martedì 19 dicembre 2017
giovedì 7 dicembre 2017
sabato 2 dicembre 2017
Situazione sociale e religiosa (Vita di San Manuel González, 10)
Dal punto di vista religioso, l’epoca in cui visse Manuel González García si caratterizzò per forti tensioni e contraddizioni. Al momento della stesura della Costituzione del 1876, i conservatori vedevano di fondamentale importanza valorizzare la Spagna dal punto di vista religioso, considerando i valori cattolici della maggioranza della popolazione. Al contrario, le classi politiche più progressiste cercavano di far riconoscere nel Paese il diritto alla libertà religiosa, quale segno di civiltà. Per conciliare queste posizioni, venne trovato un compromesso: la fede cattolica venne dichiarata religione di Stato, ma venne permessa in ambito privato la pratica di altre religioni. Oltre alla concessione della libertà di culto, nonostante determinate restrizioni, vennero eliminati i vincoli medievali che ancora sussistevano tra Chiesa cattolica e popolazione rurale. La parte più liberale della classe politica si trasformò così in un elemento contrario e ostile alla Chiesa. L’intento era di allontanare dall’influenza della Chiesa le masse di operai che avevano abbandonato la terra per cercare lavoro nelle città. Ciò veniva perseguito attraverso campagne di denigrazione nei confronti della religione cattolica, che veniva presentata come nemica del popolo e della sua felicità. Con il termine della reggenza di Maria Cristina d’Asburgo-Tenschen, il 17 aprile 1902, si inaugurava una violenta propaganda antireligiosa. Il clero e soprattutto i gesuiti venivano insultati pubblicamente e la paura serpeggiava nella comunità ecclesiale. Nel Concordato tra Stato e Chiesa era stabilito che l’insegnamento della dottrina cattolica fosse inserito nei programmi ufficiali statali. Con l’avvento delle giunta rivoluzionaria le cose cambiarono. Le Cortes decretarono la libertà di insegnamento basandosi sull’ideologia del krausismo, cioè la difesa della tolleranza accademica e della libertà di cattedra davanti al dogmatismo. Alla Chiesa non restava che agire in privato o in istituzioni non pubbliche. Vennero così create le Accademie della gioventù, quella di San Luigi, gli Studi dell’associazione dei cattolici di Spagna. Sorsero così numerose opere di apostolato e di educazione, gestite da congregazioni religiose o da sacerdoti volenterosi. Si calcola che alla fine del XIX secolo in Spagna fossero circa 40.000 suore, sparse in 2.656 comunità, delle quali 910 si dedicavano all’educazione. Vi erano anche 10.630 religiosi, riuniti in 597 comunità, 294 delle quali dedite all’insegnamento. Anche le missioni popolari promosse dai gesuiti e da altri ordini erano impegnavate in ambito educativo. Un grande impulso all’azione in campo sociale venne dalla promulgazione dell’enciclica Rerum Novarum di Leone XIII. Grazie alla sollecitazione del Pontefice, i cattolici si occuparono sempre più delle condizioni di lavoro della classe operaia. Si deve all’iniziativa di vari vescovi e sacerdoti l’istituzione di Circoli di operai cattolici, del Banco popolare Leone XIII e della Federazione nazionale di operai. Nel 1909 si contavano 370 casse rurali di matrice cattolica.
In Andalusia, terra natale del santo, sorsero varie opere sociali in ambito educativo e caritativo per andare incontro ai bisogni delle masse dei lavoratori che subivano ingiustizie, soprusi e discriminazioni. Le città aumentavano continuamente di popolazione visto il continuo afflusso di contadini alla ricerca di impiego. Si creò il cosiddetto «ensanche», come veniva chiamato all’epoca il sistema di alloggi per tanta gente immigrata dalle campagne. Questo fenomeno non regolato dette vita a veri e propri tuguri e al «chabolismo», alloggiamenti provvisori vicini al luogo di lavoro. Le città cambiarono di aspetto e così le classi sociali: aumentarono i giovani, crebbe la borghesia, si ingrossarono le fila di proletari, favorendo le tensioni tra nuovi arrivati e cittadini. Ciò creò una massa di persone senza lavoro, senza alloggio, senza mezzi di sussistenza che si concentrava nelle grandi città della Spagna e in particolare dell’Andalusia. Si viveva in condizioni igieniche e ambientali disastrose, dove le epidemie erano all’ordine del giorno e la promiscuità regnava sovrana. I salari erano irrisori rispetto al minimo per vivere dignitosamente. Si lavorava anche sedici ore in condizioni terribili, sottoposti a incidenti e senza nessuna tutela per le donne e i bambini. Nonostante la legge del luglio 1873 proibisse il lavoro minorile, i bambini venivano regolarmente impiegati anche nei lavori più duri e pericolosi. Al lato di questa massa proletaria, la città pullulava di altrettanti sciagurati, quali poveri, mendicanti, invalidi, ladri, prostitute, saltimbanchi. Tutta gente che non aveva nemmeno un tetto dove dormire e che spesso tirava a campare giorno per giorno, rischiando anche di morire di fame o di malattia. Esistevano strutture caritative e assistenziali per aiutare questi disperati, ma la loro capacità era insufficiente. Anche sul piano dell’educazione, le scuole potevano occuparsi solo del 50% della popolazione in età scolare. Infatti, nel 1908 le scuole in Spagna erano 30.075, insufficienti a sradicare l’analfabetismo.
