giovedì 23 novembre 2017

I primi passi (Vita di San Manuel González, 1)

   Siviglia nella seconda metà dell’Ottocento era una città dalle mille contraddizioni. Povertà e ricchezza vivevano una al fianco dell’altra. Dello splendore e del prestigio che la città rivestiva nel Secolo d’Oro per essere stata il centro del commercio con le colonie spagnole e la più importante metropoli del regno rimanevano dei ricordi e delle vestigia. Ma la dura realtà, in quello scorcio del XIX secolo, era ben altra. Periodicamente, la popolazione veniva colpita da epidemie. La grande maggioranza viveva al limite della povertà e, nonostante un ceto artigianale e commerciale importante, non mancavano le crisi e i problemi economici. 
   E’ in questo contesto storico che, il 25 febbraio 1877, nacque Manuel González García. Terzo dei cinque figli del matrimonio tra Martín González Lara e Antonia García Pérez. Venne battezzato, il 28 febbraio successivo, nella parrocchia di San Bartolomeo con i nomi di Manuel Jesús de la Purísima Concepción e Antonio Félix de la Santísima Trinidad. 
   Era venuto alla luce in una famiglia semplice, profondamente religiosa e attaccata alle tradizioni. In casa si recitava ogni giorno il Rosario, al mattino e alla sera non mancavano le preghiere in comune, come l’Angelus e il suffragio per i defunti. La madre, in particolare, era una donna molto pia e partecipava ogni mattina alla messa. Purtroppo, la situazione economica familiare non era per niente florida. I genitori si guadagnavano il pane con il lavoro quotidiano: la madre era sarta e il padre faceva il falegname nel collegio cittadino dei salesiani.  Nel 1875 erano stati costretti a immigrare a Siviglia da Antequera, un borgo in provincia di Málaga, proprio in cerca di lavoro e di migliori condizioni di vita.  
   Tanta povertà era compensata dalla fiducia nella Provvidenza di questi genitori che si amavano e riconoscevano nel Signore la loro forza. Pur nelle ristrettezze economiche, infatti, erano convinti che i figli fossero una benedizione e non un problema e così, a poco a poco, la famiglia crebbe di numero. Educarono la prole al rispetto di Dio e del prossimo. In questo clima semplice e religioso, Manuel acquisì una sensibilità particolare per le cose di Dio. Qualità che aveva appreso dall’insegnamento e dall’esempio di autentica testimonianza cristiana proprio dei genitori. Fin da piccolo aveva imparato a recitare il Rosario quando, alla sera, la famiglia si riuniva. Sorse in quel periodo la sua grande attrazione per l’Eucaristia. Dopo la prima comunione, non perse mai occasione per accostarsi al Sacramento, pur con i limiti che vigevano a quel tempo. Si appartava per rimanere in silenzio a meditare sul grande mistero di un Dio che si fa Corpo e Sangue nel pane e nel vino consacrati. Era anche molto devoto della Vergine Maria che considerava sua Madre e protettrice. Certamente, questo interesse per la religione non sfuggì ai suoi familiari. Notavano in lui una predisposizione per le cose di Dio non comune per un bambino di pochi anni.  
   Raggiunta l’età scolare, venne mandato a frequentare una scuola pubblica dove rimase qualche tempo. Poi venne trasferito in una seconda e in una terza e, infine, per interessamento dello zio sacerdote, venne iscritto al collegio «San Luis». Tanti cambiamenti di scuola fecero sperimentare al piccolo Manuel la diversa metodologia di insegnamento e i vari approcci all’educazione di maestri più o meno preparati. Questi trasferimenti gli saranno utili in seguito, perché aveva avuto la possibilità, sebbene indotta e non voluta, di sperimentare di persona come la preparazione del maestro influisca fondamentalmente nel processo educativo e nel successo o meno dell’istruzione. Trovandosi costretto a girare per varie scuole, comprese che per il bene dei fanciulli e del loro futuro, sarebbe stato utile un diverso metodo di insegnamento che fosse più rispettoso della dignità degli alunni e li aiutasse a inserirsi nella società, offrendo loro un futuro per sottrarli alla miseria e alla malavita.  
   All’età di 9-10 anni Manuel si presentava come un ragazzo alto, magro, con capelli biondi e occhi azzurri e con una voce vibrante e dolce. Veniva considerato un vero talento canoro. Nutrendo un grande desiderio di appartenere ai cantori della cattedrale, i cosiddetti «seises», chiese aiuto a suo zio per entrare nel collegio di «San Miguel», dove il Capitolo metropolitano curava la formazione dei bambini del famoso coro. I canonici vagliarono la richiesta di ammissione e lo ritennero idoneo per cantare, vista la sua dolce voce, l’amore che portava alla musica e l’udito molto sensibile. 
