lunedì 10 maggio 2021
Missionarie Eucaristiche di Nazaret: Nate per Eucaristizzare
lunedì 3 maggio 2021
I primi 100 anni delle Missionarie Eucaristiche di Nazaret
Le Missionarie Eucaristiche di Nazareth sono nate nella Chiesa come un germoglio della presenza dello Spirito in essa. Ognuna di noi è stata aggraziata con il dono della vocazione, per partecipare al carisma che ha ricevuto il nostro Fondatore, San Manuel González. La sua fede, illuminata dallo sguardo penetrante di Gesù, gli fa percepire l'abbandono dell'Eucaristia e le ripercussioni che ha sulla vita delle persone. L'abbandono dell'Eucaristia ha come conseguenza - diceva - "anime e società private di fiumi e mari di beni" (L'abbandono dei tabernacoli accompagnati, in O.CC. I, n. 149). A partire da questa esperienza - come molti lettori di questa rivista già sanno – San Manuel dedicò tutta la sua vita a riparare questo abbandono eucaristizzando. Mosse dall'anelito di ravvivare il dono ricevuto (cfr. 1 Tim 1,6), e in armonia con l'ispirazione del nostro Fondatore, abbiamo scelto per la celebrazione del giubileo della nostra fondazione il motto: Nate per Eucaristizzare.
Eucaristizzare
il mondo è lo scopo della Congregazione: annunciare agli uomini di tutti i
tempi e luoghi la Vita che sgorga dal Cuore di Cristo nell'Eucaristia (cfr. Gv
10,10). Un Cuore che ci ha amato "fino alla fine" nell'Ultima Cena,
sulla Croce, nella Risurrezione. Un Cuore che, oggi, possiamo continuare ad
accogliere e ricevere in ogni Messa, in ogni Comunione, in ogni Tabernacolo,
perché lì si attualizza il dono della salvezza. Eucaristizzare è essere
testimoni "di quell'incommensurabile dono di sé: nell'Eucaristia Gesù non
dà 'qualcosa' ma se stesso" (Sacramentum caritatis, 1) e la
comunione con Lui ci porta a scoprire che siamo per donarci agli altri.
La nostra
missione, nella storia di oggi, continua ad essere necessaria, come lo è stata
nel corso degli anni, poiché l'Eucaristia è un dono offerto per la vita del
mondo. Nemmeno nell'Ultima Cena Gesù limita il suo sguardo al piccolo gruppo
che lo accompagna, ma quando dice ai suoi discepoli: "Fate questo in
memoria di me" (Lc 22,19), ha nella sua mente e nel suo cuore molte altre
persone che lungo i secoli avrebbero accettato l'invito a sedersi alla Mensa
eucaristica e a fare comunione del Corpo del Signore. Altri, invece,
l'avrebbero rifiutata o sarebbero stati insensibili e indifferenti a questa
chiamata, in una parola, l'avrebbero abbandonata.
Di fronte a
questo, siamo chiamate a dare una risposta di amore riparatore coinvolgendoci
nelle condizioni critiche di mancanza d'amore e di abbandono che ci sono
contemporanee. Da queste situazioni che ci colpiscono e ci provocano, nascono
le nostre criticità, le nostre sfide, che alla fine sono gli inviti che il
Signore ci fa per essere ciò per cui siamo stati chiamate e convocate. Per
questo è necessario avere occhi nuovi per vedere bene la realtà e discernerla
correttamente e, soprattutto, la forza e la sapienza dello Spirito, l'unico
capace di far risorgere il nuovo che deve nascere. Tra le sfide che noi
Missionarie Eucaristiche di Nazareth abbiamo davanti a noi mentre celebriamo il
Centenario della nostra fondazione, ne indicherei una in particolare, da cui
scaturiscono altre e che, soprattutto, ci orienta verso uno stile di vita e di
missione, per essere significativi oggi nella Chiesa e nel mondo, e cioè: un
profondo anelito alla santità. Il più grande bene che possiamo fare per il
nostro mondo è rispondere alla chiamata alla santità: essere ciò per cui siamo
state scelte. Perché voglio sottolineare questa sfida? Come risposta a questa
domanda riporto alcune parole di Papa Benedetto XVI: "I santi, nelle
vicissitudini della storia, sono stati i veri riformatori che hanno così spesso
sollevato l'umanità dalle valli oscure in cui è sempre in pericolo di cadere. [...] Solo dai santi, solo da Dio viene la vera rivoluzione, il cambiamento
decisivo nel mondo" (Discorso 20/8/2005).