Un altro elemento che caratterizzò l’Andalusia di quel tempo, fu la diffusione delle comunità protestanti, a seguito della Costituzione del 1876 che sanciva la tolleranza religiosa. I predicatori partivano dal dominio inglese di Gibilterra e andavano tra le classi più povere di lavoratori delle città andaluse. Costruivano cappelle e aprivano scuole gratuite per istruire quella massa di gente che a poco a poco abbracciava il protestantesimo. In questo modo, cercavano di colmare il vuoto statale nell’educazione primaria dell’infanzia. Nel 1873 venne fondato il Seminario teologico di Puerto de Santa María e i predicatori evangelici cominciarono una propaganda a base di libri, riviste e foglietti. Con il regno di Alfonso XII la comunità protestante dovette rallentare la sua opera di diffusione e concentrarsi sulla classe proletaria, fino al 1886, quando venne sancita la libertà di religione. Per contrastare l’influsso protestante e quello laicista, che cercavano di farsi strada tra i meno abbienti, da parte cattolica si iniziò un’opera capillare di apostolato e di alfabetizzazione dei figli dei lavoratori con l’apertura di nuove scuole. D’altronde, l’anticlericalismo prendeva sempre più campo e alimentava il rancore contro la Chiesa, incolpata di essere la causa del ritardo del progresso in Spagna, dell’analfabetizzazione e dell’arretratezza culturale del popolo.
Le rivolte anarchiche e le tensioni sociali che sfociarono in moti rivoluzionari ebbero come obiettivo anche quello di ridurre l’influsso della Chiesa e di allontanarla dalla popolazione. Nel 1909, durante la settimana rossa di Barcellona, vennero saccheggiate e incendiate più di cinquanta chiese e case religiose. Tuttavia, nonostante gli attacchi, la Chiesa mantenne il suo prestigio nella società spagnola. Nel 1920 su una popolazione di 21 milioni di abitanti vi erano 34.420 sacerdoti, uno ogni 613 persone. Come sempre accade, si colpiva la Chiesa per abbattere il potere civile che la sosteneva. Tuttavia, la comunità ecclesiale mai si dimenticò dei poveri, dei disperati, di quelli a cui mancava la speranza.
Con la proclamazione della seconda repubblica spagnola, il 14 aprile 1931, la situazione nei confronti della Chiesa peggiorò ovunque, perché i partiti al potere erano pervasi da anticlericalismo e propugnavano la laicità assoluta, considerando normale la persecuzione religiosa pur di raggiungere l’obiettivo. L’ideologia si trasformò in pratica e l’11 maggio 1931 ebbe luogo l’incendio di più di un centinaio di chiese e conventi a Madrid, Siviglia, Cordova, Cadice, Murcia, Saragozza, Valenza e Málaga, senza che il governo si opponesse, o consegnasse alla giustizia i responsabili. A quel tempo vescovo di Málaga era il nostro santo. La stessa situazione don Manuel trovò a Palencia, anche se molto meno drammatica che in Andalusia.
(Dal libro Come un chicco di grano. Biografia di san Manuel González García. A cura di Nicola Gori, El Granito de Arena 2016, pp. 118-122)
venerdì 1 dicembre 2017
Breve panorama storico (Vita di San Manuel González, 9)
Per comprendere il contesto storico in cui nacque il santo occorre risalire indietro negli anni. Dopo la reggenza di Maria Cristina d’Asburgo-Teschen (1858-1929), che durò dal 1885 al 1902, il trono di Spagna passò ad Alfonso XIII, il quale si distinse subito per l’interventismo in ambito politico. Allo scoppio della prima guerra mondiale, la Spagna dichiarò la propria neutralità. Questo favorì un certo benessere; ma la classe dirigente si divise tra simpatizzanti degli alleati e degli imperi centrali. La popolazione, a causa dell’aumento dei prezzi, subì un deciso crollo del potere d’acquisto. Ciò favorì forti tensioni sociali che provocarono la reazione degli ufficiali dell’esercito, non contenti del peggioramento del loro tenore di vita e per certi favoritismi del re nelle promozioni di carriera. Nel maggio 1917 dettero vita a delle Giunte di difesa, ammesse dal governo. Nuovi scioperi scoppiarono nel Paese: a luglio a Valencia, Bilbao e Santiago di Compostella, ad agosto si erano talmente diffuse che anche diversi membri della polizia vi parteciparono, per cui toccò all’esercito intervenire.
