggiungere questo obiettivo è quella di usare dei benefici e delle grazie che sgorgano dal Cuore eucaristico di Gesù, dal quale abbiamo ricevuto ogni pienezza. Non meraviglia, quindi, che il santo invitasse con fermezza a guardare senza indugi al modello del Buon Pastore per svolgere ogni attività apostolica. Anzi, era convinto che ogni battezzato dovrebbe ricalcare nella sua vita le stesse virtù e caratteristiche interiori di Gesù, soprattutto nell’abbandono al Padre e nella fiducia completa nella sua Parola. Il santo poi spiegò nei dettagli cosa intendesse per «eucaristizzare»: «L’azione di tornare a un popolo pazzo di amore per il Cuore eucaristico di Gesù». Ecco qui il segreto del discepolo di Cristo: amare Dio e i fratelli. Senza questo aspetto fondamentale ogni sequela sarebbe vana. Volgere lo sguardo al Signore, tornare con il cuore contrito a Lui, riconoscerlo non solo come Maestro, ma come unico Salvatore dell’uomo è ciò che più di ogni altra cosa ogni cristiano deve tenere ben presente. Don Manuel in questa frase sottolineava anche un altro aspetto: non si  può essere discepoli separati, non si ama isolati dagli altri, ma si deve tornare a essere un popolo, cioè una comunità che ama all’unisono. Rientra in questo disegno l’eucaristizzazione di ogni realtà che ci circonda, a cominciare dal catechismo, al quale il santo attribuiva grande importanza. Scriveva a questo proposito: «L’eucaristizzazione di esso significa che quanto dica, faccia, dia, studi e preghi il catechista, tenda a risvegliare e sviluppare nel bambino la fede viva, il gusto e il senso della presenza reale di Gesù nella Sacra Eucaristia». Anche la catechesi, quindi, deve servire per ricondurre le anime a riconoscere e amare Gesù presente nell’Eucaristia. Occorre perciò approfittare degli insegnamenti della Chiesa per riscoprire quel tesoro di grazie che Dio ha voluto lasciare agli uomini sulla terra: la presenza viva di Cristo nel Sacramento dell’altare.


   (Dal libro Come un chicco di grano. Biografia di san Manuel González García. A cura di Nicola Gori, El Granito de Arena 2016, pp. 61-68)