   Occorre sottolineare l’importanza dei «seises» per Siviglia e il ruolo che avevano per tutta la città e non solo per la comunità ecclesiale. Erano dieci bambini che facevano riferimento alla cattedrale, conosciuti per una danza sacra che eseguivano davanti al Santissimo Sacramento in tre occasioni dell’anno: nella solennità del Corpus Domini, nella solennità dell’Immacolata, e nel triduo di Carnevale. Questa tradizione risale al tempo del Rinascimento. I cantori o «seises» vivevano con il maestro di cappella e da lui ricevevano educazione e mantenimento, fino a quando nel XVII secolo vennero ospitati come alunni interni nel collegio creato dai canonici capitolari. Il collegio di «San Isidoro», conosciuto popolarmente con il nome di «San Miguel”, nel quale entrarono i primi «seises» il 1° gennaio 1636, era stato fondato nel 1633 per gli accoliti della cattedrale, e venne chiuso nel 1960. Al tempo in cui entrò Manuel era ancora all’apice del prestigio. Era, quindi, senza dubbio un onore entrare in quel collegio, e molti avrebbero fatto carte false per essere ammessi, ma al piccolo interessava soprattutto poter cantare e ballare nella solennità del Corpus Domini davanti al Santissimo Sacramento, il suo unico amore! 
   Dopo tanta preghiera e riflessione, ben presto nacque in lui il desiderio di diventare sacerdote. Ne parlò con il parroco e trovò conferma al suo desiderio. Il sacerdote gli preparò la lettera di presentazione e di buona condotta per essere ammesso all’esame di ingresso nel seminario. Il suo ardente zelo per bruciare le tappe e diventare prete lo spinse a iscriversi all’esame nel Centro diocesano senza nemmeno avvertire la famiglia della sua scelta. Ma il piccolo aveva fretta, sentiva dentro di sé la chiamata del Signore a seguirlo più da vicino e non voleva perdere tempo. D’altra parte, la sua vocazione non era un fuoco di paglia, ma affondava le radici fin dalla tenerà età e si era fortificata dall’esempio dei genitori e di quanti lo circondavano. Senza dimenticare la vicinanza e la familiarità con una comunità particolarmente incline all’espressione religiosa. 
   Grande rammarico e sorpresa sorsero nei genitori quando Manuel si presentò in casa con la notizia di essere stato ammesso alla prova per entrare in seminario. Sinceramente, erano rimasti male, perché temevano si trattasse di un’infatuazione di un bambino e che forse tutto si sarebbe risolto in un capriccio temporaneo. A questi timori non era estraneo il problema economico, perché si doveva mantenere il figlio negli studi per lunghi anni, mentre si preparava al sacerdozio. Per questo, in un primo momento, i genitori non gli concessero il permesso. Oltretutto, erano rimasti delusi dal comportamento di un altro figlio che era prima entrato e poi uscito dal seminario. Nonostante le incertezze, vista la determinazione di Manuel, gli venne concesso il permesso di partecipare all’esame di ammissione. Il 19 settembre 1889 venne poi inviata all’arcivescovo l’istanza per l’ingresso in seminario. Il giorno seguente superò l’esame con buoni voti. Il 28 settembre, vista la «somma povertà» della famiglia, venne fatta richiesta per una borsa di studio e per l’esenzione dalle tasse di iscrizione e degli esami. Lo facilitò in questa petizione, l’essere inserito nei cantori della cattedrale. Era prevista, infatti, per chi apparteneva ai «seises» e voleva seguire gli studi ecclesiastici, l’assegnazione di borse di studio. L’esenzione dalle spese però lo obbligava a prestare servizio come domestico: si doveva occupare delle pulizie e rimanere a disposizione anche durante le vacanze.
   Manuel non si scoraggiò del lavoro che l’attendeva e iniziò i corsi nell’anno accademico 1889-1890, dando prova di grande serietà e di profondo impegno negli studi. Si era guadagnato anche la stima e il rispetto dei superiori per la sua obbedienza. Si dimostrò anche molto disponibile verso i suoi compagni di classe, ai quali prestava volentieri gli appunti delle lezioni. Si distinse per essere sempre di buon umore e aperto agli altri. D’altronde, il suo tratto scherzoso e gioviale lo rendeva affabile. Anche con i superiori riusciva a farsi ben volere ed aveva la capacità di ottenere molto di quello che chiedeva. Si racconta che una volta durante le vacanze pasquali desiderava andare a casa, ma non gli volevano concedere il permesso. Dopo varie richieste lo ottenne, ma durante la sua permanenza in famiglia si ammalò. Fu perciò costretto a rientrare due giorni dopo che le vacanze erano terminate e i superiori, credendo fosse una ripicca, per punizione gli imposero di svolgere servizio notturno per tre mesi.  
   Un’altra volta, si ammalò di febbre tifoidea al punto che si temette per la sua vita. In quell’occasione il suo confessore, don Pérez, non fece altro che confermare quello che era l’opinione di molti: se fosse morto sarebbe andato in Paradiso, perché non aveva mai perduto l’innocenza battesimale. A questo proposito, è importante ricordare come Manuel era molto attento alla virtù della castità. Si era perfino cinto il fianco con il cordone di san Tommaso – una devozione diffusa a quel tempo – per esprimere il suo desiderio di vivere casto. Virtù che lo caratterizzò fino agli ultimi istanti della sua esistenza.