Abbiamo bisogno
di questa santità di vita per essere significativamente profetiche, per
saper scoprire il passaggio del Signore, per annunciare che Dio si è fatto
uomo, che è presente in questo crocevia della vita, che rimane tra noi nel
Sacramento dell'Amore e che ci promette la vita oltre la morte. Abbiamo bisogno
di questa santità di vita per avere un orizzonte di speranza, la speranza
teologale che illumina tutte le realtà e tutte le relazioni; abbiamo bisogno di
riscoprire la speranza, soprattutto nei momenti delicati e difficili che stiamo
vivendo, con la certezza - come ci ricorda Sant'Agostino - che "la nostra
vita, ora, è speranza, dopo sarà eternità" (Commento ai Salmi, 102,
4,17). E abbiamo bisogno di questa santità di vita per continuare ad essere i
riparatori dell'abbandono di Gesù - come sottolinea San Manuel nel suo libro La
mia comunione di Maria - "rappresentato dai malati, dai bambini, dagli
ignoranti o dai bisognosi di qualsiasi tipo" (OO.CC. I, n. 1.170).
La vita di una
Missionaria Eucaristica di Nazareth è chiamata ad essere simile alla vita nuova
di Gesù Risorto e al suo progetto di amore e libertà per tutti. Perché questo
accada dobbiamo diventare autenticamente eucaristiche, credenti e grate;
come il chicco di grano, saper morire perché possa rinascere la Vita: Cristo
Eucaristia, in mezzo a una società minacciata da segni di morte e da vuoto
esistenziale.
San Manuel
González ha anche una parola da dirci per il momento presente e per questo
Centenario. È vero che non sappiamo cosa succederà in futuro, ma possiamo
saperlo ora se siamo disposti a vivere la nostra vita in fedeltà alla vocazione
che abbiamo ricevuto. Lui, con quella capacità di guardare oltre, disse alle
suore in una delle sue lettere del 1938: "Davanti a una Maria Nazarena fedele
in ogni momento, e ogni giorno, vedo un orizzonte così ampio e così
chiaro" (n. 6.895). Questo messaggio è molto in linea con gli ultimi
orientamenti che la Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata e le
Società di Vita Apostolica ci ha offerto nel documento: Il dono della
fedeltà. La gioia della perseveranza. La nostra fedeltà nasce dallo
sperimentare che Dio è fedele (n. 24), ed è inscritta nell'identità profonda
della vocazione delle persone consacrate (n. 1), una fedeltà che porta alla
gioia. Quando questi due atteggiamenti si incontrano: il Dio che dà e la
persona che accoglie, si produce il gaudio e la gioia della perseveranza (n.
42). Nel contesto di questo Giubileo che noi Missionarie Eucaristiche di
Nazareth stiamo commemorando, ci sentiamo eredi di questo motto del nostro
Fondatore: "Siate fedeli e vedrete" (Lettere, in O.O.CC. IV,
n. 6453). Questo messaggio di San Manuel sia un impulso a vivere nella gratuità
il dono della fedeltà e nell'umiltà la gioia della perseveranza, e sia anche un
richiamo per tante sorelle che in questi 100 anni hanno dato forma alla storia
della Congregazione.