Negli anni 1918 e 1919 vi furono ribellioni contadine a causa degli ennesimi rinvii della riforma agraria. Nel sud del paese insorsero i braccianti, che occuparono alcune grandi proprietà, mentre gli anarchici continuarono nei loro intenti di capovolgere il potere. Il clima sociale era percorso da violenze continue tra fazioni rivali dei sindacalisti di diverse ispirazioni politiche. Il Patto del Pardo crollò, perché i due partiti al potere erano ormai logorati e travolti dagli scandali elettorali. Ne approfittarono i vari potenti locali, i cosiddetti cacicchi, impedendo lo sviluppo di un movimento operaio legale e la diffusione delle idee democratiche. I repubblicani furono emarginati, gli intellettuali, tra i quali gli appartenenti alla famosa «generazione del 1898», che contava anche José Ortega y Gasset (1883-1955), vennero considerati i promotori del disordine. Vani i tentativi di riformare il sistema scolastico, nonostante che metà degli spagnoli agli inizi del XX secolo fossero ancora analfabeti. Dopo la «settimana tragica» di Barcellona, la popolazione catalana cominciò a distaccarsi dal resto del Paese, così anche i Paesi Baschi. I cattolici continuarono a essere emarginati, nonostante la stragrande maggioranza della popolazione appartenesse alla Chiesa. Non ebbe successo nemmeno la formazione di un grande partito cattolico, nonostante i propositi del «Grupo de la democracia cristiana» di Aznar, del «Partido social popular» e dell’«Acción social popular». L’episcopato non fece troppe pressioni, perché era abbastanza diffidente nei confronti della classe politica e attendeva l’avvento di tempi migliori.
Nei primi anni Venti del XX secolo si ebbe una netta diminuzione dei conflitti sociali e l’affermazione di una nuova classe di imprenditori, sostenuta dai conservatori. Nel 1914 venne fondata la Federazione imprenditoriale, che si diffuse molto in Catalogna e strinse alleanza con l’esercito. Per contrastare le spinte progressiste questa Federazione promosse la formazione di sindacati «liberi» e il finanziamento di milizie armate. Nuove ondate di violenza caratterizzarono quel periodo. Il presidente del Consiglio, Eduardo Dato Iradier (1856-1921) venne ucciso nel marzo 1921, poi il 4 giugno 1923 fu la volta del cardinale Juan Soldevilla y Romero (1843-1923) a Saragozza, i cui assassini vennero amnistiati dalle autorità della repubblica nel 1931. Visto il perdurare delle tensioni sociali, la media borghesia si alleò con la parte militare-imprenditoriale. Per far fallire gli scioperi, venne impiegata la milizia borghese. In questo modo, il funzionamento dei servizi interrotti veniva assicurato.
Nel luglio 1921, un avvenimento sconvolse il Paese: in Marocco nella battaglia di Annual le forze delle tribù del Rif sconfissero le truppe spagnole, massacrando circa 18.000 uomini. Nel febbraio 1923 vennero indette le elezioni che, per la prima volta, si svolsero correttamente. Il programma del governo prevedeva delle riforme, nonostante l’opposizione dei militari e degli industriali. Il re Alfonso XIII (18861941) si schierò dalla parte dell’esercito contro la classe politica. Il 2 ottobre 1923, il governo volle istituire una commissione d’inchiesta, ma il clima virava all’insurrezione.
Nel settembre 1923, con l’appoggio dell’esercito, dei latifondisti, dei sindacati e degli imprenditori catalani, Miguel Primo de Rivera (1870-1930) compì un colpo di Stato. Alfonso XIII lo nominò primo ministro. I primi atti furono la sospensione della Costituzione, l’istituzione della legge marziale, la censura e il bando di tutti i partiti politici. De Rivera fondò l’Unión patriótica española, creando di fatto un solo partito. Cercò di ridurre la disoccupazione investendo nelle opere pubbliche, ma le spese statali provocarono una notevole inflazione, che scontentò la popolazione. A seguito del crollo di Wall Street del 1929 la situazione economica subì un duro peggioramento. Perduto l’appoggio di quasi tutte le parti sociali e del re, nel gennaio 1930, si dimise. Le sue dimissioni, pochi mesi dopo, favorirono la caduta della monarchia e l’avvento della seconda repubblica.
Nelle elezioni dell’aprile 1931 i repubblicani ottennero un vasto successo. Il re lasciò il Paese e il 14 aprile venne proclamata la repubblica. Nel giugno successivo, una coalizione di repubblicani e socialisti ottenne un ampio risultato positivo alle elezioni per le Cortes, e in ottobre venne formato un governo di coalizione guidato da Manuel Azaña y Díaz (1880-1940), che dette vita a un programma di riforme. Tra queste: quella agraria e la relativa redistribuzione delle terre, la separazione tra Stato e Chiesa, la laicizzazione dell’insegnamento, l’introduzione del divorzio. Alcune di queste riforme non vennero ben accolte dalla popolazione e incontrarono anche la netta opposizione dei conservatori.
Con la vittoria delle destre nelle elezioni del 1933 ebbe inizio un nuovo periodo di scontri politici, che portarono nell’ottobre 1934 all’insurrezione operaia nelle Asturie, repressa nel sangue. Nel 1936 le sinistre tornarono alla guida del Paese con il Fronte popolare e Azaña y Díaz tornò alla presidenza. Le sinistre riproposero la legislazione riformatrice, ma ampi disordini scoppiarono in tutto il Paese tra sostenitori e avversari del governo. Continue occupazioni di terre e distruzioni di chiese, oltre a numerosi scioperi si alternarono per tutto l’anno. In questo panorama, il generale Francisco Franco (1892-1975) si ribellò alla repubblica con il sostegno della maggioranza dell’esercito. L’insurrezione militare ebbe inizio il 17 luglio 1936 a Melilla, in Marocco. Il giorno seguente si diffuse in tutta la Spagna, che si ritrovò divisa in due zone: quella rurale, controllata dalle forze dei ribelli, e quella formata da aree industriali e urbane, fedele alla repubblica.