   (Dal libro Come un chicco di grano. Biografia di san Manuel González García. A cura di Nicola Gori, El Granito de Arena 2016, pp. 35-40)

sabato 4 novembre 2017

10 novembre: Messa di ringraziamento

Professione Perpetua Suor Laura Maria


"Madre Immacolata, fa che io viva credendo e che creda vivendo, 
la vita che, in silenzio, dona il tuo Gesù nel tabernacolo"

San Manuel González

giovedì 5 ottobre 2017

Non sono fuggito!

P. Andrea
    Proveniente dal nostro Convento di Bari, giungo nel Convento-Parrocchia di S. Andrea delle Fratte, nel 1986. Qui conosco le Suore Missionarie Eucaristiche di Nazaret, che collaborano in Chiesa (risiedono nella Chiesa di S. Giuseppe a Capo Le Case che fa parte della nostra Parrocchia).
    Per la prima volta ho tra le mani il volume del loro Fondatore “El Obispo del Sagrario abandonado” – Vita del venerabile mons. Manuel González García, mai prima da me conosciuto, nato a Siviglia il 25 febbraio 1887, morto a Madrid il 4 gennaio 1940.
    Ora abbiamo la gioia di averlo tra i Santi riconosciuti. È stato canonizzato nello scorso 16 ottobre 2016 da Papa Francesco; con lui altre belle figure, tra cui il giovane quindicenne messicano Giuseppe Sánchez del Río.
    Avevo l’intenzione di scrivere più a lungo di lui: ricordare le sue esortazioni, la fondazione dell’Istituto delle Suore Eucaristiche di Nazaret, la persecuzione del 1936 (quanti martiri!), ma diverse circostanze impreviste me lo hanno impedito. Non posso fare a meno però di ricordarlo come Anima Eucaristica.
    «Da piccolo –egli scriverà- ho sperimentato una nuova nascita: Eucarestia e Missione. Nell’Eucarestia ho incentrato tutta la mia vita. Ho la commozione di riviverla!». È noto che da seminarista lo sentivano ripetere spesso: «Se dovessi nascere mille volte, mille volte chiederei e pregherei di essere sacerdote». Appena ordinato sacerdote, è inviato a Palomares del Río, un villaggetto. Ci va desideroso di pregare, parlare, salvare. Quanti bei desideri, quanti progetti!
    Entra nella chiesetta… che delusione… Dopo mille domande arriva fredda fredda sui suoi entusiasmi la risposta da parte del sacrestano: «La chiesetta è quasi in rovina, la gente è ormai abituata a non venire più». Scoraggiato si pone dinanzi al Tabernacolo, ma in che stato… Che sforzi hanno dovuto fare la sua fede e la sua volontà per non sfuggire: «Ma non sono fuggito!». Lì in ginocchio, di fronte a quei mucchi di stracci e sporcizia, la sua fede vedeva attraverso quella porticina tarata un Gesù così silenzioso, così paziente, così buono che lo guardava… Fissava su di Lui il suo sguardo triste e supplichevole. «Mi diceva tanto e mi chiedeva di più. Sentii la tristezza di quel “non c’era posto per loro a Bethlemme”, la tristezza del tradimento di Giuda, del rinnegamento di Pietro, lo schiaffo del soldato, l’abbandono di tutti. “Anche voi volete lasciarmi?”».
    Allora egli potè intravedere per il suo sacerdozio un’occupazione che prima non aveva sognato: essere prete di un paese che non vuole bene a Gesù Cristo, perché lui sacerdote, gli voglia bene in nome di tutto il paese. Pensa di diventare “piedi” di Gesù per portarlo dove c’è bisogno di Lui, di avere le sue mani per dare un’elemosina nel suo nome, anche a chi lo rifiuta; la sua bocca per parlare di lui e consolare nel suo nome e gridare a suo favore e a quanti non vogliono ascoltarlo… fino a che lo ascoltino e lo seguano: che bella missione!