Maria, che ha saputo scoprire la novità che Gesù ha portato, accompagni il cammino della nostra Congregazione con la fiducia e la disponibilità come fece Lei.
Madre Maria Teresa Castelló Torres, m.e.n.
Superiora Generale
sabato 20 marzo 2021
V Domenica di Quaresima - Anno B
Vangelo (Gv 12,20-33)
Se il chicco di grano caduto in terra muore, produce molto frutto.
Dal vangelo secondo Giovanni
In quel tempo, tra quelli che erano saliti per il culto durante la festa c’erano anche alcuni Greci. Questi si avvicinarono a Filippo, che era di Betsaida di Galilea, e gli domandarono: «Signore, vogliamo vedere Gesù».
Filippo andò a dirlo ad Andrea, e poi Andrea e Filippo andarono a dirlo a Gesù. Gesù rispose loro: «È venuta l’ora che il Figlio dell’uomo sia glorificato. In verità, in verità io vi dico: se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto. Chi ama la propria vita, la perde e chi odia la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna. Se uno mi vuole servire, mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servitore. Se uno serve me, il Padre lo onorerà. Adesso l’anima mia è turbata; che cosa dirò? Padre, salvami da quest’ora? Ma proprio per questo sono giunto a quest’ora! Padre, glorifica il tuo nome».
Venne allora una voce dal cielo: «L’ho glorificato e lo glorificherò ancora!».
La folla, che era presente e aveva udito, diceva che era stato un tuono. Altri dicevano: «Un angelo gli ha parlato». Disse Gesù: «Questa voce non è venuta per me, ma per voi. Ora è il giudizio di questo mondo; ora il principe di questo mondo sarà gettato fuori. E io, quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me». Diceva questo per indicare di quale morte doveva morire.
Colletta
Vieni in nostro aiuto, Padre misericordioso, perché possiamo vivere e agire sempre in quella carità, che spinse il tuo Figlio a dare la vita per noi. Egli è Dio...
Sulle Offerte
Esaudisci, Signore, le, nostre preghiere: tu che ci hai illuminati con gli insegnamenti della fede, trasformaci con la potenza di questo sacrificio. Per Cristo nostro Signore.
Antifona alla Comunione (Gv 12,24-25)
«Se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto».
Dopo la Comunione
Dio onnipotente, concedi a noi tuoi fedeli di essere sempre inseriti come membra vive nel Cristo, poiché abbiamo comunicato al suo corpo e al suo sangue. Per Cristo nostro Signore.
venerdì 19 marzo 2021
19 marzo: Solennità di San Giuseppe
"Essere padri significa introdurre il figlio all’esperienza della vita, alla realtà. Non trattenerlo, non imprigionarlo, non possederlo, ma renderlo capace di scelte, di libertà, di partenze. Forse per questo, accanto all’appellativo di padre, a Giuseppe la tradizione ha messo anche quello di “castissimo”. Non è un’indicazione meramente affettiva, ma la sintesi di un atteggiamento che esprime il contrario del possesso. La castità è la libertà dal possesso in tutti gli ambiti della vita. Solo quando un amore è casto, è veramente amore. L’amore che vuole possedere, alla fine diventa sempre pericoloso, imprigiona, soffoca, rende infelici. Dio stesso ha amato l’uomo con amore casto, lasciandolo libero anche di sbagliare e di mettersi contro di Lui. La logica dell’amore è sempre una logica di libertà, e Giuseppe ha saputo amare in maniera straordinariamente libera. Non ha mai messo sé stesso al centro. Ha saputo decentrarsi, mettere al centro della sua vita Maria e Gesù.