Cominciò così la guerra civile, dove le parti in conflitto ricevettero aiuti dall’estero: Hitler e Mussolini sostennero le truppe di Franco, mentre l’Unione Sovietica appoggiò i repubblicani, che ricevettero il contributo delle Brigate internazionali formate da volontari europei e americani. Il generale Franco si proclamò capo della Falange nazionalista, il movimento politico di ispirazione fascista. Il fronte opposto, guidato da Juan Negrín (1892-1956), era composto da socialisti moderati e anarchici, comunisti e autonomisti baschi e catalani.
Nel corso della guerra civile, in un primo momento, le truppe franchiste non riuscirono a conquistare Madrid, allora si volsero verso le province basche, le Asturie e le altre regioni industriali del Nord (aprile-ottobre 1937), appoggiate dalle truppe fasciste italiane e dall’aviazione tedesca, che il 26 aprile rase al suolo la città di Guernica. Nel 1938 le forze franchiste riuscirono a dividere in due la zona nemica. Le sorti della guerra volgevano al meglio per il generale Franco: Barcellona venne presa il 26 gennaio 1939; due mesi dopo cadde anche Madrid. La guerra civile si concluse il 1° aprile: lasciò la Spagna distrutta, con un milione circa di morti. Con la presa del potere, Franco non fece distinzione tra repubblicani moderati e militanti comunisti, socialisti e anarchici «nemici della Spagna». Circa 300.000 oppositori furono costretti all’esilio. Le riforme sociali promosse dal governo repubblicano vennero annullate. Allo scoppio della seconda guerra mondiale la Spagna proclamò la sua neutralità. Nel 1947 Franco ristabilì la monarchia, ma si proclamò reggente a vita.
(Dal libro Come un chicco di grano. Biografia di san Manuel González García. A cura di Nicola Gori, El Granito de Arena 2016, pp. 113-118)
giovedì 30 novembre 2017
A Palencia (Vita di San Manuel González, 8)
Seppur con dolore lasciò la guida dell’amata diocesi di Málaga e accettò con obbedienza e umiltà la nuova destinazione che il Papa gli aveva indicato. Non fu facile per lui distaccarsi da anni e anni di intensa attività pastorale svolta negli ambienti familiari della sua Andalusia. Sempre però con l’atteggiamento di grande abbandono alla volontà di Dio che si manifesta nei superiori, accettò il sacrificio e si donò interamente per la nuova diocesi. La situazione che trovò non fu certamente semplice. Le tracce della Guerra civile erano ancora vive in quella città della Castiglia e León. Palencia era in quel momento sotto il controllo repubblicano e la Chiesa non era vista di buon occhio. Bisognava fare attenzione a come muoversi. Basti ricordare che nel giugno 1936 vennero proibite le processioni pubbliche, così quella nella solennità del Corpus Domini si svolse all’interno della cattedrale. Per un periodo i suoi seminaristi vennero chiamati a prestare servizio militare, un fatto che destò molta preoccupazione nel santo. Tuttavia, non li abbandonò mai e si tenne in contatto costante per via epistolare. Quando il 19 settembre 1936 i seminaristi rientrarono dalle vacanze estive, il seminario che trovarono era uno dei pochi sopravvissuti alla chiusura. Accolse così seminaristi di altre diocesi e perfino un gruppetto proveniente da Málaga. Come nella città andalusa, anche a Palencia non mancarono le difficoltà e le opposizioni, ma il santo non era tipo da lasciarsi scoraggiare. La sua carità verso gli altri si rivelò feconda di opere: aiutò non pochi sacerdoti poveri e pagò le rette ai seminaristi che non avevano la possibilità di mantenersi gli studi.
Il clima sociale purtroppo si manteneva sempre teso, pesava il conflitto tra nazionalisti e repubblicani. Un giorno, mentre tornava con il treno dalla settimana pro seminario che si svolse a Toledo, una grossa pietra lanciata da mano violenta, entrò nel vagone e lo colpì sul pettorale senza arrecargli danno. Il 19 giugno 1936, scoppiarono tumulti e scontri tra repubblicani e militari e guardia civile. In quei giorni trovò la morte il governatore repubblicano, ma anche molti cattolici vennero trucidati. Il santo invitò tutti i fedeli a supplicare la Vergine Maria attraverso la preghiera del Rosario, perché concedesse pace e riconciliazione alla Spagna. Il 24 gennaio 1937, nella festa di Nostra Signora della pace, invitò tutti i bambini a supplicare il Cuore di Gesù e di Maria per ottenere pace alla nazione.
In quel periodo vennero compiuti alcuni furti sacrileghi in varie parrocchie della diocesi e a distanza poco tempo l’uno dall’altro: a Soto de Cerrato, a Monzón de Campos, a Reinoso de Cerrato e a Prádanos de Ojeda. In risposta a questi atti, promosse ovunque il culto eucaristico e la devozione al Cuore di Cristo. Organizzò le adorazioni notturne, le settimane eucaristiche, le preghiere di riparazione, invitò alla comunione frequente e dette impulso alla catechesi. Cercò di riavvicinare i fedeli alla pratica dei Sacramenti e a rendere la loro fede più adulta. Iniziò la visita pastorale nelle varie parrocchie della diocesi, nonostante i pericoli e il momento di grande incertezza sociale e politica. Non temeva per la sua vita, ma voleva assolutamente confermare la fede della gente in quel momento difficile. Non si risparmiò fatiche e disagi per raggiungere quante più parrocchie possibile e inviò anche dei missionari a predicare nei villaggi più sperduti.