    Dopo Palomares viene inviato a Huelva. Qui fonda la Rivista Eucaristica “Granello di senapa”. Nel 1916 viene consacrato Vescovo di Malaga. Raccoglie tanti giovani vicino all’Eucaristia e fonda le Missionarie Eucaristiche di Nazaret. Nel 1935 viene nominato Vescovo di Palencia – Terribile in Spagna la persecuzione del 1936! Nel bacio del Signore muore a Madrid il 4 gennaio 1940. Beatificato da Giovanni Paolo II, viene canonizzato il 16 ottobre 2016, come abbiamo detto, da Papa Francesco.
    Questa pagina vuole ricordarlo soprattutto ai sacerdoti che oggi attraversano tanti momenti difficili: «Non sono fuggito!».

P. Andrea M. Lia, Ordine dei Minimi

mercoledì 19 aprile 2017

Pellegrino della strada di Emmaus

Gesù, pellegrino non conosciuto della strada di Emmaus,
scoprici i misteri che questo passo,
uno dei più interessanti del tuo Vangelo,
racchiude sopra la preghiera davanti al tuo Tabernacolo.

Come nell’Eucaristia, Gesù è sulla strada di Emmaus reale e sconosciuto, presente e invisibile, che cerca senza dar a vedere: e gli uomini, duri e ciechi e abbagliati, con difficoltà riescono ad incontrarlo. Raramente sono là dove Egli è.
Una delle grandi difficoltà della preghiera davanti al Tabernacolo e particolarmente della preghiera confidente, affetuosa e filialmente intima, è il non renderci perfetto conto che Gesù è lì, vivo, in persona. Nella sua vita eucaristica Gesù soffre ingratitudini, e tante, anche da parte dei suoi. Davanti al Tabernacolo si ripete sovente assai la scena di Emmaus: essere cioè con Gesù e non renderci conto che Egli è con me.
Anche noi, pellegrini della strada misteriosa del Tabernacolo, impariamo dai fortunati viaggiatori di Emmaus a sentire ardere il cuore quando Gesù ci parla e a riconoscerlo quando a noi divide il pane.
Tutto ciò che i pellegrini di Emmaus fecero per rendersi conto della presenza di Gesù è espresso in questa parola: preghiera. Questi due uomini  andavano da
Gerusalemme ad Emmaus facendo questa cosa sola: pregavano.
Come pregavano? Tre forme di pregare scopro in questi discepoli:
1. sentendo la mancanza di Gesù,
2. parlando solo di Lui,
3. servendolo con carità nella persona di un pellegrino sconosciuto.
Il pregare sentendo la mancanza di Gesù, lo invita ad avvicinarsi; il pregare parlando con ardore e affanno di Lui e con Lui lo invita a parlare e ad accompagnarsi con loro velatamente; il pregare operando il grande comandamento di Gesù «amatevi gli uni gli altri» e insistendo col «resta con noi perchè si fa sera»; lo obbliga ad entrare, a mangiare con loro e a loro farsi conoscere.
Il Vangelo, descrivendo minuziosamente il viaggio dei due discepoli, nota con attenta cura che essi andavano tristi. E la causa di questa tristezza, risulta chiaro, è l’assenza di Gesù.
Senza dubbio, questa tristezza non nasce da una fede viva, nè da una speranza irremovibile, nè da un amore perfetto, perchè proprio questa fede, questa speranza e questo amore insegnavano che Gesù morto doveva risuscitare, che Gesù partito doveva ritornare, che Gesù assente era sempre presente per quelli che davvero lo amavano.
Questi uomini sentono la mancanza di Gesù, e perchè non lo vedono, perchè non lo sentono, perchè non godono della sua presenza, perchè non riposano nella sua protezione, sono tristi e questa tristezza con tutte le sue imperfezioni fa piacere a Gesù e merita da lui il dono della sua presenza, ancorchè velata e sconosciuta.