venerdì 14 ottobre 2016

A tavola con tremila poveri

Il vescovo spagnolo Manuel González García 
A tavola con tremila poveri

di JAVIER CARNERERO PEÑALVER, O.SS.T.*

   «Eucaristizzare»: il neologismo coniato da Manuel González García riassume il metodo pastorale con cui operò nella Spagna d’inizio Novecento, fondando tra l’altro l’Unione Eucaristica Riparatrice e della congregazione delle Missionarie Eucaristiche di Nazareth. 
   Nato a Siviglia nel 1877, Manuel da fanciullo, prima ancora del suo ingresso in seminario a dodici anni, fece parte della schola cantorum della cattedrale; da seminarista si dedicò ai servizi più umili per pagarsi gli studi, che raggiunsero il culmine con il dottorato in Diritto canonico dopo un brillantissimo percorso accademico. Ordinato sacerdote, fu cappellano, parroco, decano e vescovo, prima ausiliare e poi residenziale di Málaga e, quindi, in seguito alle dolorose vicende della persecuzione religiosa in Spagna, fu trasferito a Palencia. Morì il 4 gennaio 1940, dopo appena cinque anni. 
   Una storia che non sembra avere note straordinarie; simile a quella di molti altri. Una storia, però, che ebbe una svolta cruciale quando, appena ordinato sacerdote, Manuel fu inviato in missione in un piccolo villaggio dell’Andalusia, e si trovò di fronte alle grandi sfide del suo tempo nel campo pastorale: indifferentismo religioso, povertà umana e spirituale. In quel contesto egli fece un’esperienza che ricorda quella di san Paolo, sia per il metodo pedagogico del Signore, sia per i frutti che portò. Fu Gesù che si mostrò al giovane sacerdote, ultimo tra gli ultimi, nel logorato tabernacolo della chiesa parrocchiale di Palomares del Río. 
   Don Manuel era andato con la certezza di una fruttuosa missione che vincesse le rimostranze di quegli uomini. Di certo, la salvezza di quei contadini, lasciati a se stessi e dimenticati da tutti era nel suo cuore. Ma, davanti al tabernacolo, sentì Gesù che gli fece capire come, in quel luogo, Lui fosse il più abbandonato di tutti. E così don Manuel, che era andato a “vincere” quegli uomini, venne vinto da Dio. Come nel caso dell’apostolo delle genti, questo fatto lo sconvolse da cima a fondo; aveva raggiunto la grandissima verità: soltanto chi trova Dio può portarlo agli uomini. Soltanto vedendo Cristo nella sua Chiesa, uno può veramente prendersi carico di quel popolo di Dio, tante volte perseguitato. E Cristo era là, nel tabernacolo, vicino a tutti, bisognava soltanto avere il coraggio di andare a trovarlo. 
   Il suo metodo pastorale cominciò di là, riscoprire Cristo nell’Eucaristia, come centro della nostra vita, della nostra comunità, della nostra attività apostolica. “Eucaristizzare” fu il termine coniato con il proposito di coinvolgere tutti i ceti ecclesiali e sociali in questa grande opera. Come in san Paolo, la penna e la predicazione furono le sue armi più incisive. Fondò la rivista «Il granello di sabbia», e diede alla stampa anche innumerevoli titoli pastorali e catechetici. Tra questi, Quello che può fare un prete, oggi, divenne lettura usuale in tutti i seminari del tempo. Molti pastori, formati nel secolo scorso in Spagna, alcuni dei quali eminenti, come i venerabili Rafael García o Luis Zambrano, tanti martiri nella persecuzione, hanno attinto a questa sorgente.
   Ed ecco il miracolo: le parrocchie affidate alle sue cure rifiorivano, i gruppi laicali che organizzava si coordinavano come un vero e proprio movimento apostolico che coinvolgeva una parrocchia dopo l’altra, sia in Spagna che in America latina. Volendo cominciare l’opera, che in seguito divenne l’Unione eucaristica riparatrice, si rivolse così a un gruppo di donne di Huelva: «Permettetemi, a me che invoco molte volte la sollecitudine della vostra carità a favore dei bambini poveri e di tutti i poveri abbandonati, di invocare oggi la vostra attenzione e la vostra cooperazione in favore del più abbandonato di tutti i poveri: il Santissimo Sacramento. Vi chiedo una elemosina di affetto per Gesù Sacramentato... per amore di Maria Immacolata e per amore di questo Cuore così mal corrisposto, vi chiedo che diventiate le Marie di questi tabernacoli abbandonati».
   Era la nascita delle “Marie dei tabernacoli abbandonati”: in seguito si unirono gli uomini, i bambini, i sacerdoti, le religiose e l’istituto secolare. A Huelva, dove fu prima parroco e dopo decano, Manuel González García fondò un gruppo di scuole intitolate al Sacro Cuore, ancora oggi funzionanti. 
   Arrivato a Málaga, la sua attività si prodigò in tutti gli indirizzi pastorali. Un gesto può simboleggiare il suo operato: quando venne nominato vescovo organizzò un pranzo nel quale, invece di invitare i potenti della società, sedettero a tavola tremila bambini poveri. A servirli c’erano le autorità civili ed ecclesiastiche e il vescovo il quale, con il suo sorriso bonario, riscaldava il suo fare pastorale.
   Il seminario fu un altro punto nodale delle sue scelte pastorali. Ne costruì uno nuovo, e ne volle rinnovata anche la radice spirituale: «Un seminario sostanzialmente eucaristico, nel quale l’Eucaristia fosse: nell’ordine pedagogico, lo stimolo più efficace; nello scientifico, il primo maestro e la prima materia d’insegnamento; nel disciplinare, l’ispettore più vigilante; nell’ascetico, il modello più vivo; nell’economico, una grande provvidenza; nell’architettonico, la pietra d’angolo».
   Se nella formazione delle nuove comunità e dei nuovi pastori, Manuel González García continuò la tradizione di san Paolo, l’accettazione della croce venne a segnare senza dubbi il parallelo che abbiamo tratteggiato tra i due apostoli. Come san Paolo, don Manuel dovette affrontare la persecuzione. Málaga fu duramente segnata dai combattimenti dei movimenti anticlericali. Nel 1931 il palazzo episcopale fu dato alle fiamme, incredibilmente tutti riuscirono a uscire indenni da una porta secondaria. Il vescovo, coraggioso davanti ai violenti, fu costretto ad allontanarsi per timore che le rappresaglie cadessero su chi li accoglieva. Per sei mesi venne ospitato dal vescovo di Gibilterra. Dopo aver tentato inutilmente il ritorno a Málaga, González García diresse la diocesi da Ronda e da Madrid, finché la Santa Sede gli chiese di rinunciare e assumere un’altra sede meno pericolosa. 
   Furono per lui anni di grandissimo dolore, con un Paese letteralmente in fiamme e dove i sacrilegi si contavano a migliaia. Dettando le sue ultime volontà, scrisse: «Chiedo di essere sepolto vicino ad un tabernacolo, affinché le mie ossa, dopo la mia morte, come la mia lingua e la mia penna durante la vita, stiano sempre dicendo a coloro che passano: Qui sta Gesù! Sta qui! Non lasciatelo abbandonato!».
*Postulatore