Nel marzo 1936 aprì una casa di Nazaret a Palencia e istituì in diocesi anche i discepoli di san Giovanni. In quella casa trasferì il noviziato, dato che a Málaga la situazione sociale era ancora drammatica. Infatti, la presidente delle Marie, Carmen López de Heredia, venne assassinata. Con questa morte, anche le Marie avevano dato il contributo di sangue per la pacificazione della Spagna e per l’avvento del Regno di Dio. L’8 settembre seguente, emise il decreto di approvazione degli statuti, del direttorio e del governo della fraternità delle Marie nazarene. Palencia diventò il punto di riferimento per le consacrate sparse nei vari Nazaret di Spagna che andavano diffondendosi. Nel 1937 radunò i bambini riparatori.
Nel settembre 1939, fece gli esercizi spirituali insieme con il clero. Sarebbero stati gli ultimi, perché la malattia stava minando definitivamente la sua salute. Il 28 ottobre 1939, compì un viaggio a Saragozza per visitare le suore nazarene che erano state chiamate in diocesi dal maggio precedente. Approfittò per recarsi in pellegrinaggio al santuario caro a tutti gli spagnoli: la Vergine del Pilar, che lui considerava sua particolare protettrice. Al ritorno si fermò a Madrid per rappresentare l’arcivescovo di Burgos nella Conferenza episcopale dei metropolitani. Il 13 novembre rientrò a Palencia, dove i dolori alla testa si intensificarono. Riusciva ormai solo a celebrare la messa e nemmeno poteva farlo tutti i giorni. Anche le visite al tabernacolo nella cappella gli costavano grandi sforzi. Da quel momento in poi dovette far fronte al peggioramento dello stato di salute. Fin da giovane aveva sofferto di colite acuta e cronica e, soprattutto, come sappiamo, di forti emicranie che talvolta lo obbligavano a interrompere anche quello che stava facendo. A volte doveva scrivere in ginocchio a causa dei forti dolori alla testa. Nell’età avanzata gli si presentò anche un’affezione alla vescica: una nefrite cronica e un’ipertrofia prostatica.
Negli ultimi mesi della sua vita la sofferenza aumentò notevolmente, soprattutto a causa del mal di testa. Ripeteva sempre il suo Fiat! Sicuro e fiducioso nella Provvidenza divina, alla quale si era abbandonato. In quel periodo intensificò la preghiera, sostando in cappella più a lungo per adorare il Santissimo Sacramento e recitare il Rosario. Negli ultimi giorni, in cui le forze stavano diminuendo rapidamente, disse a chi lo circondava: «Sono stato più di là che di qua e ho visto che quello che importa, è la santità, perciò «si deve sacrificare tutto alla volontà del Signore». Al termine della sua vita sentiva pressante l’invito di Cristo a donarsi interamente, a lasciare ogni minimo affetto o attaccamento e a preparasi all’incontro definitivo con Lui. Davanti al Santissimo Sacramento prima di uscire definitivamente dal palazzo episcopale disse: «Cuore di Gesù, ti rendo grazie per tanti dolori che mi dai; grazie per quello che mi hai fatto soffrire. Benedetto sia per tutto e perché ora vuoi che me ne vada». E poi in un momento di grande abbandono e di sofferenza, aggiunse: «Sono tuo, fai di me quello che vuoi».
Il 28 novembre, ricevette il Sacramento degli infermi, la comunione e l’assoluzione generale. Ripresosi un poco, il 31 seguente, venne deciso di trasferirlo in ambulanza a Madrid per ricoverarlo nella clinica del Rosario. Nel viaggio verso la capitale, recitò il Rosario e volle che lo avvertissero quando l’ambulanza passava davanti a una chiesa. Così avrebbe potuto salutare e onorare Gesù presente nei tabernacoli. Giunto alla clinica, la prima cosa che chiese, fu quella di essere accompagnato in cappella. Dopo una prima visita, i medici capirono che non c’era più niente da fare e che, purtroppo, non era possibile operarlo. Poco dopo, ricevette la visita del nunzio apostolico. Poi, celebrò la messa nella sua stanza e dopo aver recitato il Magnificat, morì serenamente. Era mezzogiorno del 4 gennaio 1940.
Il giorno successivo, la sua salma venne trasferita a Palencia. Il 6 gennaio 1940, un gruppo di Missionarie Eucaristiche di Nazaret fece la professione perpetua davanti al corpo del fondatore. Il 7 gennaio, venne inumato nella cappella del Santissimo Sacramento della cattedrale. Sulla tomba fu posta una lapide con l’epitaffio scritto da lui stesso: «Chiedo di essere inumato accanto a un tabernacolo, perché le mie ossa, dopo la morte, come la mia lingua e la mia penna in vita, dicano sempre a chi passa: Qui c’è Gesù! Qui c’è! Non abbandonatelo! Madre Immacolata, san Giovanni, sante Marie, portate la mia anima alla compagnia eterna del Cuore di Gesù in cielo».