La felicità di Giuseppe non è nella logica del sacrificio di sé, ma del dono di sé. Non si percepisce mai in quest’uomo frustrazione, ma solo fiducia. Il suo persistente silenzio non contempla lamentele ma sempre gesti concreti di fiducia. Il mondo ha bisogno di padri, rifiuta i padroni, rifiuta cioè chi vuole usare il possesso dell’altro per riempire il proprio vuoto; rifiuta coloro che confondono autorità con autoritarismo, servizio con servilismo, confronto con oppressione, carità con assistenzialismo, forza con distruzione. Ogni vera vocazione nasce dal dono di sé, che è la maturazione del semplice sacrificio. Anche nel sacerdozio e nella vita consacrata viene chiesto questo tipo di maturità. Lì dove una vocazione, matrimoniale, celibataria o verginale, non giunge alla maturazione del dono di sé fermandosi solo alla logica del sacrificio, allora invece di farsi segno della bellezza e della gioia dell’amore rischia di esprimere infelicità, tristezza e frustrazione.
La paternità che rinuncia alla tentazione di vivere la vita dei figli spalanca sempre spazi all’inedito. Ogni figlio porta sempre con sé un mistero, un inedito che può essere rivelato solo con l’aiuto di un padre che rispetta la sua libertà. Un padre consapevole di completare la propria azione educativa e di vivere pienamente la paternità solo quando si è reso “inutile”, quando vede che il figlio diventa autonomo e cammina da solo sui sentieri della vita, quando si pone nella situazione di Giuseppe, il quale ha sempre saputo che quel Bambino non era suo, ma era stato semplicemente affidato alle sue cure. In fondo, è ciò che lascia intendere Gesù quando dice: «Non chiamate “padre” nessuno di voi sulla terra, perché uno solo è il Padre vostro, quello celeste» (Mt 23,9).
Tutte le volte che ci troviamo nella condizione di esercitare la paternità, dobbiamo sempre ricordare che non è mai esercizio di possesso, ma “segno” che rinvia a una paternità più alta. In un certo senso, siamo tutti sempre nella condizione di Giuseppe: ombra dell’unico Padre celeste, che «fa sorgere il sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti» (Mt 5,45); e ombra che segue il Figlio."
(Papa Francesco, Patris corde)
domenica 14 marzo 2021
IV Domenica di Quaresima - Anno B
Vangelo (Gv 3,14-21)
Dio ha mandato il Figlio perché il mondo si salvi per mezzo di lui.
Dal vangelo secondo Giovanni
In quel tempo, Gesù disse a Nicodemo:
«Come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna.
Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio.
E il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce, perché le loro opere erano malvagie. Chiunque infatti fa il male, odia la luce, e non viene alla luce perché le sue opere non vengano riprovate. Invece chi fa la verità viene verso la luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio».
Sulle Offerte
Ti offriamo con gioia, Signore, questi doni per il sacrificio: aiutaci a celebrarlo con fede sincera e a offrirlo degnamente per la salvezza del mondo. Per Cristo nostro Signore.
Antifona alla Comunione (Gv 3,19-21)
«La luce è venuta nel mondo. Chi opera la verità viene alla luce».
Dopo la Comunione
O Dio, che illumini ogni uomo che viene in questo mondo, fa' risplendere su di noi la luce del tuo volto, perché i nostri pensieri siano sempre conformi alla tua sapienza e possiamo amarti con cuore sincero. Per Cristo nostro Signore.
domenica 7 marzo 2021
III Domenica di Quaresima - Anno B
Vangelo (Gv 2,13-25)
Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere.
Dal vangelo secondo Giovanni
Si avvicinava la Pasqua dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme. Trovò nel tempio gente che vendeva buoi, pecore e colombe e, là seduti, i cambiamonete. Allora fece una frusta di cordicelle e scacciò tutti fuori del tempio, con le pecore e i buoi; gettò a terra il denaro dei cambiamonete e ne rovesciò i banchi, e ai venditori di colombe disse: «Portate via di qui queste cose e non fate della casa del Padre mio un mercato!». I suoi discepoli si ricordarono che sta scritto: «Lo zelo per la tua casa mi divorerà».