Mane nobiscum, Domine!
Resta con noi, Signore!

Non fate il cammino della vita da soli: fatelo con Gesù.
San Manuel González

Resta con noi, Signore!

sabato 4 marzo 2017

1910 - 4 marzo - 2017

Anniversario della fondazione della Famiglia Eucaristica Riparatrice

La migliore opera di carità: annunciare il Vangelo vivo dell’Eucaristia

   A Huelva (Spagna), il 4 marzo 1910, primo venerdì del mese, nacque l’Opera delle tre Marie e dei discepoli di San Giovanni per i tabernacoli-calvari, oggi conosciuta come Unione eucaristica riparatrice. In quel giorno, San Manuel González rese partecipe a un gruppo della sua parrocchia di San Pietro della sua esperienza carismatica.
   La sua missione è eucaristizzare: avvicinare tutti all’Eucaristia e metterli dentro al Cuore di Gesù che palpita per essi, perché vivano la vita che da Lui scaturisce. Sono inviati «a portare prontamente al popolo questo Vangelo dell’Eucaristia; il popolo ha smesso di sentire per Gesù Cristo quella irresistibile simpatia che lo portava a seguirlo, fino a dimenticarsi del cibo, perché ha smesso di vederlo. Gesù e il popolo si comprendono al solo vedersi. Questa è la migliore opera di carità individuale e sociale che possiamo voi e noi fare per il popolo: mostrare Gesù, farglielo vedere.
   Come? Predicandogli il Vangelo vivo dell’Eucaristia, e predicandolo con tal nudità di pretese oratorie, con tal vivezza di fede, con tal persuasione di parola e conformità di vita alla parola, che all’eco della nostra predicazione giunga il popolo quasi a udire e vedere e percepire Gesù fino alle sue naturali simpatie nell’Ostia consacrata».


venerdì 3 marzo 2017

Una tessera del gran mosaico della santità

La santità è il carattere distintivo di ogni cristiano, vissuta nelle condizioni e nello stato di vita nel quale ogni persona si trova. È un invito alla allegria e all’amore in ogni momento della nostra esistenza, trasformandolo nello stesso tempo in un dono per gli altri.
“Come il santo che vi ha chiamati, diventati santi anche voi in tutta la vostra condotta. Poiché sta scritto: Sarete santi, perché io sono santo” (1Pt 1, 15-16). Una vita santa non è il frutto dello sforzo personale, è il Signore che ci fa santi. Per tanto, tutti possiamo percorrere questo cammino. In tutte le epoche della storia, della Chiesa, in tutte le latitudini della geografia del mondo, ci sono santi di tutte le età e di tutti i diversi stadi della vita; sono volti concreti di ogni popolo, lingua e nazioni.