La morte non cancellò il ricordo di don Manuel, anzi, la sua fama di santità cominciò a diffondersi e ad aumentare sempre più. Già da tempo, molta gente si rivolgeva a lui per chiedere consigli e farsi guidare spiritualmente, perché era convinta di trovarsi di fronte a un santo. Alcuni raccontavano che egli aveva il dono di leggere i segreti delle anime. Già al tempo in cui era sacerdote, ma ancor di più, una volta diventato vescovo, la stima e il rispetto nei suoi confronti, facevano sì che molte persone ricevendo sue lettere le conservassero come una reliquia. Lo stesso avvenne durante l’ultimo periodo della sua malattia, quando era infermo a letto e nella clinica di Madrid. Infatti, quanti lo circondavano presero dei pezzetti del suo abito episcopale e passarono delle medaglie e degli oggetti sul suo corpo, per poi conservarli come reliquie.
La scena si ripeté durante l’esposizione della salma nella cappella del palazzo episcopale di Palencia. La sua fama non si era mantenuta viva solo tra le sue figlie, ma si era diffusa tra il popolo di Dio in tutti quei luoghi che avevano visto la presenza del santo. A poco a poco, le visite e i pellegrinaggi alla tomba di don Manuel si moltiplicarono. Infatti, egli era ben conosciuto non solo nelle diocesi che aveva guidato, ma anche in molte regioni della Spagna. Ciò si deve anche alla diffusione dei suoi libri che si trovavano in vendita in diversi Paesi europei, ma anche in America Latina.
Visto il perdurare della fama di santità, nel 1952 venne aperto a Palencia il processo ordinario, che si concluse nel 1960. Vennero interrogati 18 testimoni oculari, dei quali nove Missionarie Eucaristiche di Nazaret, cinque sacerdoti, un medico, un architetto, e due notai. Furono anche aperti quattro processi rogatoriali: a Huelva, dove furono ascoltati 13 testimoni, a Siviglia con 16 testimoni, a Madrid con 6 testimoni e a Málaga con 30 testi. Seguì un processo conoscitivo a Palencia, negli anni 1981-1983, dove deposero 27 persone riguardo l’eventuale mancanza di carità e di prudenza, in quanto si doveva chiarire il suo rapporto con i sacerdoti baschi imprigionati dal generale Franco nella Trappa di San Isidro de Dueña, negli anni 1938-1939. Concluso con esito positivo il procedimento, gli atti vennero inviati a Roma alla Congregazione delle Cause dei Santi, la quale, il 13 luglio 1984, emise il decreto di validità dei processi. Da allora in poi, l’iter fu più spedito: il 6 aprile 1998, Giovanni Paolo II lo dichiarò venerabile, e il 29 aprile 2001, lo beatificò.
Nel 2008 a Madrid, avvenne un presunto miracolo per intercessione di don Manuel. Si trattava della guarigione da «linfoma non-Hodgkin (LNH), plasmoblastico, con restrizione IgA lambda, monoclonale». Il 31 maggio 2010 venne aperta a Madrid l’inchiesta diocesana sul miracolo che si concluse positivamente. Il 29 ottobre 2015, la Consulta Medica della Congregazione delle Cause dei Santi, riconobbe all’unanimità l’inspiegabilità scientifica della guarigione; il 15 dicembre 2015 la Consulta dei teologi diede voto affermativo, e lo stesso fanno i cardinali e i vescovi il 1° marzo 2016. Il 3 marzo successivo, Papa Francesco firmò il decreto di approvazione del miracolo. Il XXXX Papa Francesco lo canonizzò in piazza San Pietro.
(Dal libro Come un chicco di grano. Biografia di san Manuel González García. A cura di Nicola Gori, El Granito de Arena 2016, pp. 103-109)
mercoledì 29 novembre 2017
In esilio (Vita di San Manuel González, 7)
Purtroppo, la situazione politica e sociale si faceva sempre più ostile alla Chiesa cattolica. Il 14 aprile 1931 venne proclamata la repubblica e quelle che fino ad allora erano state solo minacce e calunnie si trasformarono in azioni di odio concrete. Già dai giorni precedenti l’avvento della repubblica, don Manuel aveva chiesto ai suoi collaboratori di pregare molto, perché la situazione a Málaga stava degenerando. Cercò di mettere in salvo gli oggetti sacri più preziosi dell’episcopio e incoraggiò i suoi sacerdoti ad affrontare la prova che li attendeva. Era ormai sicuro che qualcosa sarebbe successo. Nella notte dell’11 maggio i timori si rivelarono fondati. La folla inferocita prese d’assalto chiese e conventi, dandoli alle fiamme. In breve tempo, si diresse verso il palazzo episcopale e lo circondò cercando di sfondarne le porte. Don Manuel con sua sorella, i suoi collaboratori e le suore della Croce, che aveva chiamato da Huelva per aiutarlo e accudirlo nelle faccende quotidiane, iniziarono a recitare il Rosario. Momenti di grande paura e di concitazione per quanti erano rimasti nel palazzo. Il pericolo di venire trucidati era concreto.