Allora i Giudei presero la parola e gli dissero: «Quale segno ci mostri per fare queste cose?». Rispose loro Gesù: «Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere». Gli dissero allora i Giudei: «Questo tempio è stato costruito in quarantasei anni e tu in tre giorni lo farai risorgere?». Ma egli parlava del tempio del suo corpo.
Quando poi fu risuscitato dai morti, i suoi discepoli si ricordarono che aveva detto questo, e credettero alla Scrittura e alla parola detta da Gesù.
Mentre era a Gerusalemme per la Pasqua, durante la festa, molti, vedendo i segni che egli compiva, credettero nel suo nome. Ma lui, Gesù, non si fidava di loro, perché conosceva tutti e non aveva bisogno che alcuno desse testimonianza sull’uomo. Egli infatti conosceva quello che c’è nell’uomo.
Colletta
Dio misericordioso, fonte di ogni bene, tu ci hai proposto a rimedio del peccato il digiuno, la preghiera e le opere di carità fraterna; guarda a noi che riconosciamo la nostra miseria e, poiché ci opprime il peso delle nostre colpe, ci sollevi la tua misericordia. Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio, e vive e regna con te, nell'unità dello Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli.
Sulle Offerte
Per questo sacrificio di riconciliazione perdona, o Padre, i nostri debiti e donaci la forza di perdonare ai nostri fratelli. Per Cristo nostro Signore.
Antifona alla Comunione (Gv 2,23)
Molti, vedendo segni che Gesù faceva, credettero in lui.
Dopo la Comunione
O Dio, che ci nutri in questa vita con il pane del cielo, pegno della tua gloria, fa' che manifestiamo nelle nostre opere la realtà presente nel sacramento che celebriamo. Per Cristo nostro Signore.
giovedì 4 marzo 2021
111º Anniversario della Fondazione della F.E.R.
1910 - 4 marzo - 2021
Anniversario della Fondazione della Famiglia Eucaristica Riparatrice
Inviati a portare a tutti
il Vangelo dell’Eucaristia
Siamo nel lontano 1910, un giorno come oggi, 4
marzo, nella parrocchia di San Pietro (Huelva, Spagna) risuonano queste parole
da un giovane prete che, nella sua realtà, aveva costatato che Cristo, il
grande bene spirituale della Chiesa, non era conosciuto né accolto tra i suoi
fedeli. E diceva:
«Permettetemi, io che invoco molte volte la sollecitudine della vostra carità a favore dei bambini poveri e di tutti i poveri abbandonati, di invocare oggi in primo luogo la vostra attenzione e la vostra cooperazione poi, a favore del più abbandonato di tutti i poveri: il Santissimo Sacramento».
Questo giovane prete, don Manuel
González, equipara l’Eucaristia a un povero, anzi, al più povero tra i poveri.
Il motivo è quell’abbandono nel tabernacolo, a quell’essere sconosciuto alla
maggioranza della gente, a quell’indifferenza diffusa che rende Gesù il
solitario per eccellenza.
È Dio in mezzo a noi, e rimane
ancora uno sconosciuto, abbandonato, dimenticato. E questo male, questa situazione ingiusta, deve
essere rimediata... Per compiere questa missione nacque nella Chiesa “L’Opera
delle Tre Marie”, la cui missione è eucaristizzare:
avvicinare tutti all’Eucaristia e metterli dentro del Cuore di Gesù che palpita
per essi, perché vivano la vita che da Lui scaturisce.
E sono inviate: «a portare
prontamente al popolo questo Vangelo dell’Eucaristia... Predicandogli il
Vangelo vivo dell’Eucaristia...».
Tutto questo accade in un concreto
contesto storico, una nuova fondazione per stimolare e scuotere dal torpore le
anime e richiamarle all’attenzione verso l’Eucaristia.
E oggi siamo noi gli eredi di
questa chiamata, una chiamata a eucaristizzare.