Fari luminosi
Tutti siamo chiamati alla santità (cf. LG 40). “Qualsiasi forma di vita porta alla santità se si vive in comunione con il Signore e al servizio dei fratelli” (Papa Francesco, Udienza generale, 19/11/2014). Però, nella storia della Chiesa solo alcuni uomini e donne sono stati e sono proclamati santi. Tra questi nomi incontriamo il nostro amato don Manuel González, nostro padre fondatore. Quando il Prefetto della Congregazione per le cause dei Santi, il cardinale Angelo Amato, presentò la richiesta di canonizzazione, risuonano ancora con viva emozione le parole pronunciate dal papa Francesco: “In onore della Santissima Trinità, per l’esaltazione della fede cattolica e l’incremento della vita cristiana, con l’autorità di nostro Signore Gesù Cristo e dei santi apostoli Pietro e Paolo, dopo aver riflettuto a lungo e invocato l’aiuto divino, e ascoltando il parere dei nostri fratelli vescovi, dichiariamo santi i beati Salomone Leclercq, Giuseppe Sánchez del Río, Manuel González García, Lodovico Pavoni, Alfonso Maria Fusco, Giuseppe Gabriele del Rosario Brochero, Elisabetta della Santissima Trinità Catez e li inscriviamo nel Catalogo dei santi, e stabiliamo che in tutta la Chiesa siano devotamente onorati tra i santi” (16/10/2016).
Questa proclamazione del Papa ci conferma che è il Signore, per mezzo del suo vicario sulla terra, che sceglie dei volti veri perche siano fari luminosi. Sono uomini e donne che hanno vissuto la loro vita cristiana nella pienezza della fede, della speranza e dell’amore. San Manuel González è uno di questi sprazzi di luce che lo Spirito Santo ha voluto regalare alla Chiesa e al mondo.

Tutto armonico e bello
San Manuel è una tessera del gran mosaico della santità che Dio crea nella storia, affinchè il volto di Cristo, brilli nella pienezza del suo splendore (cf. Benedetto XVI, Udienza generale, 13/4/2011). Quando contempliamo un mosaico vediamo come la base dei pezzi individuali, tutti distinti nel colore, materiale e struttura l’artista configura un tutto armonico straordinariamente bello. San Manuel in questo gran mosaico della santità è una tessera que brilla perché si lasciò illuminare dallo sguardo di Gesù nel tabernacolo. Cristo Eucaristia fu il bene che lo atrasse, la felicità che più lo catturò e il tesoro che più lo arricchì. E con la forza del Pane eucaristico potè guardare con passione e tenerezza il volto di tanti abbandonati ai quali irradiò luce e calore.
Se c’è altro che lo caratterizò è che fu un uomo realmente felice. Incontrò il segreto della felicità vera che risiedeva nel fondo della sua anima, una felicità che ha la sua fonte “nell’amore umanizzato, crocifisso e sacramentato” (OO.CC. I, n. 461), un amore riconoscente che “non si può paragonare a nessùn altro amore” (OO.CC. I, n. 17).
Il Papa emerito Benedetto XVI ci ha detto in una delle sue catechesi: “I santi, guidati dalla luce di Dio, sono gli autentici riformatori della vita della Chiesa e della società. Maestri con la parola e testimoni con l’esempio, essi sanno promuovere un rinnovamento ecclesiale stabile e profondo, perché essi stessi sono profondamente rinnovati, sono in contatto con la vera novità: la presenza di Dio nel mondo” (Udienza generale, 13/1/2001).
San Manuel González con il suo stile semplice e allo stesso tempo profondo rivolge una parola alla Madonna, una parola chiara e facile da intendere che, considerata oggi come progetto di vita, ci può aiutare a trasformare la nostra esistenza e a cambiare il mondo: “Madre Immacolata, che di tutti i verbi che usano gli uomini per parlare, quello che io coniugo meglio e più volte sia il verbo dare e darmi a Gesù e al mio prossimo”.

Traduzione del Vangelo
La santità nasce da Dio, però allo stesso tempo dal punto di vista umano, si trasmette da uomo a uomo. In questo modo, possiamo dire dunque che i santi generano i santi (cf. Giovanni Paolo II, Angelus, 20/6/1982).
San Manuel è per noi una traduzione del Vangelo, una tessera con uno splendore singolare. Seguire il suo esempio, ricorrere alla sua intercesione, entrare in comunione con lui ci unisce a Cristo Eucaristia, origine di ogni forma di santità (Sacramentum Caritatis 94). E oggi, dall’eterna presenza di Dio, continua generando amici di Cristo Eucaristia. Tu ed io possiamo essere uno di loro.

Suor Mª Teresa Castelló,
Vicaria generale delle Missionarie Eucaristiche di Nazaret