Il santo, tuttavia, non perse la serenità. Impartì l’assoluzione generale a tutti i presenti, li comunicò, e per non lasciare il Santissimo Sacramento in balia dei facinorosi, inghiottì tutte le ostie consacrate rimaste. Si rivolse poi a quanti lo circondavano e chiese loro di offrire quei momenti di sofferenza per l’avvento del regno del Cuore di Gesù in Spagna e nella diocesi di Málaga. Attraverso una porta segreta si rifugiarono nell’attiguo collegio dei religiosi maristi. Questo espediente però non fermò la folla che irruppe sia nell’episcopio, sia nel collegio al grido di «muoia, muoia». Cercavano lui, il responsabile, secondo loro, di chissà quali delitti. L’unica sua colpa era di essere il pastore di quella Chiesa locale. Agli occhi dei sovversivi rappresentava il nemico da abbattere.
Don Manuel con grande coraggio si presentò davanti a quei facinorosi e chiese cosa volessero da lui. Le loro intenzioni non era delle più amichevoli, qualcuno aveva portato addirittura una corda per impiccarlo. Insulti e offese facevano da cornice a quella scena così drammatica, ma il santo cominciò a camminare verso l’uscita del collegio e si fece strada in mezzo alla folla urlante. Lo seguivano le suore della Croce e i suoi collaboratori, che rimasero inorriditi dal vedere il palazzo vescovile completamente dato alle fiamme. Passò tra le gente che lo strattonava da ogni parte e qualcuno cercò anche di togliergli lo zucchetto. Un uomo si mise davanti a lui e gli puntò perfino la pistola, dicendogli che non avrebbe sparato solo per timore di uccidere sua sorella. Superato il momento critico e nonostante il pericolo, don Manuel riuscì a raggiungere la casa di don Antonio Rodríguez Ferrol. Appena entrato in casa, la prima cosa che fece fu quella di invitare tutti a recitare il Rosario. A chi gli diceva impaurito che tutto era perduto, rispondeva di guardare alla grazia di Dio che nessuno avrebbe potuto sottrarre loro. Anzi, in quella circostanza, erano ancor di più simili gli apostoli, senza mezzi, ma pieni di fiducia in Dio. Mancava solo il martirio per suggellare l’imitazione degli apostoli. Poco mancò che non si realizzasse. Infatti, la tregua in quella casa durò molto poco.
All’alba si presentò un capo dei repubblicani che impose al santo di andarsene da lì. Don Manuel rispose di non aver commesso nessun crimine e che il suo unico desiderio era di rimanere a Málaga per guidare la diocesi a lui affidata. Temeva però per l’incolumità dei padroni di casa e stava cercando una via d’uscita alla situazione. Nel frattempo, giunsero i signori di Heredia, suoi amici, che per salvarlo dal linciaggio lo fecero salire sull’auto e lo condussero alla loro fattoria «La Vizcaina». Don Manuel sperimentò un attimo di tregua e poté celebrare la messa. Ma la pace sarebbe durata molto poco, infatti, il 13 maggio, i contadini inferociti circondarono l’abitazione e dettero un’ora di tempo a don Manuel per andarsene. Se non avesse rispettato l’ultimatum avrebbero incendiato tutto. Possiamo immaginare la sofferenza del santo che vedeva la sua presenza recare danno agli amici che l’ospitavano. Decise così di abbandonare quell’alloggio e, alle cinque del pomeriggio, si diresse verso una famiglia che abitava in campagna. Purtroppo, i padroni di quella fattoria non vollero si fermasse per paura di rappresaglie. Occorreva trovare una rapida soluzione perché i sobillatori non si sarebbero certamente arresi al pensiero che il vescovo rimanesse nel territorio diocesano, in quanto temevano la sua presenza. Allora, qualcuno pensò di far rifugiare il vescovo a Gibilterra, in territorio britannico, dove nessuno avrebbe potuto toccarlo. I marchesi di Larios si impegnarono a cercargli un albergo, mentre veniva preparato il passaporto e avvisato il vescovo di Gibilterra. A mezzanotte, don Manuel riuscì a passare la frontiera, dove lo attendeva monsignor Richard Joseph Fitzgerald (1881-1956), al quale consegnò l’ostia consacrata che conservava in una teca. Per il momento, era salvo al di là del confine spagnolo, ma il suo cuore era rimasto a Málaga. Il giorno successivo, poté celebrare la messa nella cattedrale. Venne poi ospitato nella casa di riposo «Gavino» della città.
Si trattava ora di gestire da lontano il governo pastorale della diocesi, cosa non facile. Don Manuel sapeva che la situazione non si sarebbe normalizzata velocemente, così incaricò il vicario generale di provvedervi fino al suo ritorno. Quel periodo fu fonte di grande sofferenza e sacrificio, in quanto era costretto a rimanere separato dai suoi sacerdoti e dal suo gregge. Purtroppo, il clima politico e sociale gli impediva di rientrare, perché sia il governo, sia le autorità locali non gradivano la sua presenza a Málaga. Anche la nunziatura lo invitò ad avere pazienza e a rimanere a Gibilterra ancora un po’. Il santo obbedì anche se a fatica, perché sentiva fortemente lo zelo per il gregge affidato, e questa sua impossibilità a occuparsene lo faceva tribolare enormemente. Tuttavia, pur non temendo per la sua vita, non voleva mettere a repentaglio quella degli altri che lo circondavano. Il suo esilio forzato sulla rocca di Gibilterra durò sette mesi, nei quali riuscì anche a ordinare sette sacerdoti del suo seminario che si erano spostati sul suolo inglese appositamente per ricevere il sacerdozio dalle mani del loro vescovo.