(L'Osservatore Romano, 14 ottobre 2016, p. 5)



mercoledì 7 settembre 2016

La canonizzazione del beato Manuel González all’orizzonte

MANUEL GONZÁLEZ GARCÍA
VESCOVO DI MALAGA E DI PALENCIA
FONDATORE DELL'UNIONE EUCARISTICA RIPARATRICE
E DELLE MISSIONARIE EUCARISTICHE DI NAZARET

   «Per i miei passi non voglio che un sentiero, quello che porta al Tabernacolo, e camminando per quel sentiero incontrerò affamati e poveri di molte classi… e farò discendere su di loro la gioia della Vita». Queste parole del nuovo santo tracciano il profilo di quella che è stata la sua vita. Con ragione Papa Giovanni Paolo II lo ha proposto come «modello di fede eucaristica».
Manuel González (1877-1940) nacque a Siviglia e concluse i suoi giorni a Palencia, dove riposano i suoi resti sotto il Tabernacolo della Cattedrale. Come sacerdote (ordinato: 1901) esercitò il suo ministero a Siviglia e a Huelva. Fu Vescovo di Malaga (consacrato: 1916) e Palencia.
   Fondò opere sociali per i più abbandonati in Huelva e costruì un nuovo seminario a Malaga, da dove uscì nel 1931 a causa dell'incendio della sua residenza. Resse la sua sede da Gibilterra e Madrid. Nel 1935 Papa Pio XI gli assegnò la sede palentina; lì consumò l'offerta della sua vita a immagine del Buon Pastore, senza perdere la bontà nello sguardo e il sorriso sulle labbra.
   Nel 1902, nella parrocchia di Palomares del Río, ricevette la grazia che avrebbe polarizzato tutta la sua vita. Così lo racconta: «Andai direttamente al Tabernacolo. Lì la mia fede vedeva un Gesù silenzioso, tanto paziente, che mi guardava, che mi diceva molto e mi chiedeva di più. Uno sguardo nel quale si rifletteva tutta la tristezza del Vangelo: la tristezza di non avere riparo, del tradimento, della negazione, dell'abbandono di tutti».
   Frutto di questa esperienza carismatica, il 4 marzo 1910 a Huelva fondò il primo ramo della Famiglia Eucaristica Riparatrice (formata da laici, consacrati e sacerdoti) con lo scopo di dare e cercare una risposta di amore grato a Cristo Eucaristia, avvicinando tutti alla fonte della Vita che scaturisce dal Mistero Eucaristico.
   Cosciente della portata dei mezzi di comunicazione, fondò due riviste di azione eucaristica: “El Granito de Arena” (adulti) e “RIE” (bambini), e scrisse libri di preghiera, formazione sacerdotale e catechesi.
(Olio su tela, Manuel Higueras)

C’è stato un momento nella mia vita, in cui ho sperimentato la chiamata del Signore, una chiamata a vivere una intimità più profonda, a vivere solo per Lui.
È stato un incontro che ha trasformato per sempre la mia vita. 
Nel mio cuore ho sperimentato una nuova nascita, una doppia nascita: eucaristica e missionaria. 
Ho scoperto una forma nuova di capire e di vivere la mia fede e la mia vocazione.

lunedì 20 giugno 2016

Il 16 ottobre canonizzazione del Beato Manuel González!


Saranno canonizzati domenica 16 ottobre 2016 i cinque Beati per i quali si è tenuto stamattina nel Palazzo apostolico in Vaticano il Concistoro Ordinario pubblico, presieduto da Papa Francesco.

A essere proclamati Santi saranno Salomone Leclercq, martire dei Fratelli delle Scuole Cristiane, Manuel González García, vescovo di Palencia, fondatore dell’Unione Eucaristica Riparatrice e della Congregazione delle Suore Missionarie Eucaristiche di Nazareth, i sacerdoti Lodovico Pavoni, fondatore della Congregazione dei Figli di Maria Immacolata, Alfonso Maria Fusco, fondatore della Congregazione delle Suore di San Giovanni Battista, e la religiosa Elisabetta della Santissima Trinità, monaca professa dell’Ordine dei Carmelitani Scalzi.