Dopo varie trattative diplomatiche, nel dicembre 1931, gli venne prospettata la possibilità di trasferirsi a Ronda, cittadina che si trovava in diocesi di Málaga. Il 14 del mese, scrisse al nunzio apostolico Federico Tedeschini (18731959) per esprimergli il suo dolore e la sua fedeltà alla Chiesa. Il 26 seguente, passò a Ronda, dove rimase sette mesi, controllato continuamente dalla polizia. Venne ospitato nella palazzina che apparteneva all’episcopio, e che era unita al collegio dei salesiani. In quella cittadina, riuscì a insegnare il catechismo e a tenere delle conferenze. Molto discretamente organizzò anche un’Accademia di catechisti.
Il 29 luglio 1932 compì un viaggio a Madrid per incontrare il nunzio apostolico, il quale, al contrario di quello che sperava, lo invitò a non rientrare a Málaga, ma a continuare a guidare la diocesi da Ronda. Evidentemente, i tempi non erano ancora maturi e la sua presenza sarebbe stata motivo di nuovi conflitti. Era un vero pastore e quindi la sua testimonianza disturbava quanti volevano ridurre la Chiesa ai margini della società, i quali non avrebbero esitato a ridurlo al silenzio. Tuttavia, il santo non si arrese e mesi dopo visitò di nuovo il nunzio apostolico a San Sebastián, con la speranza che potesse intervenire presso le autorità locali per permettere il suo rientro. Il 4 ottobre partì per Roma, dove venne ricevuto in udienza da Pio XI. Rientrato in Spagna, si rese conto che anche a Ronda la situazione era sempre più delicata. Non volendo recar problemi a chi l’ospitava, si trasferì a Madrid, accolto dalla famiglia Calonge y Page, che gli offrì un appartamento indipendente. Per il momento doveva rimanere nella capitale, perché il nunzio apostolico gli riconfermò l’impossibilità di tornare a Málaga. La sua situazione era drammatica: era solo, lontano dalla sua diocesi, costretto a vivere di elemosina, perché non aveva nessuna rendita, eccetto i proventi dalla vendita dei suoi libri che però non gli permettevano di vivere dignitosamente. Fortunatamente, alcuni suoi amici ed estimatori gli inviavano regolarmente delle offerte. Poco tempo dopo, ricevette una lettera del cardinale Eugenio Pacelli (1876-1958), segretario di Stato, che gli spiegò i motivi per i quali non poteva rientrare in diocesi: le minacce nei suoi confronti e l’impossibilità delle autorità locali di poter garantire la sua sicurezza. Lo invitò pertanto a rimanere a Madrid nonostante i disagi. Che non erano pochi!
In quel periodo, un’altra prova si abbatté su di lui: la situazione delle Marie in Madrid, che erano state affidate alle cure del beato padre Rubio, il quale era morto nel 1929. Aveva preso la loro direzione il gesuita padre Cuadrado, il quale cercava di allontanarle dal santo, perché non voleva interferisse nel governo. Tuttavia, le Marie non si fecero troppo condizionare e il 4 marzo 1935, poterono celebrare l’anniversario della loro fondazione con don Manuel, il quale firmò l’atto di erezione della fraternità della Marie nazarene.
Intanto, il nunzio apostolico aveva chiaro che ormai il santo non sarebbe potuto più rientrare a Málaga, così fece pressioni, perché rinunciasse al governo della diocesi e ne scegliesse un’altra, fosse stata anche sede arcivescovile. Trovò però l’opposizione di don Manuel che voleva tornare nella sua città. Non era facile per lui distaccarsi dalla gente e da quell’ambiente dove aveva realizzato tante opere. Il 31 marzo 1935, il nunzio apostolico tornò nuovamente alla carica e gli scrisse per ricordagli che durante la visita a Roma dell’aprile 1934, in occasione della canonizzazione di san Giovanni Bosco, incontrando Pio XI aveva dato al Papa la sua disponibilità a guidare un’altra diocesi. La situazione che si era creata ormai era irreversibile. Il 4 luglio successivo, monsignor Tedeschini lo informò che per volontà del Pontefice era definitivamente sollevato dal governo pastorale della diocesi di Málaga e che gli lasciavano la possibilità di indicare un’alternativa a sua scelta. Il giorno seguente, dopo aver riflettuto e pregato, domandò al nunzio apostolico la possibilità di recarsi a Palencia, che considerava una diocesi piccola e ben disposta nei confronti della Chiesa. Tuttavia, si dichiarava disponibile ad andare in qualunque posto il Papa lo ritenesse opportuno. Il 9 luglio, monsignor Tedeschini scrisse al cardinale Pacelli che poteva procedere alla nomina di don Manuel a vescovo di Palencia. Il 5 agosto 1935, Pio XI rese pubblica la nomina di don Manuel a vescovo di Palencia. Il 6 ottobre, seguì il corso di esercizi spirituali nella Trappa di Dueñas, situata nel territorio della sua nuova diocesi. Terminati gli esercizi spirituali, il 12 successivo, fece il suo ingresso a Palencia.
(Dal libro Come un chicco di grano. Biografia di san Manuel González García. A cura di Nicola Gori, El Granito de Arena 2016, pp. 53-57)
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